Così in terra di Chrissie Foster con Paul Kennedy

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Autobiografia di una madre quando scopre che due delle sue figlie sono state stuprate dal prete della parrocchia. Il problema è che il prete molestatore, Kevin O’Donnell, era già stato accusato 30 anni prima di abusi alle gerarchie ecclesiastiche, e l’unica iniziativa presa era stata quella di trasferirlo in un’altra parrocchia, a contatto con altri bambini. Altri trasferimenti seguirono le denunce successive.

Quando Chrissie scopre che la figlia maggiore era stata abusata, scopre anche che non è l’unica vittima del prete. Per convivere con gli abusi, Emma inizia un percorso autodistruttivo che la porta a disturbi alimentari, alcool, droghe e tentativi di suicidio che la perseguitano da quando è una ragazzina. E non riuscirà mai a lasciarsi alle spalle gli abusi, suicidandosi a 25 anni. Il prete aveva abusato lei e molti altri bambini della parrocchia drogando le Coca-Cola che offriva alle prede. E aveva accesso alle prede sia nella parrocchia sia nella scuola di cui per anni fu preside. Il mondo di Chrissie crolla quando scopre degli abusi, e rimane ancora più sconvolta quando scopre che anche la secondogenita, Katie, venne stuprata dallo stesso prete. Anche Katie faticherà a venire a patti con la violenza subita, ubriacandosi ed entrando in depressione. Una sera, quando è ubriaca, viene colpita da un’automobile, e il danno la renderà disabile all’89%, privandola della memoria a breve termine e costringendola all’uso di una carrozzina.

E così una famiglia è stata completamente rovinata per le azioni di un uomo di Chiesa. Di nuovo, l’orrore non è solo negli abusi in sé, quanto nella longevità degli stessi abusi: parliamo di 30 anni di abusi attivamente coperti dalle gerarchie ecclesiastiche australiane, che avrebbero potuto risparmiare migliaia di bambini semplicemente prendendo azioni immediate dopo le prime denunce, negli anni ’50. Il silenzio omertoso, l’insabbiamento di ogni pratica e la totale mancanza di rispetto ed empatia per le vittime, spinge la Chiesa a usare i soldi come mezzo per silenziare anni di abusi. Alle famiglie abusate si offrono soldi per comprare silenzio, di solito pochi soldi. Per gli abusi di Emma la Chiesa offre 50.000 dollari, con una clausola: se si accettano i soldi si accetta anche di ritirare le accuse e di non portare mai più accuse ai membri del clero. Il tutto fuori dai tribunali statali.

Una storia che fa schifo, perché il prete accusato è stato protetto mentre le vittime sono state abbandonate. Una storia che fa schifo, perché un prete ha abusato del suo ruolo di pastore per cacciare tra i bambini. Una storia che fa schifo, perché quelli che si sono fatti avanti sono stati trattati come bugiardi e non come vittime. Una storia che fa schifo, perché Kevin O’Donnell è morto come padre O’Donnell: non è mai stato spretato. Una storia che fa schifo: la Chiesa ha chiesto scusa solo a parole ma non a fatti. Una storia che fa schifo, perché continua a succedere. La storia di Chrissie accade in Australia, scandali sono scoppiati in Irlanda e America, in Italia emergono scandali solitari (che però non diminuiscono il numero dei preti predatori nel nostro paese). Per le vicende scoppiate in America due film aiutano a riflettere sulla vicenda: il più noto forse è Il caso Spotlight, uscito nel 2015. L’altro invece è Deliver us from evil, un documentario del 2006 che segue uno scandalo in particolare, l’insabbiamento degli abusi operati da padre Oliver ’Grady. È lui stesso ad accusarsi degli abusi e raccontare la sua storia (un racconto molto inquietante, soprattutto se si considera che l’uomo è libero. Il prete ha confessato gli abusi e la gerarchia ecclesiastica ha coperto le sue azioni, trasferendolo di volta in volta in una parrocchia diversa. Il prete tra l’altro non solo è felicemente libero in Irlanda, ma non si è mai reso conto della gravità delle sue azioni).

Chrissie Foster è ancora attiva nella lotta alla pedofilia nella Chiesa: potete seguire le sue battaglie alla sua pagina twitter: https://twitter.com/chrissiefoster7

 

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