27 gennaio 2018: Giornata della memoria

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Anche quest’anno ho deciso di pubblicare un post dedicato a questo evento, dato che è l’unico momento in cui questa tragedia viene doverosamente ricordata. E ho deciso di farlo parlando di un libro che si concentra sulla Shoah, ma, soprattutto, parlandovi di un progetto che si chiama Yolocaust, che in effetti è dell’anno scorso, ormai ha chiuso i battenti, ma che trovo assolutamente geniale. L’artista del progetto, l’israeliano Shahak Shapira, ha preso qualche immagine da Instagram, Facebook e social vari di turisti che si facevano foto tra i blocchi del monumento eretto alla memoria delle vittime a Berlino (questo per intenderci).

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Poi ha cambiato lo sfondo, mostrando alcune delle scene più truculente e purtroppo quotidiane dei campi di concentramento nazisti. Lo sdegno è stato generale. Le persone dei selfie sono state accusate e insultate dappertutto. Ma non voglio parlare di questo. Perché, siamo onesti, chiunque sia andato a Berlino ha fatto almeno una foto a questi enormi parallelepipedi. Voglio parlare della riuscita di Shahak mostrare l’orrore, con un’idea semplice ma ad effetto. Di mostrare cosa si cela dietro a quei blocchi senza vita, senza energia. Blocchi di cemento, nient’altro. Sono stata anche io a Berlino con la scuola. E anche io ho fatto le foto tra quei blocchi. Per me era un luogo come un altro, non significava nulla. Era – ed è – difficile provare qualcosa o connettersi con la tragedia della Shoah in un luogo privo di vita. Dove non ci sono immagini, non ci sono cartelli, non c’è niente di umano, niente di naturale. Niente di vivo. Che poi è l’idea dietro al monumento. E invece Shahak è riuscito, con questi scatti, a farci “vedere” e “sentire” l’orrore.

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Il libro che ho scelto si intitola La scena interiore di Marce Cohen, un autore francese che ha perso tutta la famiglia nei campi. Lui, all’epoca un bimbo di 5 anni, si è salvato miracolosamente perché al momento dell’arresto era al parco con la bambinaia. Non aspettatevi racconti raccapriccianti dai lager dell’orrore, scene di tortura o morte. Cohen decide invece di far “rivivere” la sua famiglia, collezionando avidamente i pochi ricordi rimastigli e chiedendo ad altri di ricordare per lui. Gli otto ritratti che ne emergono sono quelli di persone normali, fin troppo normali. Ricordi che si aggrappano sul cane di pezza cucito dal padre, su un posacenere a forma di orsetto, su un portauovo ormai rovinato dal tempo. Niente di speciale ha distinto la loro vita, salvo il destino comune: la morte nei campi. Madre, padre, sorella, nonni, zii: nessuno è scampato. E dalle poche memorie d’infanzia, fino agli oggetti quasi banali nella loro semplicità, Cohen si aggrappa a quella famiglia che ha perso senza motivo. La madre, Maria, era internata in un ospedale al momento della deportazione, e aveva con sé la piccola Monique, di appena sette mesi: entrambe vengono deportate nel 1942. Per un decreto i bambini dovevano avere sei mesi almeno prima di essere portati in un campo di concentramento. Dunque la polizia riuniva in un ospedale le madri con i loro figli piccoli in attesa del raggiungimento del sesto mese di vita. Durante la sua detenzione nell’ospedale, sorvegliato da Gestapo, polizia e infermiere, l’unico metodo di comunicazione con la madre era la finestra, a cui Maria si affacciava per vedere i suoi cari. Una finestra e una distanza che sembrano lontanissime. Ma quando l’autore partecipa ad una cerimonia commemorativa nello stesso luogo realizza una frastornante verità:

Al secondo piano, due infermiere spalancarono la finestra dietro la quale stava mia madre. Che nel mio ricordo questa finestra fosse rimasta per così tanto tempo chiusa e che potesse ora aprirsi con tanta semplicità non equivaleva soltanto a un sisma: lo strisciare dei battenti sulla cornice, il cigolare dell’asta, assolutamente percepibili dal marciapiede dove mi trovavo, mi sembrarono un sacrilegio. Quanto alla distanza considerevole che mi era rimasta nel ricordo, mi pareva ora talmente cancellata che i sarei potuto rivolgere alle infermiere senza aver bisogno di alzare la voce. Per qualche frazione di secondo, fu chiaro che quelle due giovani donne, piantate dentro la cornice per ascoltare i discorsi, non avevano alcun diritto di trovarsi lì. Non avevano il diritto di essere così giovani, così disinvolte, così innocenti.

Il papà, i nonni e gli zii invece verranno prelevati direttamente dall’abitazione. Il giovane zio David muore sul filo elettrificato che circonda il campo di Birkenau mentre cerca di scappare: i nazisti lasceranno il suo corpo esposto per giorni come ammonizione per gli altri prigionieri.

Di Monique, piccolissima vittima delle stragi naziste, non rimane nulla, se non il ricordo:

È così che l’atto di nascita di Monique e il suo nome su una tomba sono le uniche prove del fatto che sia esistita.

Quante vite semplicemente dimenticate.

 

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