Nuvole di fango di Inge Schilperoord

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È un giorno d’estate soffocante quello in cui Jonathan esce dal carcere. Le accuse contro di lui non sono sufficienti a tenerlo imprigionato. Tenta di ricominciare a vivere seguendo, in maniera quasi maniacale, i suggerimenti e gli esercizi che gli psicologici gli hanno consigliato. Fare dei respiri profondi prima di farsi prendere dall’ansia. Riflettere prima di agire. Sapere che i sentimenti che prova non determinano necessariamente chi è. E stare lontano da ogni possibile tentazione. Perché Jonathan è un pedofilo. A casa, la madre lo accoglie come se non fosse successo nulla, e lui continua la vita di prima: una vita di solitudine, trascorsa tra le mura della vecchia casa e le sponde del lago dove si rifugia a pescare. E proprio qui trova una tinca ferita. Jonathan decide subito di prendersene cura: sa che la tinca ha bisogno di lui. Proprio come Elke, la piccola vicina di casa lasciata sempre sola dalla madre, che cerca la compagnia di Jonathan. E lui, se all’inizio cerca di resistere alla sua presenza, di starle lontano, si ritrova sempre più invischiato da Elke, e dalla sua malattia.

È tremendamente difficile trattare con umanità e senza pregiudizi un tema difficile come quello della pedofilia. Eppure la Schilperoord, forte anche di un’esperienza diretta a contatto con un pedofilo, ci riesce magistralmente. A entrare, sondare, scavare nella mente di una persona accusata di pedofilia e che prova una forte attrazione sessuale per le bambine. L’interessante è vedere come funziona la mente di Jonathan, quali ragionamenti fa, cosa lo spinge a passare del tempo con Elke. Quest’estate avevo letto Lolita di Nabokov, e l’avevo trovato geniale. Perché la mente del protagonista è un continuo giustificarsi, una continua autoassoluzione e colpevolizzazione dell’altra, della bambina. E credo che con questo libro si sia riusciti ad ottenere un risultato simile. Protagonista un uomo, anzi, un reietto, con i suoi pensieri, inaccettabili per la società e per lui stesso. Perché Jonathan continua a domandarsi quanto possa resistere alla tentazione, quanto di quello che sta facendo possa essere sbagliato. Perché lui in effetti vuole aiutare Elke, lo crede sinceramente. Così come vuole aiutare la tinca ferita. Però non si rende conto che, in entrambi i casi, le sue attenzioni non portano ai risultati sperati, perché l’aiuto che lui può e vuole offrire non è ciò di cui hanno bisogno. La tinca, o “nuvola di fango”, per la sua abitudine di nascondersi sul fondale per cercare un po’ di refrigerio, diventa metafora e compagna della vita di Jonathan, o meglio dei suoi pensieri. Quei pensieri che lo divorano e che sembrano non abbandonarlo mai.

È un libro difficile, perché Jonathan si mostra nella sua semplicità e in tutte le sue contraddizioni, dalla consapevolezza che quello che sta facendo e pensando è profondamente sbagliato, alla difficoltà di non avere appoggi, aiuti, sostegni per smetterla di pensare e ricadere in questo errore. Jonathan è stato incarcerato con l’accusa di molestie, ma quando le prove contro di lui vacillano, viene rilasciato. Così si interrompe anche il suo corso di trattamento per i pedofili. , nonostante Jonathan cerchi di seguire i suggerimenti dello psicologo, mano a mano inizia a cercare scuse per stare con Elke, ad autogiustificare le proprie azioni, per evitare di ammettere le sue colpe, fino a riconoscere la sua malattia.

Non è facile staccarsi, con la mente, dal libro. Anche una volta finito, chiuso, lasciato sul comodino, i pensieri di Jonathan continuano a risuonare nelle orecchie, come un’eco. Diventano quasi assordanti. Insostenibili. E l’autrice vuol proprio farci capire come i malati di pedofilia debbano lottare ogni giorno, per anni, contro i loro stessi pensieri, contro il proprio corpo, contro lo loro stessa testa.

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