Liliana Segre. Il mare nero dell’indifferenza a cura di Giuseppe Civati

“Ho visto e ho provato quanto l’indifferenza sia molto più grave della violenza stessa. La violenza non ci trova di solito impreparati, dalla violenza cerchiamo di difenderci, magari nascondendoci, magari preparandoci con armi morali o peggio ancora non morali, […] ma combattere l’indifferenza è impossibile, è come una nuvola grigia, è come una nebbia, qualcosa che ti stringe, incombe e non sai dov’è il tuo nemico. In fondo non è un tuo nemico, non fa nulla, ma è terribile quel non fare nulla, voltare la faccia dall’altra parte.”

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Questo libricino l’ho preso in biblioteca, e ho letto solo dopo che acquistandolo una parte dei ricavi va alla Fondazione Memoriale della Shoah di Milano. In questo saggio Civati raccoglie molti degli interventi o degli articoli di Liliana Segre, specie in riferimento allo scoppio di un’ondata fascista e razzista neanche troppo velata degli ultimi mesi (anche se questi fenomeni hanno gestazioni moooolto lunghe). Un momento storico in cui, per la prima volta dalla fine della guerra, apertamente si dichiarano le proprie simpatie fasciste senza conseguenze alcune. Già questo fa paura. E fa paura anche a Liliana Segre, che quell’odio l’ha già vissuto. Ma, soprattutto, ha vissuto sulla propria pelle quell’indifferenza, dei molti che non fecero nulla: né a favore delle leggi razziali, né contro di esse. Ed è proprio quest’indifferenza che ha aiutato il fascismo a propagare leggi disumane che hanno condannato a morte migliaia di cittadini italiani, segregati e distinti per un’unica caratteristica: la religione.

Prima espulsa poi clandestina, poi richiedente asilo, quindi respinta, arrestata, deportata.

Questo il percorso di Liliana ancora bambina. Un percorso drammaticamente simile a quello di migliaia di ragazzi, madri, bambini, famiglie per scappare da paesi devastati da guerre e povertà. Che raggiungono le nostre coste per essere, a volte, rimandati indietro. Respinti.

E ancora Liliana Segre ricorda i commenti, i pensieri dei giorni che precedettero la deportazione in Germania, quando era detenuta con il padre nel carcere di San Vittore:

Si parte, non si parte, ci portano a lavorare in Germania, ci portano in Polonia, non è possibile, Mussolini non lo permetterà. Ancora, fino all’ultimo minuto, la speranza: siamo italiani, siamo cittadini italiani! No, non eravamo più niente.

Liliana e la famiglia non partirono allo scoppio delle ostilità, né quando la situazione si fece critica, perché – come molti ebrei italiani – non riuscivano a credere che sarebbe davvero successo qualcosa. E quindi rimasero, finchè non fu troppo tardi. Cercarono di scappare in Svizzera, ma la loro guida li tradì dopo essersi fatto pagare, e alla frontiera le loro richieste di asilo politico vennero negate. Furono catturati e tradotti al carcere di San Vittore, a Milano, insieme ad altri 605 ebrei. Di questi, all’arrivo ad Auschwitz, furono “salvati” solo 128, mandati a lavorare. Gli altri tutti nelle camere a gas. Tra questi anche il padre Alberto. Liliana ha 13 anni.

La riflessione che spaventa è quella sul ricordo e la memoria. Sul trasmettere una memoria viva, a voce, adesso che i protagonisti di quegli anni stanno scomparendo tutti.

Paolo Cognetti ha scritto, a proposito dei partigiani: “Ora quei ragazzi sono tutti scomparsi o quasi. Non ci sono più loro a raccontarci cos’è stato il fascismo e cos’è stata la guerra. Scompare con gli ultimi testimoni la memoria diretta di ciò che l’Italia ha vissuto: è un passaggio difficile, molto pericoloso, perché di solito è proprio questo il momento in cui l’umanità dimentica i suoi errori, e li ripete”.

Ed è vero: stiamo perdendo gli ultimi sopravvissuti, dalla cui voce possiamo ascoltare gli strazianti ricordi della guerra e della Resistenza; ma stiamo anche assistendo ad una violenta ondata di ritorno del fascismo, una parola che in realtà non ha un singolo significato, ma oggi racchiude un intricato e complesso sistema di odio, insofferenza, intolleranza e razzismo. E l’unica difesa è la conoscenza, lo studio, la volontà di non chiudersi e lasciarsi intrappolare dal proprio odio cieco, come dice Liliana:

Sono una donna di pace e una donna libera, e la prima libertà è quella dall’odio.

Ecco un video in cui Liliana racconta l’inizio del suo viaggio in direzione Auschwitz, mostrando evidenti analogie con i profughi di ogni epoca. Strappata dalla sua casa e dai suoi averi, stipata in un convoglio con 60 persone, inviate verso una destinazione ignota: https://www.youtube.com/watch?time_continue=120&v=JeXYuZbb6sk

Un’impaginazione particolarmente curata; ho amato il ritratto di Liliana bambina e anziana, che aprono e chiudono la storia:

 

 

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