Il codice del disonore. Donne che fanno tremare la ‘ndrangheta di Dina Lauricella

Questo libro nasce da un fenomeno recente di grande importanza: per la prima volta nella storia della ‘Ndrangheta le figlie e le mogli dei boss collaborano con la giustizia denunciando le loro famiglie. Lo fanno per strappare i propri figli a un ineluttabile destino criminale, ma soprattutto per sfuggire loro stesse al “codice d’onore”. Si tratta delle linee guida dei membri della mafia calabrese che si definiscono, a loro volta, uomini d’onore. Direttive che servono a far carriera nel crimine, tramandate per via orale e che negli ultimi decenni hanno trovato conferme scritte o sono state riferite agli inquirenti dai collaboratori di giustizia. Un esempio è la vendetta che incombe sulle donne di ‘Ndrangheta che tradiscono il marito o la famiglia: la morte. Un rito feroce di cui i padri devono farsi garanti per rimediare “all’onta” subita, in nome di ciò che emancipazione, cultura e buonsenso definirebbero piú come “codice del disonore”.

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Quest’estate ho letto solo un paio di saggi. E siccome ultimamente la scelta ricade su libri – sia romanzi che saggi – brevi (cioè niente mapazzoni, libelli sotto le 250 pagine), ecco che la scelta è ricaduta su un libricino piccolo ma intenso. Sull’argomento ho in programma di leggere anche l’ultimo saggio di Nicola Gratteri, che è sempre un’autorità nel campo, ma la tematica dell’opera di Lauricella mi ha incuriosito da subitissimo. L’ho letto in un giorno di relax d’agosto, e ne è valsa la pena. Ho scoperto cose nuove – che alla fin fine è il motivo per cui si legge, no? – e mi ha fatto venir voglia di saperne di più sull’argomento. La recensione è breve e stringata perché – come si desume dalla data della recensione – è passato un po’ di tempo dalla letttura.

Questo saggio espone un fenomeno poco noto e di cui si è parlato poco, quello degli omicidi d’onore nelle famiglie ‘ndranghestiste. Personalmente non ne conoscevo l’esistenza, il fenomeno è difficile da identificare e quantificare. Secondo l’autrice però nella cultura mafiosa calabrese è prassi difendere il presunto onore della propria famiglia uccidendo una donna che questo onore lo ha macchiato. Rifacendosi platealmente al “delitto d’onore” citato nel codice penale italiano fino al 1981, lo scopo è semplice: uccidendo la “colpevole” si pulisce e si lava l’onore della famiglia. Come nella famigerata legge, è facilissimo per una donna offendere l’ “onore” della famiglia. Basta essere indipendente, sola, decisa a lasciare il marito o – udite, udite – avere un amante. E così sembra che la scomparsa di diverse donne e ragazze delle famiglie della ‘ndrangheta passi sotto silenzio – dopotutto spesso la loro scomparsa non viene neanche denunciata. La colpa di queste donne? Essersi ribellate alle rigide regole mafiose che le vorrebbero relegate in casa, senza una vita sociale. La mancanza di una vera vita la confermano anche delle collaboratrici di giustizia, che raccontano agli inquirenti dell’impossibilità di farsi una vita propria, fuori casa, senza lo stretto controllo familiare (di solito maschile, ma spesso anche le donne giocano un ruolo fondamentale nel controllo della nuora e altre consanguinee). Un esempio di omicidio d’ “onore” è quello di Franca Bellocco, madre e sposa di boss mafiosi, che ha pagato con la vita la scelta di aver per amante un uomo di una cosca rivale. L’assassino della donna è lo stesso figlio Francesco (condannato all’ergastolo), che poi viene incastrato dal vicino di casa. A morire, anche se il cadavere non viene rinvenuto, anche l’amante della donna, Domenico Cacciola (si sospetta un caso di lupara bianca). La criminalità organizzata uccide, sempre, nell’ombra, silenziosa. Costantemente. Puntare i riflettori su queste storie è fondamentale per combattere questo mostro.

Il saggio è breve (circa 160 pagine), e fa luce su un fenomeno oggettivamente sconosciuto ai più, con ricostruzioni precise, date, fatti, intercettazioni. Ben compilato e ben presentato. Da leggere.

Ho trovato online – disponibile a chiunque sia interessato – una tesi di laurea dal titolo “Le donne nelle organizzazioni mafiose. La letteratura contemporanea” che mi ha colpito molto (tra l’altro il relatore è Fernando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, mica CiccioPasticcio). La tesi si concentra sulla donne boss, o le donne che hanno attivamente fatto parte della criminalità organizzata, con una scheda bibliografica molto valida (e di cui ho segnato diversi titoli da leggere). Vi lascio di seguito il link: http://www.stampoantimafioso.it/wp-content/uploads/Le%20donne%20nelle%20organizzazioni%20mafiose.pdf

 

 

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