Scarpe scarlatte di Antonio Grassi

Pubblicato dalla C.A.SA Edizioni, questo giallo segue Daniele Segretari, poliziotto della DIA che indaga su una serie di morti sospette, collegate tra loro, e su una sfuggente rete di “vendicatori”, chiamati Scarpe Scarlatte.

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Prima cosa da sapere del romanzo: questo non è il primo libro dedicato a Daniele Segretari. Io gli altri non li ho letti, eppure la storia è stata chiarissima, anzi se non avessi letto il risvolto di copertina non avrei mai detto che fa parte di una serie.
L’ho scelto perché è ambientato vicino a dove abito, e quindi i luoghi citati, che di solito sono indistinte macchie evanescenti, sono invece luoghi che ho ben presenti e che non ho dovuto immaginare.
La storia parte con la morte di un individuo losco, Ferruccio Pianalti, proprio fuori dall’ospedale di Crema dove si era recato per i controlli del suo ICD. Primo grande dramma. Cosa è mai un ICD? Ho cercato, e si tratta di un defibrillatore automatico impiantabile (una sorta di pacemaker per intenderci).
E quest’uomo, secondo alcune lettere anonime recapitate a vari individui, tra cui il cardiochirurgo che questo ICD l’ha impiantato e Daniele Segretari, è stato ucciso. Ucciso da un hacker che, infiltrandosi nel sistema dell’ICD, ha provocato l’arresto cardiaco in Pianalti. Un omicidio pulito, che non lascia tracce. Daniele Segretari, seguendo la pista delle lettere anonime, indaga sul caso, scoperchiando una rete di truffe, reati e depistaggi. Si profila anche una sorta di associazione che, su internet pubblica nomi e foto di violentatori, gente che ha commesso stupri ma non ha mai pagato per le sue colpe. Un’associazione che sembra cercare la morte dei colpevoli, senza sporcarsi le mani.
La vicenda è interessante e coinvolgente per tutta la prima parte del romanzo; da metà inizia a rallentare il ritmo, a farsi anche più confusa per la miriade di personaggi introdotti. Il finale arriva troppo tardi.

Ci sono stati alcuni aspetti che secondo me hanno reso meno coinvolgente la lettura. Innanzitutto la ripetizione quasi ossessiva del fatto che Pianalti è morto perché un hacker si è introdotto nel suo ICD. Questa affermazione, con termini più o meno simili, viene ripetuta non so quante volte nel romanzo. L’abbiamo capito la prima volta, va bene ripeterlo una o due volte, ma alla terza ripetizione diventa noiosa.

Un altro aspetto che non mi ha convinto riguarda il linguaggio scurrile usato dai personaggi, in particolare Daniele Segretari. Capisco che si sia cercato di dare una patina di realismo alle conversazioni, ma le continue imprecazioni e l’uso di linguaggio volgare alla lunga mi hanno infastidita. Non sono bigotta, anzi sembro un camionista durante un blocco del traffico, però trovo che in un romanzo questo linguaggio sfianchi e renda meno facile empatizzare con i protagonisti. Conversazioni costellate di “cazzo”, “merda” et similia distrae l’attenzione del lettore, e appare superflua.

Il momento che mi ha veramente inacidito, rendendomi Segretari antipatico a morte, accade però verso la fine del romanzo. È un mini spoiler, quindi se volete leggere il romanzo, potreste rovinarvi uno dei risvolti. Daniele Segretari scopre che la sua compagna Flavia anni prima ha subito un tentativo di stupro. Ancora ragazza, rimane scossa dall’evento, con un disturbo da stress post-traumatico, seguita anche da una professionista per superare l’esperienza. Di questo non ha mai parlato a Segretari. La cosa che mi ha mandato in bestia è la reazione di Segretari quando viene a scoprire di questo evento nel passato di Flavia. Perché Segretari che fa? Si incazza con la compagna. Sì, avete letto bene: si incazza perché lei non glielo ha detto. E va avanti qualche giorno a rimuginarci finché lei, LEI, non gli chiede scusa. La donna deve chiedere scusa all’uomo perché ha rischiato di essere violentata. E ha osato tenere per sé un trauma del proprio passato. In questo punto mi è stato chiarissimo che lo scrittore fosse un uomo. Perché accusare una donna di tener nascosta una violenza e doversene scusare è una cosa che nessuna donna scriverebbe. Flavia subisce un trauma importante, e la scelta di condividere o meno questo trauma con chi vuole è un suo diritto. Come è suo diritto non volerne parlare, o non essere pronta a farlo.

In quattro ore si era riconciliato con Flavia, ma non era certo di averla perdonata. Si perdonavano i bambini, non le mogli, le compagne, le fidanzate. Non riusciva a scacciare dalla testa il silenzio di lei sulla violenza. No, non gli aveva mentito. Gli aveva taciuto un tentativo di violenza, non di avere rubato un vasetto di marmellata!

Questo pensiero riassume anni e anni di profondo maschilismo: quindi la donna, non parlando della violenza subita, diventa in qualche modo colpevole? “Gli aveva taciuto un tentativo di violenza, non di avere rubato un vasetto di marmellata!”. Ma stiamo scherzando?
Questo risvolto – che si trova verso la fine del romanzo – ha completamente rovinato la lettura delle ultime pagine.

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