L’eredità di Eszter di Sándor Márai

Editore: Adelphi

Anno di pubblicazione (almeno la mia edizione) : 1999

Pagine: 137

«Nella vita esiste una specie di regola invisibile per cui ciò che si è iniziato un giorno prima o poi lo si deve portare a termine». Per vent’anni Eszter ha vissuto un’esistenza piana e senza scosse, nella quasi inconsapevole attesa del ritorno di Lajos, il solo uomo che abbia mai amato e grazie al quale ha conosciuto, per un breve periodo, «quel senso di allarme continuo» che è stato «l’unico vero significato della sua vita». E un giorno Lajos torna: Lajos il bugiardo, l’imbonitore, il falsificatore di cambiali, il mascalzone, Lajos che esercita sugli altri un fascino il cui effetto è paragonabile solo a quello di un sortilegio o di un terribile veleno, Lajos che l’ha ingannata sempre, che mente «come urla il vento, con una specie di forza primordiale, con allegria indomabile» – che aveva detto di amare una sola donna, lei, e poi aveva sposato sua sorella. Ed Eszter sa che Lajos torna per prendersi l’unica cosa di valore che ancora non si è portato via, e che lei non farà niente per impedirglielo. Sa anche che la storia non è finita, perché «gli amori infelici non finiscono mai». Che Márai sia un maestro della tensione narrativa spinta quasi all’insostenibile è cosa ben nota ai lettori delle Braci. Solo Márai può gareggiare con se stesso – e qui, ancora una volta, ci racconta una storia che stringe la nostra mente in una morsa, fino allo scoccare dell’ultima parola.

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Ho comprato questo libro ad una bancarella dell’usato, quando ancora esisteva il mercatino dell’antiquariato ogni prima domenica del mese: questo, insieme ad un romanzo di Irène Némirovsky, me l’ero portato a casa per 2 euro.

Dell’autore ho a casa anche Braci, il suo romanzo più celebre, ancora intonso: acquistato e poi abbandonato lì, sul comodino, in attesa dell’occasione propizia. Beh insomma, ieri, complice una splendida giornata di sole, mi sono sdraiata in giardino con questo libricino, e in meno di due ore l’avevo concluso (d’altronde è più un racconto lungo che un vero e proprio romanzo). E….boh. Onestamente non mi ha lasciato molto, anche perché ho trovato la storia poco sensata e, soprattutto, poco dinamica: mi è parsa quasi un esercizio stilistico dell’autore, più che un vero e proprio impegno narrativo.

La protagonista è Eszter, una donna che viene descritta come un’anziana decrepita ma che in realtà ha 45 anni (e va bene che il libro è stato scritto nel 1939, ma comunque la vita media di una persona era ben oltre i 60 anni). Eszter sta aspettando il ritorno, molto anticipato, del cognato Lajos, un uomo di cui è stata innamorata da ragazza; un amore che però non si è mai esaurito. Eszter non si fa illusioni su Lajos: un uomo che, nella vita, non ha fatto altro che rubare, irretire e depredare casa di Eszter fin da quando ci ha messo piede. E anche ora, dopo tutti questi anni, Eszter sa che viene a chiedere qualcosa, ma cosa potrebbe portar via oltre a tutto il resto? Semplice, l’elegante dimora in cui Estzer ha sempre vissuto e ancora vive con l’unica parente che le sia rimasta, Nunu. E Lajos effettivamente chiede ad Eszter di farsi intestare la casa; il punto è che Eszter gliela concede.

Ora, per tutto il romanzo Lajos appare un truffatore, che Eszter descrive come molto affascinante e subdolo. Ma non mi è chiaro il perché debba concedergli la casa. Perché Eszter sa che Lajos non manterrà la sua parte dell’accordo, cioè quella di provvedere a lei e Nunu; sa anche che Lajos le ha rubato ogni cosa di valore su cui abbia messo le mani. Eppure, dopo tanti anni, ancora gli cede la casa. Avrei capito se ci fosse stato descritto un amore forte e mai finito, ed Eszter subisse ancora il suo fascino (cosa che effettivamente succede), senza rendersi conto di nulla; ma di fatto Ezster è cosciente che Lajos è un farabutto, ed è consapevole delle truffe di cui si è reso responsabile (tra le altre, ha venduto un cimelio di famiglia per poi restituire ad Eszter un falso; ha contraffatto delle cambiali; ha portato via il mobilio dalla casa di Eszter). E quindi resta la grande domanda: perché? Ad un certo punto si fa menzione di alcune lettere che Lajos aveva scritto vent’anni prima, in cui dichiarava il suo amore per Eszter, prima del matrimonio con la sorella. Ma anche queste lettere non sembrano giocare un ruolo di primo piano nelle decisioni di Eszter. Sembra tutto predestinato, come se fosse inevitabile. Ineluttabile. Ma perché lo è? Questo è un punto su cui mi sono arrovellata, e non riesco a trovare una risposta.

La predestinazione diventa un fulcro del romanzo: predestinazione che segna le vite dei protagonisti, da un lato Eszter che non può fare a meno di amare Lajos, ed esserne ingannata; dall’altro Lajos, predestinato a truffare e ingannare, perché “è nella sua natura”. Una predisposizione, un qualcosa di innato che non vale la pena combattere, perché quasi inesorabile: la narrazione di Eszter descrive bene questo sentimento, anche se i fatti non giustificano in alcun modo questo senso di imminente rovina. Ho amato la scelta di descrivere una giornata sola, anzi una visita di Lajos, per racchiudere l’intera esistenza di Eszter. Ho amato anche lo stile quasi decadente e l’ambientazione piccolo-borghese. Mi ha lasciata molto perplessa la storia e il suo srotolarsi. Anche se mi sono immaginata benissimo un film splendido tratto da questo romanzo.

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