La tenda rossa di Anita Diamant

In questo romanzo Dinah rievoca le vicende della propria famiglia, quella del patriarca Giacobbe di cui è l’unica figlia femmina, riportando in vita i riti e le dinamiche segrete tra le donne della tribù – Lia, Rachele, Zilpah e Bila – che la Bibbia cita ma a cui non ha mai dato voce. Patriarcato, contatto con la divinità, riti di iniziazione e potere femminile emergono attraverso le vicende della discendenza di questo personaggio straordinario.

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Come mai ho scelto questo romanzo? Semplice, viene citato in un saggio che ho letto recentemente (Liberati dalla brava bambina), in cui un capitolo era interamente dedicato alla protagonista di questa storia.

Questo romanzo è stato una super hit negli anni 2000, e capisco anche il perché: la storia di emancipazione ed empowerment, di resilienza della protagonista risuona molto soprattutto con un pubblico femminile. La copertina è di una bruttezza imbarazzante, con un font che mi causerà incubi nelle notti a venire ma è del 1997, periodo in cui i titoli in rosso e le copertine orrende andavano di moda.

Cosa racconta il romanzo? La storia di Dinah, un personaggio citato en passant nella Bibbia, in un paio di punti. L’autrice crea la sua storia, la inventa. E chi cavolo è Dinah? Ecco, secondo la Bibbia è l’unica figlia femmina di Giacobbe. Di lei sappiamo solo che viene stuprata da un tale Shalem, di un’altra tribù. Per “riparare”, il violentatore chiede in moglie Dinah. Giacobbe e i suoi figli chiedono al violentatore e alla sua tribù di cambiare religione, diventando ebrei (e quindi farsi circoncidere); la tribù accetta e tutti gli uomini si sottopongono alla pratica. Il terzo giorno dopo la circoncisione (quello che, dice la Bibbia, è il più doloroso) i fratelli di Dinah approfittano della debolezza degli avversari per sterminare tutti gli uomini della tribù. Poi scappano. Fine della storia di Dinah nella Bibbia. Che ci mostra due aspetti interessanti: 1) che il matrimonio riparatore è sempre esistito (ricordo che la prima donna a denunciare tale pratica in Italia è stata Franca Viola nel 1966); 2) i figli di Giacobbe sono degli assassini spietati.

Devo partire ammettendo la mia ignoranza totale sul testo sacro: io di Giacobbe non so praticamente nulla. Giacobbe è figlio di Isacco e Rebecca (quell’Isacco che Abramo aveva quasi sacrificato a Dio, tipo agnello). Giacobbe ebbe 2 mogli e 2 concubine. Le due mogli erano sorelle. Mi sembra il programma Sisters Wives (e ricordo che Giacobbe è considerato il Terzo Patriarca della Chiesa). La Bibbia ce lo descrive come un essere francamente viscido: ruba la primogenitura al fratello Esaù per un piatto di lenticchie (e questo ci fa capire che Esaù non fosse proprio una cima) e poi truffa il proprio stesso padre per ricevere la benedizione spettante al fratello. Poi, rendendosi conto di essere un infame, scappa dallo zio Labano, e truffa pure lo zio Labano. In più si sposa le sue figlie (entrambe rigorosamente minorenni).

Tutto questo non me l’ha mai raccontato nessuno durante l’ora di catechismo.

Ora, la poligamia e il concubinaggio erano pratiche “regolari” all’epoca, quindi non mi soffermerò più di tanto su questo aspetto (che secondo me non conosce quasi nessuno); non mi soffermerò neanche sul fatto che Giacobbe, stando al testo biblico, fosse un poco di buono. Ma passerò al romanzo: nel libro infatti le donne che dividono il letto con Giacobbe sono tutte sorelle; Rachele, la seconda moglie, ha 14 anni quando sposa Giacobbe (la prima volta che lui la vede lei ha 13 anni e deve aspettare che le arrivi il ciclo per diventare sua moglie). Labano, padre delle ragazze, viene descritto come un violento che, una volta, ha tentato di molestare le sue stesse figlie. Poi Labano sposerà una schiava che riempirà di botte fino alla fine della sua vita (della schiava, che si sa che le bestie grame non muoiono mai). Labano viene descritto così perché si vuole in qualche modo riabilitare la figura di Giacobbe: un ladro, un truffatore, uno che non ha esitato a tradire la fiducia del padre morente pur di ottenere la benedizione. Una personcina ammodo insomma. Come rendere Giacobbe il “buono”? Semplice, accostandogli una figura maschile ancor più ripugnante.

L’aspetto che secondo me funziona bene è il mostrare la totale sudditanza della donna nei confronti del marito/padrone. Nell’antichità la donna era un oggetto, sia che si trattasse di una moglie che di una schiava (o concubina). E questo aspetto si vede bene, è mostrato con precisione e nei dettagli.

E arriviamo a Dinah, unica figlia femmina di Giacobbe. Nella Bibbia di lei si dice che viene stuprata da Shalem e i fratelli si vendicano di questo affronto ammazzando l’intera popolazione maschile della città del violentatore. Nel romanzo invece Dinah si innamora di Shalem (nel giro di un’ora. È il classico e tanto odiato instalove), e i fratelli malvagi uccidono con l’inganno lui e tutti gli abitanti, lasciando Dinah sconvolta. La storia di Dinah poi diventa una sorta di soap opera, alla Beautiful, ma non entrerò nei dettagli per non spoilerare troppo (ma, per dare un’idea, ecco alcune delle cose che succedono: un figlio viene dato in adozione nonostante le proteste della madre; una zia e un nipote iniziano una relazione incestuosa; una nipote viene “diseredata” perché la madre non ha rispettato le usanze).

E il titolo che c’azzecca? Ecco, qui inizia la parte più problematica (per me) del volume: la tenda rossa è il luogo deputato alle donne nel periodo del ciclo o del parto, in cui non devono avere contatti con il marito/padrone. Questa tenda dovrebbe essere un luogo che dimostra, anche fisicamente, l’unione e la forza delle donne, che insieme possono affrontare tutto: parti difficili, gravidanze funeste, aborti spontanei, l’inizio del ciclo della protagonista…il tutto in uno stile bohémien e pagano, che mischia richiami ad una “grande dea” della natura al femminismo moderno. Questa parte, purtroppissimo, non funziona. Cioè il sodalizio tra queste donne (sorelle o parenti) non è un tratto fondamentale e scompare completamente nell’ultima parte, quando Dinah vive addirittura in un altro paese e ha perso tutti i contatti con la famiglia d’origine (a parte il fratellino Giuseppe, quello che libererà il popolo d’Israele dall’Egitto). Alla fin fine tutti i rapporti salienti sono quelli con gli uomini. Le quattro sorelle, più che essere legate tra loro, sono legate a Giacobbe; i momenti più importanti della vita di Dinah sono segnati dagli uomini della sua vita: Shalem, i fratelli che lo ammazzano e gli altri uomini che entreranno a far parte della sua vita dopo.

Da un lato il libro scorre anche abbastanza piacevolmente; dall’altro ad un certo punto ho iniziato a pensare “e basta”. Quante sfighe possono capitare ad una sola persona? E soprattutto, quante assurdità posso accettare? Non so, verso il finale ero un po’ stanca di tutto e di tutti. Capisco il perché del successo, ma capisco anche il perché oggi sia tutt’al più dimenticato. Riconosco che mi ha fatto scoprire degli aspetti della Genesi che non sapevo (ma non perché il libro li descriva fedelmente, solo perché sono andata a cercarli dopo la lettura).

P.s. Ho avuto un crollo a pagina 42, quando Zilpah, per impaurire Rachele riguardo alla prima notte di nozze, la porta a vedere i pastori vogliosi che si ingroppano le pecore, “lasciandole sanguinanti a belare in modo pietoso” (cit.). Questa immagine mentale mi perseguiterà pure nell’oltretomba.

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