Ruta Tannenbaum di Miljenko Jergović

Ispirato alla storia vera di Lea Deutsch, la ‘Shirley Temple di Jugoslavia’, che calcò giovanissima le scene del teatro croato negli anni Trenta e morì neanche sedicenne sul treno che la portava ad Auschwitz, Ruta Tannenbaum è un romanzo di inconsueto splendore, l’omaggio di Miljenko Jergović alla città di Zagabria attraverso il racconto di una delle pagine più oscure della sua storia. Dotata di occhi magnetici e straordinaria immaginazione, Ruta Tannenbaum è destinata fin da bambina alla ribalta del palcoscenico. La sua è un’ascesa folgorante, che suscita ammirazione e cambia le sorti di tutti quelli che la circondano. Però i tempi sono cupi, specie per chi come Ruta è figlia di genitori ebrei. Dopo aver raggiunto le vette della notorietà, si ritroverà condannata alla negazione sociale e a una tragica fine. Ritratto personale e saga familiare, istantanea di una città e affresco di un’epoca, questo romanzo scorre tra piani molteplici: tra storia e finzione, tra quotidianità e mito, tra luci e vanità del vaudeville e le terribili ombre della Shoah; e lo fa con scrittura viva, espressiva, spesso caustica e brillante. Un libro che forse più di ogni altro nell’opera di Jergović fa risaltare la centralità dell’autore bosniaco, indiscusso protagonista della letteratura europea di questo inizio millennio.

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Ho preso questo libro dalla biblioteca perché prometteva di essere un’autobiografia liberamente ispirata alla storia di Lea Deutsch, una bambina-attrice incredibilmente popolare della Croazia degli anni ’30 e ’40 che muore nei campi di concentramento perché ebrea (in realtà non riuscirà neanche ad arrivare ad Auschwitz, morirà durante il trasporto).

Ecco, se uno si aspetta di leggere la storia di Lea, che nel libro diventa Ruta Tannenbaum, rimane deluso. La storia solo vagamente segue la famiglia di Ruta, più che Ruta stessa: dal nonno materno ai genitori, si percorre insieme a loro un periodo storico di circa vent’anni, in cui Ruta compare solo in un ruolo marginale e ben oltre la metà del libro. La sua professione, quella di attrice, viene nominata e citata in pochi punti, la stessa Ruta è praticamente senza parola se non in un paio di capitoli (in cui peraltro risulta un personaggio poco simpatico). Secondo me l’errore è presentare questo romanzo come una storia ispirata alla Deutsch: non c’è niente di quello che ci si aspetterebbe. Niente persecuzioni, niente campi di prigionia, niente di quel clima antisemita che affligge il periodo (solo a fine libro vengono riportati degli attacchi contro gli ebrei).

Complice uno stile non proprio semplice e una quantità impressionante di vocaboli croati o riferimenti alla storia croata (personaggi, fatti, nomi che io non avevo mai sentito prima), il volume avanza, ma con fatica. Si arranca, pagina dopo pagina, aspettando una svolta, un focus su Ruta: in fondo il romanzo è intitolato a lei. Questa svolta non arriva, tant’è che a fine romanzo noi sappiamo tutto del padre di Ruta, Moni, ma ben poco della figlia. Sappiamo molto anche dei vicini di casa, Amalija e Rade: sappiamo che hanno perso un bambino piccolo, sappiamo che Amalija ha avuto una crisi (che sembra depressiva); sappiamo che si è ripresa solo quando ha potuto accudire la figlia dei vicini, Ruta. Sappiamo di Ivka, la madre di Ruta, una bellissima ragazza, con dei grandi occhi scuri, figlia di Abraham Singer, un influente e prosperoso ebreo di Zagabria. Paradossalmente è proprio il personaggio di Ruta che rimane sfuggente.

Lo riconosco, se non ci fosse stata la quarantena non avrei mai finito il romanzo; lo avrei abbandonato ben prima di giungere a metà. Anche in totale relax riconosco che ho faticato non poco a proseguire; le ultime pagine me le sono trascinate per giorni interi. Il mio ostacolo principale è stato l’inserimento di termini croati (senza un glossario posto alla fine del romanzo); ma anche lo stile, incentrato su un tempo verbale presente, mi ha frenato. Temo sia una questione di gusti squisitamente personali: non è che lo stile fosse piatto o scialbo, semplicemente, come dicono gli inglesi, it’s not my cup of tea.

P.s. Tra l’altro la bambina che si vede sulla copertina NON è Lea Deutsch.

Lea Deutsch. Fonte: Wikipedia

Per saperne di più:

  • Ho fatto molta fatica a trovare qualche informazioni in più su Lea Deutsch online: molti sono siti in serbo/croato e quindi inaccessibili a chiunque non sia fluente in quelle lingue; qui un breve video (meno di 2 minuti) del World Jewish Congress che ripercorre la brevissima vita dell’attrice e della situazione degli ebrei dell’ex Jugoslavia: https://youtu.be/Rjl4RpximII.

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