Dodici rose a Settembre di Maurizio de Giovanni

Gelsomina – detta Mina – Settembre è una borghese napoletana in «trasferta» nei Quartieri Spagnoli; in possesso di una non comune sensibilità sociale, determinata a proteggere i deboli dalle prevaricazioni, anche a dispetto delle regole, Mina è guardata con sospetto dove lavora, perché è pur sempre una «signora». Le sue contraddizioni sembrano riflettersi sul suo corpo; 42 anni ben portati, aggraziata, ma con un fisico prosperoso che non accetta e che cerca di nascondere con maglioni sformati che le attirano pesanti reprimende dall’acida madre, con cui è tornata ad abitare suo malgrado dopo la separazione, e non la preservano dalle volgari attenzioni di Rudy, portinaio anziano ma tutt’altro che rassegnato all’età. Anche la sua vita sentimentale è una contraddizione vivente, sospesa com’è tra Claudio, ex marito magistrato, protettivo e un po’ grigio, ancora innamorato di lei, e Domenico, ginecologo imbranato e inconsapevole che lavora nel suo stesso consultorio. In uno strano mese di settembre in una Napoli luminosa e disperata Mina è alle prese con una penosa situazione di degrado sociale, innocenti da sottrarre alla prevaricazione di un delinquente protetto dalla solita falla legislativa; e una tempesta sentimentale da fronteggiare, con il bel Domenico che non si decide a corteggiarla e la madre, determinata a renderle la vita un vero inferno. Nel frattempo l’ex marito magistrato porta avanti con assoluta riservatezza un’indagine sull’Assassino delle Rose, un pazzo che ammazza gente senza un criterio dopo avergli fatto trovare in casa o sul posto di lavoro una rosa. Quello che Claudio non sa è che anche Mina riceve ogni giorno una rosa. Rossa, come il sangue.

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Devo ammettere che è stato un piccolo shock ritrovarmi Maurizio De Giovanni in un’edizione Sellerio. Inaspettato.

Con questo romanzo comincia una saga ambientata a Napoli con protagonista Mina Settembre, assistente sociale di buone intenzioni e molta inventiva.

Ho riscontrato un paio di problemi che mi hanno fatto alzare gli occhi al cielo, e uno che mi ha dato fastidio. Tanto.

Innanzitutto mentre leggevo il pensiero fisso era: “si vede che questo l’ha scritto un uomo”. E non è mai bello quando il genere dell’autore si fa sentire così chiaramente. E vi spiego subito perché. Mina ci viene presentata come una piacente signora di quarantadue anni che ha come caratteristica fisica peculiare quella di avere…un seno abbondante. Per tutta la prima metà, e buona parte del romanzo, ci sono costanti riferimenti alla taglia dei pettorali di Mina, che diventano un vero e proprio spunto comico del libro. La portatrice di tali tette, Mina appunto, ne è talmente infastidita da definirlo simpaticamente “Problema Due” (laddove il Problema Uno è una madre vecchia, acida e sboccata).

Problema Due.

Ora è già dalle prime pagine che io penso che una cosa del genere può venire in mente solo ad un uomo. Amici maschi, le tette sono normali per una donna, e la chirurgia ci dice che possiamo pure ampliare o ridurre le misure a nostro piacimento.

Ma perché poi Mina si vergogna? Ha 42 anni, mezza vita l’ha passata con un seno prosperoso, di che si vergogna?

Altra parentesi comica è dedicata all’abbigliamento che Mina indossa. Nonostante lei cerchi di coprire il davanzale, gli indumenti la tradiscono sempre. Ma tu guarda un po’. La prima volta è colpa di un maglioncino che, durante il lavaggio, si è ristretto. Ah. Ma Mina non ha uno specchio a casa? Non lo vede che è aderente il maglioncino? No, lei esce e una volta fuori le automobili fanno gli incidenti perché gli automobilisti sono distratti dal suo seno. Ma il bello viene per il secondo outfit rivelatore. Siccome la madre è acidissima e simpatica come una merda calpestata a piedi nudi, Mina decide di partire presto la mattina, prima che la vecchiaccia si svegli. Quindi si veste senza accendere la luce del bagno, e così si ritrova a mettere una camicetta di quelle con le scollature a cuore. Anzi no, con la forma di cuore sotto i primi due bottoncini. Quelle che andavano di moda si e no vent’anni fa. Trashissime. Ma comunque, il punto non è quello. Il libro è ambientato nel 2019, dunque esistono queste misteriose tecnologie come le Torce sul telefono. O ancora, quest’abitudine malsana di prepararsi i vestiti la sera prima? Anche perché se si veste al buio, suppongo che si lavi anche al buio, che sembra impegnativo. Ma soprattutto, ci viene detto che questa camicetta le è stata regalata anni prima da una delle sue amiche, e che lei non l’ha mai indossata. Dunque, pescando nel cassetto, come è possibile che questa camicetta sia la prima cosa che le capita in mano? E lì si scatenano scenette (tragi)comiche che manco nei cinepanettoni. Che disagio (volevo anche mettervi un’immagine dell’indumento in questione ma non ne ho trovate. Fortunatamente). L’idea di rendere una quinta di reggiseno LA verve comica del romanzo è una cosa che solo un maschio può pensare. Perché nessuna donna sana di mente avrebbe affrontato la questione in una maniera così approssimativa e sessista.

Un altro aspetto che mi fa pensare “quello che scrive è un uomo” è la descrizione delle amiche. Mentre Mina sembra una suorina del Settecento, che arrossisce quando parla con l’uomo che le piace, le sue amiche sono vogliose, sboccate e stereotipate. Ma qui il discorso diventa un po’ generale. Tutti i personaggi sono molto stereotipati: da Mina, che è bella&brava (ma ovviamente non si piace), a Mimmo, un dottore bellissimo che però è inconscio della sua bellezza (?) e da vent’anni è fedele ad una donna che vive lontana. Ah. Quindi o quest’uomo non ha uno specchio? Mi sfugge perché non dovrebbe essere consapevole del fatto di essere bello. E poi fedele. Come ovviare al problema della ragazza oltreoceano che fa parte di Medici senza Frontiere, senza farlo apparire una merda? Ovvio, facendo in modo che sia lei a tradire lui. Così finalmente lui è libero per la love story con Mina che qui è solo accennata ma che di sicuro sarà il trait d’union della saga.

E a me già cadono le braccia.

Ma a dir la verità nessun personaggio purtroppo ha un certo spessore e un approfondimento psicologico: né la madre, che è una stronza (anzi una Stronza), né il Trapanese (portinaio dello stabile in cui Mina lavora), un omiciattolo che sebbene dovrebbe essere una macchietta comica, nella vita reale sarebbe un maniaco che meriterebbe il licenziamento, perché fissa sempre le tette di Mina (cosa che la infastidisce, ma comunque non fa nulla per fermarlo, né gli dice di stare al suo posto). Credo che nessuna donna gradirebbe un trattamento del genere, che per inciso rientra nelle attenzioni indesiderate sul luogo di lavoro. Anche qui, io percepisco chiaramente che è un uomo l’autore, perché poche donne userebbero un elemento fastidioso, che molte subiscono loro malgrado sul luogo di lavoro, come siparietto comico.

Discorso a parte va fatto per un “dettaglio” che ritorna ciclicamente nel romanzo e mi ha davvero infastidita: l’uso della parola ne*ro variamente declinata (femminile, plurale…). Allora questa parola, che nel romanzo viene buttata lì come se niente fosse, è offensiva. OFFENSIVA. Oltretutto, se si voleva mostrare la rozzezza di un personaggio, si poteva ottenere lo stesso risultato anche con la parola nero/nera. Trovo assurdo che questa parola infamante e denigratoria venga gettata lì senza alcuna ragione. Di nuovo, se lo scopo è mostrare che la persona che la utilizza è un bifolco, si possono trovare mille altre espressioni idiomatiche o linguistiche per far arrivare il concetto, senza stare a scomodare una parola che è un sinonimo stesso di razzismo.

Sono particolari che, seppur piccoli, hanno inciso in maniera molto negativa sulla mia valutazione generale. Perché la trama gialla ha un finale assurdo (tra l’altro, la struttura del giallo è molto simile alla struttura dei libri dei Bastardi di Pizzofalcone: c’è una serie di omicidi più importanti; un “misfatto” o una criticità “minori” e poi le vite dei protagonisti). Il serial killer è talmente improbabile che sembra uno sceneggiato Rai. Dico solo questo.

Il reato “minore” ( minore tra mille virgolette) è un problema serio e drammatico, quello della violenza domestica. Ma anche su questo tema non c’è una riflessione seria o approfondita, e il risultato finale è talmente assurdo che diventa quasi un film d’avventura di bassa qualità. Un risultato che non offre speranza o uno spiraglio di luce, ma solo fantasia, come a dire a tutte le donne che subiscono: non c’è lieto fine per voi, se non in un libro ampiamente idealizzato. Ed è un vero peccato. A quel punto avrei preferito evitare completamente il tema dell’abuso domestico, se deve essere ridotto ad un puro espediente narrativo.

Si legge velocemente, questo sì, ma lascia molto a desiderare.

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