Un mondo senza rifiuti? Viaggio nell’economia circolare di Antonio Massarutto

La nostra economia è costruita secondo un modello «lineare»: preleviamo risorse naturali dall’ambiente e le restituiamo sotto forma di residui che procurano danni all’ecosistema. È un destino inevitabile, un prezzo necessario da pagare al progresso? Lo abbiamo creduto a lungo, ma ora la natura ci presenta il conto. Perché la nostra civiltà non finisca per morire soffocata dai propri rifiuti, è necessario imboccare una strada alternativa. Quella dell’«economia circolare», nella quale gli scarti ridiventano materie prime. Se un mondo senza rifiuti è impossibile, un mondo senza discariche è invece del tutto realizzabile, come testimoniano molte esperienze. Servono però iniziative economiche, servizi, impianti, infrastrutture. Un’opportunità anche per l’Italia, che malgrado tutte le sue munnezze, conquista anche primati positivi. A una condizione: che nessuno scambi l’economia circolare per un bucolico mondo dal quale i rifiuti scompaiono per magia.

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Tra i titoli proposti sull’argomento #Rifiuti, questo è il più specifico, il più tecnico e quello che mi ha creato sicuramente più difficoltà. Si tratta di meno di 200 pagine, il più corto tra quelli letti, ma anche il più complesso. L’autore è un professore di Economia alla Bocconi e affronta il tema “rifiuti” in una logica attenente al suo campo, quello prettamente economico, più che concentrarsi sull’impatto ambientale. Ma è stata anche la lettura più illuminante e approfondita: perché, per esempio, è questo saggio che mi ha aperto gli occhi sulle grandi plastiche, come per esempio, quelle delle automobili (e, per esempio, il fatto che le automobili stanno diventando più grandi rispetto a vent’anni fa e di conseguenza necessitano di più plastica).

[E io lavoro in un magazzino che si occupa di ricambi di auto, dove il 95% del materiale è plastica: paraurti, parafanghi, filtri, alette parasole, cinghie, fino ad arrivare ai pezzi più piccoli.]

Il saggio si concentra anche sugli scarti industriali, difficilmente trattabili; ma anche grandi elettrodomestici, come frigoriferi, forni, lavatrici.

Lo ammetto, le prime pagine sono state uno scoglio arduo. Soprattutto per uno stile quasi barocco, come questa frase, che mi sono segnata. L’autore sta raccontando la vicenda di uno scienziato, Bjorn Lamborg, che qualche anno fa ha pubblicato un saggio dal titolo L’ambientalista scettico, in cui confutava alcune idee sull’ambientalismo appunto. La comunità scientifica si è scagliata contro di lui:

In un grottesco processo intentatogli presso il Comitato contro la disonestà scientifica, un paludato e fino ad allora inoperoso organo del ministero della Ricerca scientifica danese, si giunse perfino all’approvazione di un documento di censura degno dei Tribunali del Popolo di Mao Zedong, a sua volta così pieno di imprecisioni e di affermazioni gratuite e faziose che dovette essere in seguito ritrattato, sull’onda di una petizione di un centinaio di scienziati danesi che voltairianamente si batterono affinché a Lomborg fosse concesso almeno il diritto di dire la sua.

Ragazzi. Un’unica frase in cui si trovano gli aggettivi paludato, inoperso, faziose e l’avverbio – che io non avevo mai sentito – voltairianamente. Siamo a pagina 32 e io inizio a temere il resto del volume. Fortunatamente il tono, per quanto rimanga erudito, è ben più scorrevole, e permette al lettore di non perdersi tra aggettivi e avverbi che ne rallentano la lettura.

In più di un punto mi è venuto il sospetto che il libricino che avevo tra le mani fosse pensato per un pubblico ben più specializzato di me (forse addirittura come un volume propedeutico agli esami universitari?). Ho quindi deciso di tralasciare la comprensione di schemi per me misteriosissimi e insondabili; il testo però, come dicevo, offre un punto di vista diverso e molto più preciso sul tema dei rifiuti.

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Esempio di schema per me assolutamente incomprensibile

Laddove il messaggio principale degli altri saggi era, in fin dei conti, “producetene meno”, qui si cerca di analizzare il modo migliore per riciclare meglio. Portando esempi di raccolta e trasformazione riusciti e di altri che invece devono ancora ingranare. E, soprattutto, questo è l’unico volume che dedica una sezione alle ecomafie. Negli altri il problema è affrontato (se pensato per un pubblico italiano), ma solo superficialmente (a volte in coerenza con le scelte operate dal volume). Per esempio scopriamo che:

Lo smaltimento abusivo, anche una volta compresi nel budget il rischio della galera per le maestranze malavitose e la pensione per le loro vedove, ha un costo complessivo che può essere anche dell’80% inferiore a quello di una gestione corretta.

80%. E la colonna “gestione rifiuti” ha un peso nelle spese di un’azienda. Un peso importante. Ridurre dell’80% una spesa è, per un imprenditore, tantissimo. Ovviamente se spendi un quinto, sai che i tuoi rifiuti non saranno trattati nella giusta maniera. Sai che finiranno bruciati in qualche rogo di notte, scoppiato senza apparente ragione. Oppure in una discarica regolare, che non dovrebbe accogliere quei rifiuti. Ed è esattamente lo stesso meccanismo che ha portato alla scoperta – decenni dopo – dei grossi rifiuti tossici interrati nei campi della Terra dei Fuochi. O per tutti quei rifiuti che, ogni anno, spariscono in mare, a bordo di navi che misteriosamente affondano nel Mediterraneo a qualche centinaio di metri dalle coste: troppi per poter recuperare il carico (vedi anche Navi a perdere di Lucarelli).

L’autore si sofferma più sulle grandi aziende che sui singoli individui: senza escludere le responsabilità del consumatore, qui vi è un’analisi approfondita sull’importanza della pubblica amministrazione, che deve promuovere le iniziative per un’economia circolare, e per le aziende private, che devono allinearsi ai più recenti progetti di Management Ambientale.

Come detto, il volume è dotato di un’importante sezione bibliografica e, soprattutto, di un’Appendice separata, che si trova sul sito della casa editrice, il Mulino (che si conferma capace di scegliere un catalogo di qualità).

Come al solito, ecco un elenco di siti citati:

  • La Ellen MacArthur Foundation (https://www.ellenmacarthurfoundation.org/): nel 2005 Ellen, una ragazza inglese, circumnaviga il globo in solitaria e in barca a vela. Durante la traversata si rende conto della limitatezza delle risorse naturali, e l’anno successivo intraprende un nuovo giro del mondo, ben più lungo, per portare avanti le idee dell’economia circolare;
  • La Floating Island: come dice il nome, si tratta di una fondazione che crea isole galleggianti ecosostenibili e autosufficienti (e lussuose); non so, a me ha ricordato molto Waterworld con Kevin Kostner: https://www.seasteading.org/;
  • Il termovalorizzatore di Copenaghen, Amager Bakke: costruito dentro una collina artificiale, le cui pendici sono diventate delle piste sciistiche, produce energia elettrice per 50.000 famiglie. Si trova a pochi km dal centro della città, ed è diventato una vera e propria attrazione turistica. Mentre qui da noi ancora ci si scanna per costruirli… https://www.copenhill.dk/en/;
  • L’impianto progettato dall’artista Friedenreich Hundertwasser, nato nella periferia di Vienna, sede di un termovalorizzatore. Grazie all’artista/architetto, il sobborgo formato da case popolari è oggi diventato un esempio di green architecture e una meta turistica (è presente anche su Tripadvisor per intenderci): https://www.hundertwasser-village.com/en/;
  • L’autore cita due eccellenze italiane nella raccolta e gestione dei rifiuti, Hera e Contarina. Quest’ultima è attiva nel comune di Treviso, dove il tasso di differenziata tocca l’85% (per fare un paragone, Milano, considerata una delle città migliori d’Italia per la raccolta differenziata, arriva al 56%). Nel loro sito hanno anche una sezione apposta, dedicata ai vari rifiuti, per indicare DOVE devono essere gettati (nell’elenco sono inserite molte voci, tra cui “albero di Natale sintetico”): https://contarina.it/cittadino/raccolta-differenziata/guida-a-rifiuti/vocabolario-dei-rifiuti;
  • In Germania esiste un’organizzazione privata che ritira gli imballaggi (di solito bottiglie di plastica). Cosa succede? Semplice, al momento dell’acquisto si paga una quota in più per l’imballaggio (nell’ordine dei 5 centesimi); se si vogliono ottenere i soldi indietro, basta portare l’imballaggio in uno dei centri appositi, sparsi per le città tedesche. Il sistema, nato nel 1991, ha portato un enorme mole di plastica ad essere riciclata. Invece di buttarla, basta portarla negli appositi contenitori per ricevere in cambio i soldi dell’imballaggio. L’iniziativa è chiamata Punto Verde, perché gli imballaggi, per essere riciclabili, devono possedere un bollino verde. Mentre molti paesi europei hanno aderito all’iniziativa, in Italia purtroppo il sistema non è mai entrato in vigore: (https://it.wikipedia.org/wiki/Punto_Verde): https://www.gruener-punkt.de/en.html.

 

 

 

 

 

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