Le assaggiatrici di Rosella Pastorino

Fra le pareti bianche della mensa, quel giorno diventai un’assaggiatrice di Hitler. Era l’autunno del ’43, avevo ventisei anni, cinquanta ore di viaggio, settecento chilometri addosso. Da Berlino ero venuta nella Prussia orientale, il luogo dov’era nato Gregor, e Gregor non c’era. Per sfuggire alla guerra, da una settimana mi ero trasferita a Gross-Partsch.

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La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato. Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.

È sempre sbagliatissimo avere aspettative su un libro. Sia che esse siano alte o basse, finiscono per incidere sul giudizio di fine lettura. Per esempio, io avevo aspettative altissime su questo romanzo, aumentate dalle recensioni ultra-positive lette praticamente ovunque sul web. E, proprio a causa di queste, il libro mi ha delusa. Sia chiaro, è un buon romanzo, con uno stile ricercato ed una trama non convenzionale. Eppure mi aspettavo di più. Difficile dire cosa di più, o quanto di più mi aspettassi. È il problema delle aspettative.

La prima metà del romanzo scorre lenta, senza particolari colpi; solo nella seconda metà mi è parso che il ritmo e la storia prendessero vita, acquistassero velocità e consistenza. Ma, una volta arrivata a fine romanzo, ho ancora quel senso di delusione. Anche per me stessa, per non aver saputo calibrare le aspettative. Ma anche per un romanzo che mi ha lasciato fredda. Sarà che sono acida inside, però non sono convinta della storia.

Rosa Sauer è una berlinese, per anni ha lavorato come segretaria finché con il nuovo marito Gregor si sposta in campagna, nella casa dei suoceri. E poi scoppia la guerra, Gregor è chiamato al fronte a combattere come ogni buon tedesco e Rosa si ritrova improvvisamente sola, con l’unica compagnia dei due anziani genitori del marito. E trova un lavoro come assaggiatrice del Führer. Hitler infatti teme che spie nemiche possano avvelenarlo, quindi si avvale di diverse donne che assaggiano le pietanze per lui. Il lavoro può essere mortale, ma è una delle poche possibilità per guadagnare e mangiare qualcosa ogni giorno. Le assaggiatrici si ritrovano via via a conoscersi e a convivere in uno spazio limitato, con bugie, segreti e inconfessabili colpe che le perseguitano. Le dinamiche tra le persone, assaggiatrici, SS, cuochi e tutti coloro che vivono nell’edificio, si intrecciano e si disfano; amicizie e amori, tutto viene messo alla prova e sotto costante tensione.

Rosa racconta la sua storia, una storia e una vita vissuta da “indifferente”, senza prendere posizione e lasciandosi vivere.

Il finale è inaspettato, ma anche un po’ stonato col resto della vicenda. La love story mi ha lasciata nel dubbio; c’era qualcosa che secondo me poteva essere sviluppato un po’ meglio: a volte sembra che lei e Albert siano amanti complici, altre sembra che lei sia quasi costretta. Non è chiaro. Non si può neanche parlare di amore, non so mi ha lasciato con un grande bah. Diciamo che il fatto che sia ambientato nella Germania di Hitler dà un tocco in più alla vicenda, però non abbastanza da definire questo volume un libro adatto a parlare di Shoah. Parla di indifferenza, ma la “soluzione finale” e la figura di Hitler rimangono sullo sfondo: sebbene Hitler venga citato una pagina sì e una no, rimane una figura quasi mitologica, invisibile e fondamentalmente inutile ai fini della trama.

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