L’amore migliora la vita di Angelo Longoni #PrideMonth

“Due famiglie, totalmente differenti, si trovano costrette, improvvisamente, a condividere un problema. È già molto difficile lavare i panni sporchi in famiglia; lavarli non in una ma in due, lo è molto di più. La difficoltà diventa enorme se poi si devono mettere al riparo le persone che, quei panni, li hanno sporcati”.

Ho serie perplessità su titolo e copertina, che secondo me sminuiscono un po’ il romanzo e il suo contenuto (anche se il tono ironico del titolo ha un suo perché). Ho deciso volutamente di non inserire la trama del romanzo all’inizio, perché anche quella che si trova nell’aletta interna contiene spoiler importanti. Continuando la lettura verrà rivelata parte della trama.

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L’amore dovrebbe mettere tutti al riparo da ogni ingiustizia e paura ma, purtroppo, le scelte legate alla sfera affettiva sono spesso causa di meschinità e incomprensioni generate dall’ottusità di coloro che, attribuendo alle proprie convinzioni una verità assoluta, si oppongono alla molteplice vastità di idee e prerogative dell’essere umano. ”L’amore migliora la vita” è una storia sulla necessità di comprendere se stessi e le persone che più dovremmo amare; è un romanzo che racconta le miserie quotidiane che ognuno vive, subisce o fa subire. Due coppie di genitori si trovano per discutere di un problema che riguarda i propri figli maschi appena divenuti maggiorenni. All’inizio i quattro sembrano essere molto civili e dimostrano di avere a cuore solo il bene dei propri ragazzi ma, quando si tratta di discutere della loro omosessualità e della loro volontà di vivere apertamente il loro amore, le cose si complicano. Madri e padri mettono in luce tutta la loro fragilità morale, diventano violenti, paurosi, meschini, facendo emergere anche le loro difficoltà di coppia e le loro frustrazioni. Non importa quale sia la loro provenienza sociale o la loro estrazione culturale; sono tutti inadeguati a mettere mano seriamente al proprio ruolo genitoriale. Ma se gli adulti si comportano male, anche i giovani non sono da meno. Mentre i genitori sono a cena, i due ragazzi vivono una situazione nella quale l’aggressività verbale dei loro coetanei diventa violenza fisica. Picchiare un omosessuale, uno straniero o un diverso non è poi tanto differente dal parlarne con disprezzo o con derisione. Come contraltare della comicità che ridicolizza i genitori, la storia dei due giovani è carica d’azione e di pericolo. Un banale diverbio su un campo sportivo si trasforma rapidamente in un’azione violenta che ha come sfondo l’omofobia e riporterà le famiglie a riconsiderare ogni aspetto della loro vita.

Il punto è che per le prime 100 pagine non si sa bene perché questi genitori siano riuniti a cena: sappiamo che è successo qualcosa, e riguarda i figli, ma non si sa bene cosa. Sia i dialoghi tra le coppie di genitori, sia quelli tra Matteo ed Edoardo, i figli, non chiariscono nulla di preciso. Il romanzo ha circa 300 pagine, questo significa che per un terzo del romanzo il lettore non dovrebbe sapere che i due ragazzi siano gay. Certo, se lo scrivi in seconda di copertina il mistero va a farsi benedire. Il dialogo, la confusione o la sotterranea vena di agitazione che coinvolge tutte le parti in causa all’inizio non sono più sorprendenti, ma si sa già il “mistero”. Il romanzo infatti mi ha ricordato molto La cena di Herman Koch, in cui due coppie di genitori si ritrovano a discutere di un non ben definito problema coi rispettivi figli, salvo poi scoprire l’amara verità che si dipana nel corso della cena. L’ispirazione mi sembra arrivi proprio da lì. Ma qui Longoni cerca di approfondire un tema ancora (inspiegabilmente) delicato in Italia, quello dell’omosessualità. Mi è piaciuta l’idea di base e lo svolgimento, seppure a volte cada nello scontato o nel sensazionalistico, è scorrevole.

Ho più perplessità sui personaggi e la loro caratterizzazione, che ho trovato stereotipata: i genitori appaiono quasi macchiette nella loro rigidità, come se interpretassero un ruolo ben preciso. Franco, violinista colto e appassionato, segretamente alcolizzato, ironico; la moglie Silvia, giornalista intellettuale e di idee quasi progressiste. E i genitori di Edoardo, Anna e Marco, che ho trovato molto più scontati: Anna è la classica donna ricca e borghese, preoccupata dalle apparenze; Marco un arricchito intellettualmente povero, che ama sfoggiare la propria prosperità economica con mezzi pacchiani.

Lo stile del romanzo mi ha ricordato moltissimo una sceneggiatura – del resto lo scrittore è anche drammaturgo e regista – quindi ho proprio “visto” alcune scene come in un film. La stessa struttura del romanzo, costellata da brevi momenti, immagini come scolpite, fanno pensare ad un lavoro pensato per la televisione. La scelta di passare da un capitolo con protagonisti i genitori a quello con i figli, sempre dividendoli, mi è parsa molto “televisiva” (e già sogno una miniserie fatta bene tratta dal romanzo…basta che non venga opzionata da Rai o Mediaset, se no vien fuori una pataccata). Anche alcuni sviluppi un po’ sensazionalistici della trama (l’inseguimento con le automobili per esempio, oppure l’incidente, o ancora la scena in cui due personaggi fumano canne – non spoilero troppo) mi sono sembrati proprio tipici di un prodotto televisivo, magari meno azzeccati per questo romanzo.

Nel complesso mi è piaciuta la scelta di affrontare quello che viene avvertito come un “problema” dei figli dal punto di vista dei genitori (La madre di Eva parte dallo stesso presupposto), ma le derive scontate o frettolosamente abbandonate della narrazione non supportano appieno la trama né i suoi sviluppi, finendo per diventare una storiella carina ma senza pathos.

So che è stato tratto da una piéce teatrale, e si sente molto l’influenza scenica.

Due ragazzi sono state vittime di due ingiustizie verificatasi in due luoghi diversi. La prima attraverso l’incomprensione all’interno delle mura accoglienti della famiglia. La seconda attraverso la violenza dei loro coetanei.

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