La cattiva strada di Sébastien Japrisot

Fosse anche la cattiva strada, l’abbiamo presa insieme. E da questo punto di vista siamo sulla buona strada.

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Questa è la storia di un amore. Un amore indomabile, travolgente. E innanzitutto proibito. Quello che lega un ragazzo appena quattordicenne a una suora che di anni ne ha ventisei. La passione che vivono, fino in fondo e senza rimorsi, queste due giovanissime creature viene raccontata con candore e precisione, senza compiacimenti e senza moralismi, da uno scrittore che all’epoca ha solo diciott’anni. In questo romanzo dotato di una grazia quasi prodigiosa percepiamo, tra Denis e suor Clotilde, una tensione erotica palpabile, bruciante: e ogni qualvolta ci sono loro due, soltanto loro due, la pagina è come illuminata. Gli altri – genitori, autorità scolastiche, gerarchie ecclesiastiche – faranno tutto quanto è in loro potere per opporsi a quell’amore. Ma non vi è migliore risposta dell’epigrafe apposta al libro dall’autore stesso: «Credi nel tuo Dio se puoi, ma credi soprattutto nella vita. Se la tua vita dimentica il tuo Dio, tieniti stretta la vita…». Non è un caso che Emmanuel Carrère abbia definito Japrisot «un grande scrittore», «uno dei più originali del suo tempo».

Questo romanzo era nel mio radar da qualche mese, e finalmente sono riuscita a leggerlo. Come tutti i romanzi pubblicati dalla Adelphi, è scritto bene, con una traduzione precisa e curata. E già questo non è scontato.
Sébastien Japriset, pseudonimo di Jean-Baptiste Rossi, scrisse quest’opera appena 19enne. Pubblicato nel 1950, il romanzo è ambientato nella Marsiglia dell’occupazione nazista, uno sfondo opprimente ma quasi necessario. Necessario perché quell’occupazione di fatto sancisce la libertà dei protagonisti, una libertà effimera e di breve durata che termina, quasi chiudendo a cerchio la vicenda, proprio con la fine della guerra. Una libertà sperimentata dimenticandosi completamente delle rigide norme sociali e del giudizio della gente, un amore “nascosto” e “protetto” dalla guerra e dall’occupazione, che rilassa inevitabilmente i controlli e i codici morali.

Non appena la guerra si allontana però, l’amore dei due protagonisti sembra non avere scampo.

Ora, il tema è molto complesso e delicato: da un lato sicuramente lo scrittore tifa per i due protagonisti e per il loro amore, che Japrisot presenta come puro, onesto, non scalfito da regole o pregiudizi. Dall’altro c’è l’ingombrante questione di un rapporto che rasenta la pedofilia. Ribadisco, lo scrittore parteggia apertamente per la storia d’amore, una storia che nasce e se ne infischia del mondo attorno, presentandoci anche due protagonisti che, sebbene per età anagrafica abbiano 12 anni di differenza, allo stato dei fatti siano quasi coetanei nel modo di pensare e ragionare. Claude infatti è entrata in convento da bambina, e la relazione con Denis è di fatto la sua prima esperienza, tant’è che in molte scene i ruoli sembrano invertiti e il ragazzo sembra il vero adulto del rapporto. Dall’altro Denis, appena 14enne, scopre per la prima volta la passione e il desiderio, e, come tutti gli adolescenti, non si cura del mondo attorno. L’età non viene mai citata tra i due, non è un argomento di conversazione, non esiste un prima e un dopo, ma solo l’attimo. Sono gli altri a scandalizzarsi: dalla superiora di Claude, ai genitori di Denis fino agli abitanti della cittadina in cui i due vivono. Saranno loro a condannare una relazione vista come sbagliata: dal punto di vista della legge e dal punto di vista della religione, perché Claude ha preso i voti. E anche qui l’autore mostra come la condizione di suora, quel saio che suor Clotilde indossa, le permette nella prima metà del romanzo di godere di molte più libertà delle coetanee. Smessi i suoi abiti religiosi, Claude non è più protetta dal proprio status, e diventa una semplice donna, accusata di un crimine contrario alla morale che la porterà alla feroce condanna popolare nell’ultima parte del romanzo. Japrisot concentra l’attenzione sull’impatto della morale sociale, che distrugge un amore nato spontaneamente, puro, ed onesto, incurante dei vincoli sociali. E questo punto di vista viene quasi inculcato nel lettore, che, fedelmente, supporta fino alla fine i due protagonisti contro una società rigida e ingiusta. Rimane il tarlo, un dubbio impossibile da estirpare su ciò che Japrisot suggerisce: si può davvero abbandonare ogni norma e ogni morale per vivere l’amore? Per Japrisot la risposta è suggerita già nell’epigrafe:

Credi nel tuo Dio se puoi,
ma credi soprattutto nella vita.
Se la tua vita dimentica il tuo Dio, tieniti stretta la vita.
Se il tuo Dio ti impedisce di vivere, abbandona il tuo Dio.
La tua vita è l’unica cosa che hai
E, chiunque tu sia, il tuo Dio non è il mio.

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