La ragazza dai sette nomi di Hyeonseo Lee

DSCN3387.JPGHyeonseo non è il nome con cui è nata l’autrice: è solo l’ultimo di una lunga serie. Ogni volta che ha cambiato luogo, o vita, è stata costretta a cambiare anche nome. E così se in Corea del Nord, dove è nata, trascorre gli anni della giovinezza come Park Min-Young, una volta entrata illegalmente in Cina il suo nome, così come la sua vita, subirà profonde modifiche. E quando, impaziente di tornare a casa, in Corea, decide di andare a Seul (capitale della Corea del Sud), anche il suo nome cambia, fino ad assumere quello definitivo, che combina i significati di “luce del sole” e “buona sorte” per il nuovo inizio che la attende, lontana dalla dittatura Kim.

Per commentare propriamente il libro bisognerebbe conoscere almeno un po’ dei retroscena politici-storici-sociali e culturali che hanno portato alla dittatura dei Kim durante la Guerra Fredda (che io ammetto di non conoscere), e come siano stati spietati i Kim a mantenere il potere nelle mani della famiglia (perché questo regime è nato col nonno dell’attuale e famigerato leader Kim Jong-un). Quindi è una dittatura relativamente recente, che però ha portato il paese in un completo isolamento sul piano internazionale (la carestia che viene descritta anche dall’autrice a partire dalla metà degli anni ’90 è legata alla decisione del governo sovietico di non importare più alla Corea del Nord il carburante necessario alle macchine agricole. La Corea dipendeva, e dipende tuttora, da aiuti esterni per soddisfare il fabbisogno interno della popolazione. Su questa vicenda Amnesty International ha pubblicato diversi articoli). La caratteristica principale di questa autobiografia è quella di risultare scevra da dettagli macabri, sanguinosi o “forti”. La vita della protagonista, rispetto a molti altri racconti di sopravvissuti espatriati dalla Corea (con questo termine da ora in avanti indicherà la Corea del Nord, laddove non specificato), è abbastanza facile, e trascorre nell’agio, soprattutto in patria. La sua famiglia non verrà mai internata nei temutissimi campi di prigionia (di cui si fa un accenno veloce in qualche punto del libro, ma nulla di più). Ma è un punto di vista unico, proprio per la sua posizione privilegiata all’interno della società coreana: il suo status sociale è elevato, eppure la vita che conducono lei e la sua famiglia è misera, con pochi orpelli e abbellimenti (descrive come un lusso il possesso di un televisore, peraltro sintonizzato su un unico canale ufficiale, e che talvolta permetteva di vedere la programmazione della vicina Cina). Tra l’altro la protagonista vive in un’area di confine, dove le sponde del fiume dividono la Corea dalla Cina. La sua fuga è una fuga veloce, rapida, indolore. Tutto quello che ne conseguirà invece sarà durissimo. A cominciare dall’adattamento ad una società diversa, alla comprensione del valore del denaro. Anche i libri di altri transfughi (chi abbandona e rinnega le proprie convinzioni e posizioni ideologiche, politiche o culturali e artistiche, passando a movimenti opposti o comunque diversi, diz. Treccani) coreani descrivono un’enorme difficoltà ad ambientarsi in un altro mondo e in un’altra cultura, persino quella sudcoreana, la più vicina alla propria. Ed è una difficoltà attribuibile al completo isolamento che queste persone hanno subito nel corso della loro vita, agli insegnamenti (cioè che tutti gli occidentali, e in particolare gli americani, siano malvagi, che vivano nella misera, che siano moralmente abbietti), al fatto che la loro vita sia rigidamente incarcerata in schemi statali in cui la libertà individuale è praticamente annullata. Tutto questo rende gli espatriati della Corea particolarmente poco inclini all’adattamento nel mondo esterno. E’ come se, tutto d’un tratto, qualcuno ci annunciasse che tutto ciò che sappiamo sul nostro Stato e su quelli vicini fosse completamente falso. C’è un punto in cui l’autrice ricorda come la storia che si studia a scuola non sia fissa, ma tenda a cambiare per adattarsi al momento e alle circostanze. Sembrava di rileggere 1984 di Orwell, il cui protagonista lavora appunto nella sezione dedicata alla riscrittura del passato. Da brividi. Un altro spunto interessante fornito dalla Lee sono le motivazioni per cui un prigioniero scappa dalla Corea: non lo fa per la voglia di libertà, ma per fame e stenti. La libertà come la concepiamo noi per un nordcoreano non esiste. Non può cercare qualcosa di cui ignora l’esistenza.

Frequentammo anche alcune straordinarie lezioni di storia, che per molte donne di Hanawon furono la prima finestra libera dal dogmatismo aperta sul mondo. Per molti transfughi la conoscenza della storia consiste in poco più di qualche fulgida leggenda sulla vita del Grande Leader e del Caro Leader. A Hanawon molte di noi scoprirono che era stato un attacco ingiustificato da parte del Nord, e non del Sud, a scatenare la guerra di Corea il 25 giugno 1950. Molte donne respinsero con decisione questa visione: non riuscivano ad accettare che il principale articolo di fede del nostro paese, a cui quasi tutti i nordcoreani credevano ciecamente, fosse una deliberata menzogna. perfino quelle che sapevano che la Corea del Nord era marcia fino alle budella trovavano la verità difficile da accettare, perché significava che anche tutto il resto era una menzogna; che le lacrime versate ogni 25 giugno, e il loro servizio miliare decennale, e tutte le «battaglie ad alta velocità» per la produzione che avevano combattuto non avevano alcun significato. Che loro stesse avevano fatte parte di una menzogna. Era il crollo della loro intera esistenza.

 

[Dato che alcuni fatti in questo capitolo mi erano sconosciuti, riassumo qui alcune informazioni fondamentali per comprendere il brano. Per chi non volesse leggere una lezione sulla storia coreana (sì, mi rendo conto che è un po’ lunga!!!), o per chi fosse già sapesse tutte queste cose, andate al paragrafo successivo!!! Hanawon è un centro di supporto per i rifugiati nordcoreani situato nella Corea del Sud, dove tutti i rifugiati della Corea del Nord devono passare un periodo di tempo che gli permette di inserirsi, con meno traumi possibili, nella società sudcoreana. Ai rifugiati, a parte le cure mediche e odontoiatriche, spesso è necessario un supporto psicologico (molti infatti soffrono di depressione). Il Grande Leader è Kim Il-sung, capo della Repubblica Popolare Democratica di Corea – il nome ufficiale della Corea del Nord – che ha fondato la dinastia Kim (il termine dinastia non è propriamente corretto, ma rispecchia bene il metodo di trasmissione del potere). Conosciuto anche come Grande Leader e Presidente Eterno, il suo giorno di nascita è festa nazionale nella Corea del Nord; ha regnato ininterrottamente dal 1948 fino alla sua morte, nel 1994; il Caro Leader invece è il figlio e successore, Kim Jong-il, al potere dal 1994 al 2011, anch’egli come il padre è venerato; il figlio è l’attuale presidente della Corea. La guerra di Corea (1950-1953) è un episodio della Guerra Fredda, che si scatena dopo un’invasione delle truppe nordcoreane oltre il 38°parallelo, che era – e rimane tuttora – il confine tra Nord e Sud Corea. Gli Stati Uniti, dietro la facciata dell’ONU, mandano delle truppe per difendere la Corea del Sud. In aiuto dei nordcoreani intervenne la Cina maoista. La guerra fu sanguinosa, e non portò ad alcun risultato. Sebbene le ostilità cessarono nel 1953, un vero e proprio trattato di pace non venne firmato fino al 2007].

Leggendo alcune delle considerazioni che l’autrice esprime sulla sua vita e sulle condizioni a cui è sottoposta, non ho potuto fare a meno di pensare ad un altro libro, Cigni selvatici di Jung Chang, che racconta la storia di tre generazioni di donne che vivono sotto la dittatura maoista e ne sopportano le ingiustizie. Le storie che sono narrate nel libro sono drasticamente diverse e ambientate in periodi storici differenti, eppure la vita sotto una dittatura, non importa quale, presenta caratteristiche simile e universali. Di solito queste caratteristiche sono decisamente negative. E questo giudizio può essere fatto solo a posteriori: perché nessuno che abbia vissuto esclusivamente sotto una dittatura ha modelli di confronto. Solo il confronto con altri paesi rende vivibile o meno la propria situazione. Ed è così per esempio che la società odierna condanna determinati governi che violano i diritti umani basilari: la consapevolezza di questa violazione può esserci solo se laddove c’è un termine di paragone.

Lasciare la Corea del Nord non è come lasciare un qualsiasi altro paese. E’ come lasciare un altro universo. Per quanto possa spingermi lontano, non sarò mai del tutto libera dalla sua forza di gravità. Anche per coloro che laggiù hanno sofferto in modo inimmaginabile e che sono riusciti a fuggire dall’inferno, la vita nel mondo libero può essere così difficile che molti devono combattere duramente per raggiungere un compromesso con il proprio paese di origine e trovare la felicità. Qualcuno, a un certo punto, si arrende e torna a vivere in quel luogo oscuro, come anch’io sono stata tentata di fare più volte.

Io, però, semplicemente non posso tornare. Posso sognare la libertà nella Corea del Nord, ma so che a quasi settant’anni dalla sua nascita il mio paese resta chiuso e crudele come sempre. Se anche un giorno dovesse diventare un posto sicuro, sarei comunque una straniera.

Questo libro è per me la storia di un risveglio, di una crescita lunga e difficile. Sono arrivata ad accettare il fatto che, essendo fuggita dalla Corea del Nord, sono un’outsider in tutto il mondo. Un’esule. Per quanto mi sia sforzata di adattarmi alla società sudcoreana, penso che non sarò mai pienamente accettata come una che è nata lì.

Quasi le stesse parole echeggiano anche in due altri romanzi ambientati nella Corea del Nord, che descrivono le tragiche condizioni dei campi di concentramento: Fuga dal campo 14, sulla vita Shin Dong-hyuk (che ha vissuto la sua intera esistenza in Nord Corea in un campo di concentramento; in un articolo recente l’autore ammette che alcune parti del libro non sono vere, ma anche che il nocciolo della storia è stato mantenuto fedele ala realtà) e L’ultimo gulag di Chol-Hwan Kang e Pierre Rigoulot. In entrambi questi libri gli autori descrivono la stessa difficoltà ad inserirsi in un’altra società, e il richiamo fortissimo della propria terra.

P.s. L’autrice ora è un portavoce dei rifugiati del Nord Corea, e i suoi discorsi pubblici si possono trovare su Youtube. Uno dei suoi ultimi interventi riguardava il destino delle esuli nordcoreani, che spesso entrano in Cina e diventano prostitute o vengono sposate contro la loro volontà.

Per chi volesse approfondire ulteriormente la vita in Nord Corea, e la violazioni dei diritti umani, Amnesty International ha un sito, dove potete trovare articoli e altre notizie, come un Report dell’anno 2015/2016 sulla libertà in Nord Corea:

https://www.amnesty.org/en/countries/asia-and-the-pacific/north-korea/

Esiste anche una ONG, la LiNK (Liberty in North Korea), che si occupa di aiutare i rifugiati, raccontare e diffondere le loro storie, reinserirli nella società, e fermare i soprusi in atto. Sul sito potrete trovare molti altri racconti di rifugiati, e informazioni sull’associazione:

http://www.libertyinnorthkorea.org/

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