Sangue giusto di Francesca Melandri

Roma, agosto 2010. In un vecchio palazzo senza ascensore, Ilaria sale con fatica i sei piani che la separano dal suo appartamento. Vorrebbe solo chiudersi in casa, dimenticare il traffico e l’afa, ma ad attenderla in cima trova una sorpresa: un ragazzo con la pelle nera e le gambe lunghe, che le mostra un passaporto. «Mi chiamo Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti» le dice, «e tu sei mia zia.» All’inizio Ilaria pensa che sia uno scherzo. Di Attila Profeti lei ne conosce solo uno: è il soprannome di suo padre Attilio, un uomo che di segreti ne ha avuti sempre tanti, e che ora è troppo vecchio per rivelarli. Shimeta dice di essere il nipote di Attilio e della donna con cui è stato durante l’occupazione italiana in Etiopia. E se fosse la verità? È così che Ilaria comincia a dubitare: quante cose, di suo padre, deve ancora scoprire? Le risposte che cerca sono nel passato di tutti noi: di un’Italia che rimuove i ricordi per non affrontarli, che sopravvive sempre senza turbarsi mai, un Paese alla deriva diventato, suo malgrado, il centro dell’Europa delle grandi migrazioni. Con Sangue giusto Francesca Melandri si conferma un’autrice di rara forza e sensibilità. Il suo sguardo, attento e profondissimo, attraversa il Novecento e le sue contraddizioni per raccontare il cuore della nostra identità.

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Finalista al Premio Strega 2018, il romanzo si propone di gettare una nuova luce su più temi particolarmente spinosi, come il madamato e la migrazione dall’Africa. Ci vuole coraggio per affrontare uno, figuriamoci DUE temi delicatissimi in un solo romanzo. E devo dire che la Melandri ci riesce, almeno parzialmente: riesce a mischiare senza esagerare troppo passato e presente, dal razzismo permeante durante la spedizione italiana in Abissinia (attuale Etiopia) fino ad un’altra, più subdola, forma di razzismo, che sta dilagando ai nostri giorni (anche se il romanzo è ambientato nel 2010). Sviluppandosi su due piani storici, il passato di Attilio Profeti, quando è un semplice soldato in Africa, e il presente, quando Attilio ormai ultranovantenne sta morendo, si dipanano diverse vicende storiche oscure e obliate, che seguono un’Italia ormai dimentica del suo passato.

Il tema del madamato per me è sacro. Nel senso che l’ho scoperto per caso qualche anno fa e non sono più riuscita a liberarmene; è uno degli aspetti meno studiati dell’occupazione italiana in Africa (anche se in realtà l’intera storia del colonialismo è poco divulgata). E cos’è il madamato? Una pratica diffusa tra i soldati italiani, che prevedeva la condivisione del letto e della casa con una donna africana, che diventava a tutti gli effetti una sorta di concubina. Lo status di madama venne inizialmente appoggiato da Stato (la canzone Faccetta Nera fascista nasce proprio in questo contesto) e Chiesa, almeno fino alla promulgazione delle leggi sulla razza che cambiano radicalmente la situazione e l’ideologia fascista. Nei primissimi anni del conflitto la possibilità di conoscere donne africane fu un’abile mossa propagandistica per convincere e promuovere la campagna in Abissinia, e anche nelle colonie si favoriva l’utilizzo delle etiopi per sfogare gli istinti:

Le decine di migliaia di giovani maschi del corpo d’armata avevano lasciato in Italia mamme, sorelle, fidanzate che erano intoccabili vestali della Virtù, dell’Anima e del Focolare. Qui si ritrovavano una sconvolgente abbondanza di corpi nudi verso i quali erano esentati da qualsiasi obbligo di buona creanza. […] Tutta questa intesa attività erotica era quindi oggetto di una logistica oculata. Ad Adua, già conquistata anzi vendicata prima dell’arrivo in Africa di Attilio, fu diffuso un foglio firmato dal responsabile delle furerie. Vi si istruivano i nuovi arrivati a seguire il colore del cencio appeso sull’uscio delle capanne locali. Giallo indicava corpi di qualità alta per giovinezza e avvenenza, riservati agli ufficiali; bianco, mercanzie adatte a civili e soldati semplici; verde, ciò che era lasciato ad ascari e indigeni collaboratori: donne brutte, con difetti fisici, molto scure di pelle o vecchie, cioè maggiori di diciott’anni. I prezzi variavano di conseguenza. Per chi alla varietà preferiva l’abitudine c’era anche la possibilità di contrarre un matrimonio a tempo – due o tre mesi – con ragazze dai dodici anni in su. Queste si comportavano come mogli a tutti gli effetti: seguivano il soldato nella sua tenda, gli pulivano i vestiti, imparavano a cucinare i manicaretti preferiti, facevano mille moine. Infine c’era una categoria fuori mercato, non indicata da alcun pezzo di stoffa: le vergini, definizione che includeva sia undicenni al loro primo mestruo che bambine di sette, otto anni o perfino meno.

Sul colonialismo italiano si dovrebbero aprire discussioni giornaliere sulle atrocità commesse, dallo stupro di migliaia di donne e bambine, all’uso di gas chimici (proibiti dalla convenzione di Ginevra, motivo per cui l’Italia venne pesantemente sanzionata dalle altre nazioni). La campagna bellica italiana, presentata come un trionfo dal fascismo, fu di fatto una catastrofe umanitaria rimasta per lo più dimenticata e sepolta. Su quello che accadde dopo all’Etiopia, lì si entra nel buio totale. Io per prima non so nulla dell’Etiopia: è uno di quei paesi di cui non si parla mai, ma, come viene spiegato nel romanzo, negli anni scorsi, come in molti altri Stati africani, si è insediata una feroce dittatura. E dittatura vuol dire sempre brutalità, omicidi, rapimenti, torture. E così è anche in Etiopia, da dove scappa un nipote di Attilio, Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti; dopo un lungo viaggio e l’inevitabile stazionamento nei terribili centri libici, Shimeta giunge in Italia in cerca di quel soldato italiano che, durante la campagna etiope, ha avuto una relazione con una ragazza, Abeba, salvo poi partire prima di scoprire di essere divenuto padre. Quel figlio che Attilio non ha mai conosciuto ormai è morto, vittima della dittatura, ma suo figlio è vivo, speranzoso di conoscere il nonno, quando si presenta sulla soglia di Ilaria Profeti. All’inizio la donna non sa che fare, ma ben presto si domanda quali altri misteri e segreti abbia nascosto il padre durante la sua campagna africana: indagando si scopre una collaborazione con uno dei massimi sostenitori della differenza biologica tra razze, Lidio Cipriani, utilizzo di gas chimici, tortura e distruzione della cultura etiope, mischiata alla storia europea tra ebrei, comunisti e fascisti.

Nel romanzo la Melandri costruisce una forte critica sociale sia alla situazione dell’epoca – sulla guerra in generale, e sull’Etiopia in particolare – e a come venne gestita (ovviamente male), mischiando una critica sociale contemporanea al trattamento degli immigrati. Ora, sebbene sia d’accordo con tutto ciò che la Melandri scriva (e sottintenda), il romanzo si fa poco romanzo e troppo critica sociale. Di nuovo, ritengo sia coraggiosa la scelta di affrontare un tema praticamente sconosciuto, però c’è troppa carne al fuoco, e il lettore finisce per perdere un po’ il focus. Un altro aspetto che secondo me può scoraggiare molti è la politicizzazione abbastanza marcata del volume: per apprezzarlo davvero (secondo me, poi magari sbaglio) bisogna essere della stessa idea politica della scrittrice, e questo esclude una laaaaaarga fetta della popolazione: vi sono riferimenti plateali ad un governo, quello di Berlusconi, messo alla berlina (per esempio viene ricordato il caso della “nipote di Mubarak”). Di nuovo, non viene detto niente di falso, anzi; resta il fatto che un sostenitore di quel partito forse non sarebbe così propenso a continuare la lettura del romanzo.

Qualche anno fa ho trovato su Academi.edu un articolo molto interessante proprio sul madamato in Etiopia (in lingua inglese), per chi fosse interessato ecco il link (per leggerlo bisogna iscriversi al sito – io ve lo consiglio, si trovano una marea di articoli fatti BENE su qualsiasi aspetto dello scibile umano):

http://www.academia.edu/8584111/Madamato_and_Colonial_Concubinage_in_Ethiopia_A_Comparative_Perspective

 

 

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