Le cose crollano di Chinua Achebe

Okonkwo è un guerriero, un lottatore, un uomo ambizioso e rispettato che sogna di divenire leader indiscusso del suo clan. Dal suo villaggio Ibo, in Nigeria, la fama di Okonkwo si è diffusa come un incendio in tutto il continente. Ma Okonkwo ha anche un carattere fiero, ostinato: non vuole essere come suo padre, molle e sentimentale, lui è deciso a non mostrare mai alcuna debolezza, alcuna emozione, se non attraverso l’uso della forza. Quando la sua comunità è costretta a fronteggiare l’irruzione degli europei, l’ordine delle cose in cui Okonkwo è nato e cresciuto comincia a crollare, e la sua reazione sarà solo il principio di una parabola che lo porterà nella polvere: da guerriero temuto e venerato, a eroe sconfitto, oltraggiato.

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«Durante l’ultima stagione della semina» riprese Obierika, «un uomo bianco è apparso nel loro clan.»

«Un albino,» suggerì Okonkwo.

«Non era un albino. Era completamente diverso.» Obierika bevve un sorso di vino. «E cavalcava un cavallo di ferro. I primi che l’hanno visto sono scappati via, ma lui li ha richiamati a cenni. Alla fine i più coraggiosi si sono avvicinati e l’hanno persino toccato. Gli anziani hanno consultato il loro Oracolo e il responso è stato che questo strano uomo avrebbe provocato la fine del loro clan, portando la distruzione in mezzo a loro.» Obierika bevve un altro sorso. «Così hanno ucciso l’uomo bianco e hanno legato il suo cavallo di ferro al loro albero sacro perché sembrava voler scappare via per chiamare i suoi amici. Dimenticavo che l’Oracolo ha detto un’altra cosa, cioè che gli uomini bianchi stavano per arrivare come locuste. Il primo era solo un esploratore mandato in avanscoperta. Così l’hanno ucciso.»

Primo romanzo che compone la cosiddetta “trilogia africana” dell’autore dedicata alla sua terra natia, la Nigeria. La storia si svolge in pochi, densi anni a fine Ottocento. Protagonista indiscusso della vicenda è Okonkwo, ma ancor di più i culti e le tradizioni dell’Africa pre-coloniale e pre-cristianizzata, un misto di credenze e rituali che spiccano con chiarezza come “rimedi” al caos del mondo. Ma, come ci preannuncia il titolo, le cose crollano, e basta la comparsa di pochi, sparsi uomini bianchi a parlare di una nuova religione per spezzare il delicato equilibrio di rituali basati sulle tradizioni orali che da generazioni si trasmettono nei villaggi. A me ha ricordato molto La via del tabacco: una frattura divide coloro che vogliono scappare e la coriacea fermezza di altri di restare aggrappati ad un mondo ormai in erosione. Perfetta rappresentazione di questo universo che sta scomparendo è Okonkwo, un uomo che ha lottato per raggiungere posizione e onore dall’infanzia, per riabilitarsi agli occhi della comunità e distanziarsi dal padre fannullone. Okonkwo è il modello ideale di questo mondo basato su forza e prestanza fisica, su rispetto dato dalla fatica e ottenuto con violenza e pugno di ferro. Proprio nel momento del suo apice, quando ha ottenuto tutto, un banale incidente lo allontanerà dal villaggio per sette anni. Sette anni nei quali Okonkwo continua a pensare al suo ritorno, immagina il momento glorioso del suo reinserimento sociale. Ma non ha fatto i conti con una nuova, ingombrante, presenza: quella europea. Attraverso la costruzione di chiese e luoghi di culto si inizia ad affermare un dogma che va contro tutto ciò in cui Okonkwo e il villaggio hanno sempre creduto. Ma riesce a far breccia nei più deboli, negli esclusi, in coloro per i quali la società non ha tempo, né rispetto: le donne, gli esclusi, tutti coloro allontanati perché accusati di essere spiriti malvagi. Alla fine, sarà proprio la nuova religione a trionfare, spazzando così decenni di tradizioni e dissacrando interi villaggi. E così si concluderà anche il percorso di Okonkwo, deluso, amareggiato e incapace di allinearsi ad una nuova ideologia. Sente che per lui, in questo nuovo ordine, non c’è spazio.

Se all’inizio alcuni rituali e alcuni atteggiamenti sembrano assolutamente violenti e inaspettatamente barbari, come picchiare le mogli e i figli, pensate che la violenza di Okonkwo nei confronti di mogli e figli è la stessa delle famiglie patriarcali italiane (vorrei dire fino a metà secolo scorso, ma alcune sono ancora così). E le stesse regole, che paiono ingiuste, come il sacrificio di un bambino catturato da un villaggio vicino che è cresciuto per anni con Okonkwo, ricorda molto il sacrificio richiesto di Isacco da parte di Abramo. Quanto ad una religione politeista, fatta da dei ed oracoli, stregoni e magie, direi che l’Italia è imbattuta in Europa per la creazione di eventi miracolosi e di “santoni”.

Il luogo di ambientazione della vicenda è lasciato volutamente vago, uno dei milioni di villaggi che popolano l’Africa subsahariana: solo alla fine del romanzo scopriamo di essere in Nigeria, un nome attribuito dai colonizzatori europei. E con un finale che preannuncia le future tragedie, si conclude la storia di Okonkwo e anche, parallelamente, la libertà africana. I seguiti di questo romanzo sono intitolati: Ormai a disagio (dove si seguono le vicende del nipote di Okonkwo) e La freccia di Dio (sul sacerdote di un culto africano che si trova a lottare per la sua fede contro il dilagare del cristianesimo).

Le primissime pagine ci hanno messo del temo ad ingranare, poi però il romanzo prende vita e ci si ritrova avvinghiati alla lotta di Okonkwo, pur sapendo dall’inizio che è destinata alla sconfitta.

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