Shantaram di Gregory David Roberts

Premessa fondamentale: questa recensione risale all’anno scorso (settembre 2018), quando durante un luuuungo viaggio in treno decido di prendere qualcosa di leggero da leggere. E così Shantaram. Un mattonazzo da 1200 pagine. Che però ho letto in pochi giorni, ogni momento libero ero presa dal volume. Perché la pubblico solo ora? Semplice, me ne ero dimenticata. Poi un paio di settimane fa vedo spuntare un libro familiare tra gli scaffali di una piccola biblioteca. Mi avvicino, lo prendo in mano…lo riconosco! È lui! Quindi, siccome sono sempre puntuale, ecco a voi con solo 12 mesi di ritardo la recensione perduta.

Nel 1978, il giovane studente di filosofia e attivista politico Greg Roberts viene condannato a 19 anni di prigione per una serie di rapine a mano armata. È diventato eroinomane dopo la separazione dalla moglie e la morte della loro bambina. Ma gli anni che seguono vedranno Greg scappare da una prigione di massima sicurezza, vagare per anni per l’Australia come ricercato, vivere in nove paesi differenti, attraversarne quaranta, fare rapine, allestire a Bombay un ospedale per indigenti, recitare nei film di Bollywood, stringere relazioni con la mafia indiana, partire per due guerre, in Afghanistan e in Pakistan, tra le fila dei combattenti islamici, tornare in Australia a scontare la sua pena.

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Questo è un romanzo che volevo leggere da mesi. Però la mole massiccia e altri libri che prendevano la precedenza mi hanno dissuaso. Poi, complice qualche giorno di vacanza, mi decido e prendo questo libro in biblioteca. Non sapevo niente della storia, niente dell’autore, niente di niente. Sapevo solo che volevo leggerlo. E sono quasi 1200 pagine che scorrono veloci, quasi troppo, a raccontare una (semi)autobiografia accorata e sentita. Inusuale anche.

Avevo letto recensioni entusiastiche di questo romanzo, e per le prime 600 pagine del volume mi sono ritrovata pienamente d’accordo con l’entusiasmo generale. Dopo, cioè la seconda metà, perde un po’ di verve, perde un po’ di realismo forse e diventa una sorta di apologia del protagonista, che, nonostante sia un ladro, truffatore, criminale e assassino continua a giustificarsi con scuse assurde e filosofie discutibili. Sebbene non si possa parlare di vera e propria autobiografia, dal momento che diversi elementi sono stati incorporati, aggiunti e inventati, sicuramente il protagonista ne esce come un eroe. Un eroe che salva i poveri, un eroe romantico che rimane innamorato della stessa donna, un eroe senza macchia e senza paura, fedele, onesto e con un codice morale al di sopra degli altri. Come questo si accordi con i crimini raccontati mi sfugge, però soprassediamo. Questo autocompiacimento mi ha dato sui nervi. Mi ha infastidito. Perché invece nella prima parte il romanzo scorreva, i personaggi erano unici, quasi macchiette ma realistici: da Prabakar a Karla, da Didier a Johnny Cigar. Lo slum e i suoi abitanti sono la parte più bella dell’intero racconto. Anche qui si percepisce una funzione quasi salvifica del protagonista, ma non influisce ancora sulla scorrevolezza o sull’andamento pieno di colpi di scenda della trama (la parte dell’orso nello slum rimane una delle mie preferite).

Lin, detto Shantaram (il nome che Gregory usa in India) riesce a crearsi una nuova vita in India, innamorandosi di Bombay, delle sue contraddizioni e della sua cultura. E sicuramente questo amore viscerale trapela da ogni pagina del romanzo. L’ho letto nel giro di una settimana, tra viaggi in treno che sembravano infiniti e nelle pause tra un giro e l’altro della mia vacanza. Soprattutto all’inizio, non riuscivo a staccarmi dal libro, volevo continuare con frenesia, volevo sapere, conoscere di più. Come detto, questa frenesia scema nella seconda metà, restando però sempre molto scorrevole. C’è anche un seguito del romanzo, L’ombra della montagna, che per il momento non ho intenzione di leggere (anche perché le recensioni online mi sembrano un po’ critiche…però se qualcuno l’ha letto e la pensa diversamente, scrivetemi!!!).

La storia di Lin è ambientata negli anni ’80, anni di povertà estrema, e di turismo occidentale verso l’India basato quasi esclusivamente sulle droghe. Sono gli anni che vedono la morte di Indira Gandhi, l’invasione russa dell’Afghanistan, i conflitti che su quel territorio diventano esplosivi. L’ultima parte del romanzo, dedicata appunto alla spedizione afghana, riesce a delineare benissimo alcune delle problematiche che ancora oggi affliggono il paese, come l’insorgere dei talebani (sostenuti dagli USA) e il ruolo del Pakistan (alleato statunitense) nel controllo della zona di confine di guerra. Lì, negli anni ’80, si vedono i barlumi di una guerra civile brutale e senza vincitori che lascia i suoi strascichi sul paese afghano.

Poi se si entra nel dettaglio, alcuni personaggi sono a dir poco loschissimi (ma d’altronde lo stesso Roberts non è proprio uno stinco di santo: vedi scena prigione, che non voglio spoilerare). Ci sono pagine intere su “filosofie” alternative in cui si cerca di spiegare l’universo, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Dato che però chi impartisce queste lezioni è un boss mafioso spietato che non esita ad ammazzare chiunque pur di raggiungere i propri scopi, ecco, la discussione tra giusto e sbagliato, tra azioni sbagliate ma commesse per il motivo giusto mi sembra un tantinello forzata. Ma vabbè.

Nel complesso è un romanzo struggente, sul continuo interrogarsi sulle proprie scelte di vita, e sul proprio percorso.

Ho amato l’India grazie a Gregory David Roberts. Ho sentito quasi la necessità di toccare, di vedere con mano, ciò che Lin descrive: un mondo colorato, pieno di amore, pace e profondità.

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