The hate you give di Angie Thomas

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Starrr si muove tra due mondi: abita in un quartiere di colore dove imperversano le gang ma frequenta una scuola prestigiosa, soprattutto per volere della madre, determinata a costruire un futuro migliore per i suoi figli. Vive quasi una doppia vita, a metà tra gli amici di infanzia e i nuovi compagni. Questo fragile equilibrio va in frantumi quando Starrr assiste all’uccisione di Khalil, il suo migliore amico, per mano della polizia. Ed era disarmato.

Il caso conquista le prime pagine dei giornali. C’è chi pensa che Khalil fosse un poco di buono, perfino uno spacciatore, il membro di una gang e che, in fin dei conti, se lo sia meritato. Quando appare chiaro che la polizia non ha alcun interesse a chiarire l’episodio, la protesta scende in strada e il quartiere di Starrr si trasforma in teatro di guerriglia. C’è una cosa che tutti vogliono sapere: cos’è successo davvero quella notte? Ma l’unica che possa dare una risposta è Starrr.

Quello che dirà – o non dirà – può distruggere la sua comunità. Può mettere in pericolo la sua stessa vita.

Avevo le mie riserve su questo romanzo, soprattutto perché mi pareva l’ennesimo young adult con vani intenti socio-culturali ed educative. Eppure ne sono rimasta affascinata, mi ha trascinato pagina dopo pagina, e certamente mi ha aiutato ad immedesimarmi nella situazione della forte tensione razziale che l’America di oggi sta affrontando. Perché Starr, la protagonista sedicenne della vicenda, vive in bilico tra due mondi: quello del suo quartiere di origine, povero, culturalmente e socialmente degradato, a larga maggioranza afro-americano. E la scuola privata che frequenta, tutti i suoi nuovi amici e il suo ragazzo, tutti bianchi e benestanti. Due mondi che sembrano separati da barriere insormontabili, e che Starr stessa cerca di tenere distinti. Eppure, quando gli eventi precipitano, proprio il tentativo di trovare un’identità e imparare a far coesistere i due pianeti su cui si muove come un’equilibrista porteranno Starr a scoprire chi sia davvero.

Lo ammetto, il problema razziale in America lo conosco solo dai Late Show, o dai tg americani, spezzoni guardati con una certa distanza, con stupore certo, ma senza capire bene le dinamiche che portano un quartiere ad essere assediato (come accadde a Ferguson, nel 2014), o ancora come possono esserci così tante vittime della polizia, soprattutto di colore. Un mondo che vedo o intravedo nei film e nei telefilm, ma che appare sempre filtrato, ovattato; in una parola: distante. E con gli occhi di Starr finalmente si riesce a vedere dietro la cortina di fumo, dietro tutte le puntate del tg e i commenti dei presentatori/giornalisti. Si sale sulla macchina e si prova la sensazione di essere fermati da un poliziotto senza ragione, di avere un’arma puntata addosso, di vedere un ragazzo, un amico, morire così, senza motivo.

C’è il senso di perdita, ma anche l’idea di rivalsa che spinge Starr a trovare una forma di giustizia per Khalil e per tutti i ragazzi del ghetto, che non hanno prospettive se non lo spaccio, le gang, la droga. Certo, molti riferimenti, molti ambienti, molte situazioni, rimangono un po’ irreali, sfocate, difficili da concepire se non ci si è nati. Però mi ha anche ricordato la situazione in alcuni paesi/città, dove la mafia si è infiltrata così subdolamente in ogni anfratto, in ogni muro, in ogni casa, che per molti ragazzi sembra l’unica via, l’unica strada percorribile. Specie se lo Stato ha gettato la spugna, ha abbandonato – o non ha mai cominciato – la lotta per recuperare quei giovani, quella linfa così vitale per la criminalità.

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