Maus di Art Spiegelman

La storia di una famiglia ebraica tra gli anni della guerra e il presente, fra la Germania nazista e gli Stati Uniti. Un padre, scampato all’Olocausto, e un figlio che fa il cartoonist e cerca di trovare un ponte che lo leghi alla vicenda indicibile di suo padre. Una piccola struggente storia famigliare sullo sfondo della piú immane tragedia del Novecento. Raccontato nella forma del fumetto: gli ebrei sono topi, i nazisti, gatti. Un libro imprescindibile, commovente e lieto, tragico e necessario, come la vita.

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Come parlare di un libro che, negli anni, è diventato un cult? Come parlarne in maniera originale, o semplicemente dare informazioni nuove?

Devo essere sincera: mi aspettavo qualcosa di più. Ma, ed è un grande MA, bisogna tener presente un fattore fondamentale: la data di pubblicazione originale. Maus compare per la prima volta in formato seriale dal 1980. I primi sei capitoli della storia, divenuti il primo capitolo intitolato Mio padre sanguina storia, compaiono in un volume unico nel 1986. I restanti, raggruppati sotto il titolo E qui cominciarono i miei guai, nel 1991. Più di trent’anni fa. Quando ancora il mondo del fumetto e della narrativa, della letteratura, erano considerati due campi distanti anni luce. Il fumetto serviva a rilassarsi, a ridere, a sorridere. E invece Art Spiegelman usa una forma “minore” della letteratura per parlare di Shoah, di campi di concentramento, sopravvissuti, di genocidi, di indifferenza. E lo fa mischiando impudentemente la storia odierna, la sua, che vive quotidianamente negli incontri con il padre, e il passato. Quello che emerge è una storia di sofferenza: nel passato, per la povertà, i soprusi, le morti; ma anche nel presente, dove i traumi perseguitano lo stesso autore, che si affligge della propria condizione, del proprio essere sopravvissuto senza aver partecipato alla Shoah. Un sopravvissuto che annaspa nei ricordi del padre, quei ricordi così dolorosi che sono diventati, nello stesso tempo, una fonte di guadagno (e c’è questa bellissima e tristissima immagine dell’autore che scrive e concede interviste su pile di morti, come a voler gridare: “Guardate, ho fatto i soldi sulla pelle di milioni di morti”). L’opera è stata talmente rivoluzionaria da essersi guadagnata il premio Pulitzer nel 1992.

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I tratti dei disegni, semplicissimi ed essenziali, non mi sono particolarmente piaciuti, ma questo è un gusto personale.

Io credo che il motivo della popolarità del libro stia proprio nella rivoluzionaria idea di proporre un tema impegnato, come quello della persecuzione ebraica, tramite fumetti. Innalzare, in qualche modo, il fumetto. Fumetto che si guadagnerà il titolo di graphic novel, letteralmente un “romanzo disegnato”, proprio per sottolinearne la natura romanzata, innalzandolo ed equiparandolo alla grande narrativa. Perché l’epopea di Vladek, il padre del protagonista, diventa una vera e propria saga familiare, che avvolge i bisnonni del protagonista, i nonni di madre, fino a seguire le vicende della famiglia allargata degli Spiegelman. Una famiglia di cui pochi sono i sopravvissuti, ma solo uno è rimasto per raccontare il passato. Un passato che, inevitabilmente, si srotola sul filo della memoria personale di Vladek.

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I genitori dell’autore scappano, ma le strade che percorrono formano una svastica: non c’è via di fuga.

Il successo si deve anche alla scelta di raccontare la storia dal punto di vista di Art Spiegelman, l’autore. Perché noi siamo come lui: estranei alla guerra, alla brutalità dei campi di concentramento, lontani dal clima di odio e antisemitismo (più o meno lontani) che si respiravano al tempo. I momenti più sentiti del fumetto non sono quelli, drammatici, di Auschwitz. Sono quelli in cui Art riflette sul passato, sulla difficoltà di accettare la morte di quel fratellino morto ancor prima che lui nascesse, morto per sfuggire ai campi. Sono le difficoltà legate alla sua depressione, al suo sentirsi inadeguato di fronte al padre: “Qualsiasi cosa realizzi, non sarà mai nulla in confronto all’essere sopravvissuti ad Auschwitz” dice Art al suo psicologo, sprofondato in una poltrona, con una maschera da topo addosso. Disegnato sempre più piccolo, per mostrare la sua piccolezza, la sua inadeguatezza ad affrontare la sopravvivenza. Riesce a spiazzare, come spiazza, all’improvviso, una foto di Vladek da giovane, con l’uniforme del campo ben pulita addosso. Una fotografia che spezza la continuità del disegno e che ci presenta, per la prima ed unica volta, una persona in carne ed ossa (un po’ lo stesso effetto che si ritrova in Valzer con Bashir, sulle stragi si Sabra e Shatila, in Libano).

Non so se sia il miglior libro da proporre nelle scuole per parlare di Shoah; fortunatamente negli anni il tema è stato proposto e riproposto molte volte per un pubblico anche via via più giovane (nel bellissimo libro La Shoah spiegata ai bambini per esempio si fa ricorso a una grande metafora e la Shoah è presentata con toni quasi fiabeschi).

Dato che questo fumetto fa parte di una serie sull’antisemitismo, mi preme sottolineare soprattutto un passo significativo dell’opera. Siamo alla fine della guerra: Vladek è uscito dal campo di Auschwitz, ed è in Germania, quando incontra due ragazze della sua città d’origine, in Polonia. E queste gli dicono: “Fa’ quello che vuoi, ma non tornare a SosnoWiec. I polacchi lì ancora uccidono gli ebrei!”. E poi gli raccontano la storia di un loro compaesano tornato a casa, miracolosamente, dopo essere sopravvissuto ai campi. E proprio in quella che era la sua casa verrà ucciso dai suoi concittadini. Concludo proprio su questa nota perché il prossimo libro parlerà proprio di questo tema: l’antisemitismo nel dopoguerra.

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