Resto qui di Marco Balzano

L’acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E così, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all’improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l’altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine.

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Quante volte ci siamo illusi di essere sulla strada giusta. È una storia che non ha ragione di riaccadere nelle parole. Ti racconterò invece della vita di noi, del nostro essere sopravvissuti. Ti dirò quello che è successo qui a Curon. Nel paese che non c’è più.

Preso in biblioteca più per seguir la massa e per una copertina incredibilmente accattivante che per reale interesse, non avevo particolari aspettative sul romanzo. Non sapevo neanche la trama. E invece, mi sono dovuta ricredere perché, se parte lentamente, questo è un romanzo che rimane. Per tutto il romanzo non ho potuto fare a meno di pensare a Fontamara di Silone, per le analogie evidenti tra i due: entrambi raccontano storie di poveri contadini, di fascismo e di soprusi nei confronti dei più deboli, degli indifesi, di coloro che non possono o non riescono a far sentire le proprie ragioni. Erich, il marito di Trina, vorrebbe gridare al mondo che quella diga, quella terra, è la loro. Che quelle case semi abbandonate sono le loro case. Che quei boschi e quelle fontane sono loro. E cerca di convincere gli abitati del piccolo borgo di Curon ad intraprendere iniziative, a far sentire la loro voce prima che sia troppo tardi. E lo fa anche prima, quando i fascisti iniziano una campagna contro tutti i sudtirolesi, obbligandoli ad un’italianizzazione forzata; lo fa contro il nazismo, visto da molti abitanti del luogo come l’unica alternativa. Lo fa durante la diserzione, in condizioni precarie con la moglie nel gelido inverno alpino. La sua lotta finisce nel momento in cui gli tolgono la sua casa, la sua terra. Quella terra che non ha mai voluto abbandonare. Quell’attaccamento alla terra già lodato da Verga, un attaccamento viscerale, che solo gli anziani sembrano condividere; un attaccamento che scompare, lentamente, lasciando i borghi ed intere vallate spoglie, come se la Storia lì, non fosse mai esista.

Il dramma, credo sconosciuto ai più, di ciò che i sudtirolesi hanno subito durante il fascismo e la guerra sono raccontati con poche, essenziali righe. Eppure da queste pagine emerge la disperazione di un’intera popolazione, di un’intera cultura che, lentamente, è stata spazzata via. Dal fascismo, che impone l’uso della lingua italiana e una forte presa di posizione antitedesca iniziale, fino alla guerriglia e alle lotte partigiane. In questo territorio la gente non è né italiana né tedesca, ma vive in una situazione di stallo, ideale finché non dirompe il conflitto. E dopo niente è come prima.

Parlavamo di quanto era buona la carne, di quanto era bello il posto, ma oltre a questo non sapevamo che dirci. Forse perché dopo la guerra, insieme ai morti, bisogna seppellire tutto ciò che si è visto e si è fatto, scappare a gambe levate prima di diventare noi stessi macerie. Prima che gli spettri diventino l’ultima battaglia.

Resto qui si intitola il romanzo di Balzano. E la storia in effetti resta con il lettore, aggrappata alla memoria, indelebile.

Nessuno può capire cosa c’è sotto le cose. Non c’è tempo per fermarsi a dolersi di quello che è stato quando non c’eravamo. Andare avanti, come diceva Ma’, è l’unica direzione concessa.

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