Lasciami andare, madre di Helga Schneider

Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli. […] Oggi ti rivedo madre, madre, ma con quali sentimenti? Che cosa può provare una figlia per una madre che rifiutato di fare la madre per entrare a far parte della scellerata organizzazione di Heinrich Himmler?

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Bellissima autobiografia dell’autrice, che in queste poche pagine svela il dramma del complicato rapporto con la madre, una nazista convinta, ormai morente. Helga scopre una donna anziana, non del tutto in sé, ma che ha dei lampi di lucidità, in cui afferma con forza la sua fede nella dottrina nazionalsocialista. Soprattutto, racconta, su insistenza della figlia, le orribili torture e gli abusi subiti dagli ebrei che arrivavano nel campo di Birkenau, di cui lei era una guardiana. In particolare si fa riferimento agli esperimenti “medici” realizzati sui prigionieri ebrei, così come le camere a gas, le umiliazioni, le botte, la disumanità che regna nel campo.
Tutto questo deve essere conciliato con la frattura che il nazismo ha creato tra Helga e la madre. La madre infatti sceglie di abbandonare la famiglia per svolgere il suo ruolo nella macchina nazista, e non rimpiangerà mai la scelta. Ed Helga si trova ad affrontare una riunione difficile con una madre che non riesce neanche a definire tale (“chiamami Mutti”, madre, le chiede l’anziana con insistenza, dicendosi disponibile a condividere informazioni sulla sua permanenza nel lager. Ma Helga tentenna, è uno sforzo quasi fisico pronunciare quel sostantivo). Helga e la madre non hanno avuto quasi più nessun contatto da quando la madre li ha lasciati: Helga aveva 4 anni. Dopo un’infanzia passata tra collegi e povertà, Helga si trasferisce in Italia negli anni ’60. Una decina d’anno dopo porta suo figlio di 5 anni a incontrare la nonna tedesca. Il rincontro delle due donne è drammatico, e si conclude bruscamente quando la madre le chiede di provare la sua vecchia uniforme delle SS, gelosamente custodita negli armadi.

E ora, più di vent’anni dopo l’ultima visita (il libro è ambientato il 6 ottobre 1998), Helga riceve una lettera da un’amica della madre, che le annuncia il declino fisico e psicologico della genitrice. Helga si avventura verso un ultimo incontro, con ansia, paura, disagio quasi fisico. E quel disagio l’ho provato anche io, leggendo le poche pagine, i scarni paragrafi dedicati alla memoria dei lager e all’infanzia dell’autrice. Non si riesce a restare indifferenti, la Schneider trasmette tutto il suo orrore, i suoi slanci di affetto?, pietà?, pena? per quella donna che solo biologicamente è stata sua madre e a tutto quello che ha rappresentato e la costringe a sentirsi profondamente, e immeritatamente, dilaniata tra un affetto che vorrebbe provare e un quasi disprezzo per le scelte.

“Be’, figlia mia, che ti piaccia o no, io non sono pentita di essere appartenuta alla Waffen-SS, è chiaro?”.
Oh, è chiaro, non ne dubitavo, madre.
“E sappi inoltre” prosegue fiera “che fui io stessa a farmi avanti per essere assegnata a uno di quei campi – e vuoi sapere perché? Perché ci credevo. Credevo nella missione della Germania: liberare l’Europa da quella…da quella razza ripugnante”.

Ci sono dei video su Youtube di Helga che incontra la madre, una nonnetta con un caschetto di capelli bianchi, molto loquace, che discute dei campi nazisti: https://youtu.be/4v4dVL7M9ZE

Qui invece un’intervista che Helga Schneider fa con il figlio Renzo Samaritani a proposito della situazione familiare: https://youtu.be/G73BCaugU0E

L’idea di leggere questo libro mi è venuta dopo aver guardato il video di una booktuber, I sentieri della letteratura: https://youtu.be/OgI-nMT9Z1w

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