L’idiota di Elif Batuman

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Selin ha diciotto anni e grandi aspettative, ma non è una diciottenne come tutti, o almeno così crede. Lei è la ragazza prodigio che ha letto sempre un libro più degli altri, e pensa di aver già fatto ogni esperienza possibile attraverso le pagine dei romanzi che ama. Ma al primo anno di università scoprirà che purtroppo le persone non sono personaggi e forse le certezze dei libri non sono poi così certe. Scoprirà che l’amore è più strano, banale eppure complesso di quanto si potrà mai leggere. Scoprirà di essere un’idiota, come tutti.

Finalista al premio Pulitzer, questo romanzo è magistrale. Se poi mi chiedeste di cosa parla, la risposta sarebbe quasi comica, perché non sembra esserci una trama. O meglio, la trama esiste, e segue Selin, una studentessa universitaria, al suo primo anno ad Harvard. Dodici mesi, dai banchi del college fino al viaggio a Parigi e in Ungheria, per concludersi nella madrepatria di Selin, la Turchia. Però trovo che la trama sia un mero pretesto per parlare e descrivere delle sensazioni, quelle emozioni tipiche di chi sta cercando se stesso. Mi ha ricordato Parlarne tra amici, proprio perché entrambe le protagoniste sono figure ancora nel limbo della vita, quasi in un periodo di stallo. Selin non sa bene quello che cerca, né quello che vuole. Dall’università, da Ivan, neppure da se stessa. Questo romanzo è una ricerca costante: ricerca di Selin, che vive il mondo attraverso le proprie emozioni, in cui ogni corso universitario, ogni lezione, ogni viaggio, ogni esperienza, vengono vagliate alla ricerca di una profondità e di un significato che sembra inesistente. E Selin cresce, a spizzichi e bocconi, con calma e senza colpi di testa.

Non è una lettura densa di colpi di scena o avvenimenti; tutti gli eventi, di fatto, vengono sminuiti da Selin e dal suo punto di vista, come è giusto che sia. Il viaggio in Europa viene incentrato su Ivan, sulle sue visite, sui minuti che Selin passa con lui. Il resto rimane sullo sfondo, come un surplus.

E niente, mi sono ritrovata in Selin, nel suo pensiero e nel suo modo di fare, quando avevo la sua età.

Ho letto recensioni che sottolineavano la mancanza di un’evoluzione, la mancanza di fatti della storia. Ma credo sia proprio questo il punto: durante gli anni dell’adolescenza non contano tanto i fatti, quanto come li si percepisce e i sentimenti che quei fatti fanno emergere. Poi è vero: non è uno di quei libri scorrevolissimi che si leggono in un paio d’ore. E non bisogna aspettarsi una storia propriamente detta o un’evoluzione lampante della protagonista, da timida universitaria a donna in carriera. Anche la relazione con Ivan, il ragazzo che segue con lei il corso di russo, non è una vera e propria storia d’amore: si tratta di mail, a volte assurde, che i due si scambiano; in Ungheria, liberati dal giogo universitario e privi di internet, avverrà il vero e proprio dialogo, l’esternazione dei sentimenti. Nonostante tutto la relazione resta platonica, ma comunque vivissima. Ovviamente, come tutti i cambiamenti, sono piccoli passi, quasi impercepibili, quelli che segnano la protagonista.

Una storia di formazione a tutto tondo, scolastica e personale, che pone Selin di fronte ad una vita diversa, gettandola alla cieca al college, dove ha grandi aspettative di sapere e conoscere, fino alla vita extra scolastica, con viaggi e incontri che rielabora a proprio modo.

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