Il senso di una fine di Julian Barnes

dscn3386Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai vinto né perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse? Io che avevo avuto le ambizioni di tanti, ma che mi ero ben presto rassegnato a non vederle realizzate? Che avevo evitato il dolore e l’avevo chiamato attitudine alla sopravvivenza? Che avevo pagato conti e bollette, che ero rimasto in buoni rapporti con tutti il più a lungo possibile; io, per cui estasi e disperazione erano diventati da molto tempo parole lette una volta nei libri? Uno i cui rimproveri a se stesso non lasciavano mai il segno?

Tony Webster riceve un’eredità inaspettata, che lo porta a riflettere e ricordare i momenti più importanti della sua vita, dall’adolescenza all’età adulta.

Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato.

Agi altri, ma soprattutto a noi stessi.

 

La trama sembra una lagna, in realtà il libro è incredibilmente denso (ma non palloso, so che i due termini a volte vengono considerati equivalenti!!). E in effetti nella trama non c’è molto: perché la vita di Tony non ha nessuna particolarità, non è eccezionale; è banale, normale. Ma proprio questa normalità fa riflettere profondamente il protagonista su come ha speso la sua vita, e sul perché alcune scelte – prese da altri – abbiano influenzato in maniera così drastica la sua esistenza.

Un’altra cosa: da giovane credi di saper prevedere probabili angosce e dolori della vecchiaia. Ti immagini solo, divorziato, vedovo; coi figli cresciuti che se ne vanno, gli amici che muoiono. Immagini che perderai prestigio, desiderio e desiderabilità. Puoi spingerti oltre e considerare l’avvicinarsi della tua stessa morte che, a dispetto di qualunque compagnia tu riesca a radunarti attorno, dovrai comunque affrontare da solo. Ma tutto questo ha a che fare col guardare avanti. Quello che ti è impossibile è guardare avanti e immaginare te stesso che guarda indietro dal punto che avrai raggiunto nel futuro. Conoscere le emozioni nuove portate dal tempo. Scoprire, ad esempio, che con il ridursi del numero di testimoni della tua esistenza tende a diminuire l’avvaloramento, e di conseguenza la certezza, di ciò che sei o sei stato. Se anche hai documentato ogni cosa in modo sistematico, in forma di immagini, suoni, parole, puoi d’improvviso scoprire di avere sbagliato le modalità di registrazione dei fatti.

Il libro ha meritatamente vinto il Man Booker Prize nel 2011.

P.s. ho appena scoperto che nel 2017 uscirà un film basato su questo libro!!!

«Si è tolto la vita», si dice; ma Adrian se n’era anche fatto carico, assumendone il comando e prendendola nelle sue mani per poi lasciarla andare. Quanti tra noi – noi che restiamo – possono dire di aver fatto altrettanto? Procediamo a casaccio, prendiamo la vita come viene, ci costruiamo a poco a poco una riserva di ricordi. Ecco il problema dell’accumulo, e non nel senso inteso da Adrian, bensì nel semplice significato di vita che si aggiunge a vita. E, come ricorda il poeta, c’è differenza tra addizione e crescita.

La mia esistenza si era sviluppata, o solo accumulata?

 

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