L’animale femmina di Emanuela Canepa #PrideMonth

Rosita è scappata dal suo malinconico paese, e dal controllo asfittico della madre, per andare a studiare a Padova. Sono passati sette anni e non ha concluso molto. Il lavoro al supermercato che le serve per mantenersi l’ha penalizzata con gli esami e l’unico uomo che frequenta, al ritmo di un incontro al mese, è sposato. Ma lei è abituata a non pretendere nulla. La vigilia di Natale conosce per caso un anziano avvocato, Ludovico Lepore. Austero, elegante, enigmatico, Lepore non nasconde una certa ruvidezza, eppure si interessa a lei. La assume come segretaria part time perché possa avere più soldi e tempo per l’università. In ufficio, però, comincia a tormentarla con discorsi misogini, esercitando su di lei una manipolazione sottile. Rosita la subisce per necessità, o almeno crede. Non sa quanto quel rapporto la stia trasformando. Non sa che è proprio dentro una gabbia che, paradossalmente, si impara a essere liberi.

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Bella la trama, soprattutto i flashback del passato; finale un po’ troppo piacione, ma carino. Di fatto, nonostante la protagonista sia Rosita, al lettore di lei interessa pochissimo. Tutta l’attenzione di concentra sull’avvocato per cui lavora, Ludovico Lepore, un uomo che prova un piacere quasi sadico a fare commenti misogini di fronte a Rosita. Lei ne esce ammaccata, ma anche rinforzata, quasi come se quest’esperienza la rendesse una donna più consapevole. La storia d’amore gay ambientata tra la fine degli anni ’50 e l’inizio del ’60 è la parte più emozionante dell’intero romanzo, così come il finale. Ribadisco un finale che mi è parso quasi necessario per dare una chiusura all’arco vitale di Ludovico, ma anche una sorta di speranza al lettore.

Comunque io non capisco bene perché se uno è un gay represso debba essere per forza misogino, indipendentemente dalla vita e dalle scelte che ha fatto.

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