La ragazza che sorrideva perline di Clemantine Wamariya

«Sono Clemantine, sono Clemantine, sono Clemantine! Non mi voglio perdere. Sono Clemantine!». Pensavo che se avessi dichiarato il mio nome abbastanza volte, la mia identità sarebbe tornata al suo posto. Scrivevo il mio nome sul terriccio. Scrivevo il mio nome nella polvere. Ma un nome è una copertina, un segnaposto, non è tutta la storia. Un nome è una bacinella che perde, per cui devi riempirla di continuo. Se non lo fai, si prosciuga e non resta altro che un guscio, secco e vuoto.

Kigali, Ruanda, 1994. Quando il destino del suo paese prende una svolta inaspettata, Clemantine Wamariya è una bambina come tante, intraprendente e viziata, una ficcanaso troppo sveglia per i suoi sei anni. A casa spesso manca l’acqua e l’elettricità, le tende devono restare chiuse, non si può più andare all’asilo ed è vietato giocare sull’albero di mango in giardino. È un continuo «ssssh!», mentre fuori si sente il rumore delle granate. Insieme alla sorella maggiore Claire, presto Clemantine è costretta a fuggire alla ricerca di salvezza, vagando da un campo profughi all’altro per sei anni, attraverso sette paesi africani. Affamate, recluse e maltrattate, senza più notizie dei propri genitori, le due ragazzine affrontano un viaggio fatto di solitudine, violenza ed estreme durezze, ma anche di rare gentilezze e inaspettati sorrisi. Conforto al male che le accerchia è il ricordo delle storie che la tata Mukamana raccontava ogni giorno, come quella, quasi profetica, di una bambina bellissima e magica, con un sorriso così luminoso da far scaturire una cascata di perline. Clemantine comprenderà il significato della parola «genocidio» solo dopo aver trovato asilo negli Stati Uniti, dove la memoria delle vittime dell’Olocausto la aiuterà a dare voce a una tragedia così personale e, apparentemente, intraducibile a parole. La ragazza che sorrideva perline è un memoir intenso e commovente, in cui all’incalzante incedere della narrazione fa eco una preziosa capacità riflessiva che invita a interrogarsi su temi fondamentali come il ruolo della memoria, la natura della nostra umanità, e su come non bisogna mai perdere la capacità di sperare oltre ogni lecito limite.

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Devo fare una doverosa premessa prima di recensire questo volume. L’ultimo mese, è stato un periodaccio sul piano lavorativo: non sono riuscita a leggere né recensire adeguatamente neanche la metà dei libri letti; non ho avuto tantissimo tempo per leggere, tant’è vero che mi sono ritrovata a sfogliare graphic novels per non restare a bocca asciutta (ed il mondo delle graphics è stato una scoperta fantastica), e, soprattutto, tornavo da lavoro talmente stanca da non riuscire a immergermi nelle letture più “impegnate”. Tutte le recensioni comparse nel blog in quest’ultimo mese infatti erano già state programmate dal mese precedente, perché immaginavo lo stato di totale sopraffazione di impegni. Non potevo immaginare, però, la stanchezza totale. Molte delle recensioni che usciranno nei prossimi articoli sono dettati, in parte, anche da questa stanchezza che mi ha reso indigesti, o poco godibili, dei romanzi oggettivamente belli ma che meriterebbero di essere letti con attenzione e tranquillità. Stessa sorte è toccata anche a questo saggio autobiografico di Clemantine Wamariya: è un racconto potente e toccante, ma non mi ha coinvolto al punto giusto, né è riuscito a farmi immergere completamente nella vita di Clemantine.

La storia, un’autobiografia di una bambina rifugiata che scappa dal genocidio ruandese, è narrata con grande onestà. Clemantine ci descrive non solo le lotte quotidiane per raggiungere la pace, la fuga dal Ruanda, la vita nei campi e lo stato di rifugiata, ma anche lo smarrimento una volta giunta negli Stati Uniti, la difficoltà di digerire e assimilare la tragedia consumatisi.

Di fatto la protagonista non vive in prima persona il genocidio: né lei né i suoi genitori sono colpiti dall’attacco tra Hutu e Tutsi che scuote il paese africano nel 1994 (i numeri delle vittime sono ancora sconosciuti, le stime si aggirano tra 800.000 e 1.000.0000). Però sicuramente ne subisce le conseguenze. Clemantine, insieme alla sorella Claire e alla figlia di quest’ultima, Mariette, scappa dal suo paese quando è ancora una bambina. Dai 6 ai 12 anni attraversa 6 paesi diversi dell’Africa, tra campi profughi e povertà assoluta, fino a giungere negli Stati Uniti, dove vive tuttora.

La sua storia è appassionante, ma non mi ha coinvolta moltissimo: forse i continui salti temporali, tra passato e presente, tra anni diversi e lontani tra loro, ha spezzato la narrazione e, soprattutto, quel filo conduttore che mi avrebbe permesso di farmi trascinare dalla vicenda. Una nota di merito per la sincerità di Clemantine, nei suoi continui richiami agli anni della fuga e alle esperienze che l’hanno segnata, la rabbia che ancora la attanaglia, la fatica di condividere e di “far vivere” ad altri la tragedia del genocidio.

È un libro che scorre lento, e che necessita di tempo: tempo per immergersi nella storia, tempo per leggere con calma la vicenda, tempo per apprezzare una narrativa non lineare e riflessiva. Quel tempo insomma, che io non ho avuto o non ho saputo dare.

Qui potete trovare un intervento della scrittrice al TED:

 

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