La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana di Enrico Deaglio

Editore: Feltrinelli (collana Fuochi)
Pagine: 295
Anno di pubblicazione: 2019

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La bomba compie mezzo secolo. Non ha mai smesso di cambiare l’Italia, quasi fosse una massa incandescente nel sottosuolo, che continua a bruciare. “La bomba del 12 dicembre 1969 ha cambiato l’Italia; o meglio l’ha picchiata come un pezzo di ferro rovente su un’incudine, umiliata. Per cinquant’anni, tutta la vasta cospirazione di potere che l’ha prodotta ha lavorato per lei, perché restasse impunita e si moltiplicasse. È una storia talmente enorme che non si sa da che parte cominciare.” E la storia comincia dalle cicatrici, dalle premonizioni, dalle coincidenze, dai luoghi da cui la Storia è passata. E riemergono il tassista Rolandi, la fatale stanza della Questura da cui precipitò Pinelli, il “colpo di stato” in Procura, il “silenzio monumentale di Milano”, l’angosciante Veneto profondo in cui la bomba venne concepita, le manovre finanziarie intorno alla banca della strage, la sublime arte del depistaggio che da allora ci ha sempre accompagnato. La ricerca diventa così uno “studio in rosso” sulla struttura del potere in Italia e sulle nobili forme di resistenza che lo hanno contrastato, con le armi dell’amicizia, della parola, della musica, del coraggio civile. In mezzo campeggia, senza tempo, il grande quadro di Enrico Baj – la nostra Guernica –, che venne bendato perché troppo vero. Questo è un viaggio nella memoria, che ha l’andamento di un giallo e racconta l’ultimo mezzo secolo di storia italiana, come non l’abbiamo mai sentita. Chi non c’era potrà respirare l’aria pesante di quei giorni, quando sembrava che fosse buio a mezzogiorno. Chi c’era ritroverà la ferocia della bomba che scoppia, e poi si ritira, e poi si riproduce, e continua a scoppiare per decenni, con il potere di assoggettare tutti – tutti? – alla sua ferocia e al suo ricatto. Con lo sguardo di chi ha vissuto questa storia dall’inizio, Enrico Deaglio ricompone l’intrigo mettendo insieme le scoperte – alcune clamorose – degli ultimi dieci anni e nuovi spunti di ricerca con la speranza che una verità si possa raggiungere e, soprattutto, rendere nota.

Questo saggio, originariamente uscito proprio nel cinquantesimo anno dalla strage di Piazza Fontana, ripercorre la storia convulsa e ancora nebulosa di un evento spartiacque della storia italiana. Un evento che pochi ricordano e che sembra dimenticato. Io per prima non sapevo nulla di questa storia. Sì, siamo negli anni della “strategia della tensione”, ma che altro? A scuola è un periodo che non si studia (ma come si fa a creare dei cittadini consapevoli se tutta la storia italiana dal secondo dopoguerra non viene neanche presa in considerazione???!?), al cinema l’unico film che io ricordi, con Pierfrancesco Favino nei panni di Pinelli, aveva come unico obiettivo quello di scagionare il commissario Calabresi dall’omicidio dell’anarchico (Romanzo di una strage, 2012).

La storia è (o meglio sembra) semplice: il 12 dicembre 1969 esplode una bomba nell’atrio della Banca dell’Agricoltura a Milano. 17 morti. Un’altra bomba, piazzata lì vicino, rimane inesplosa. C’è il caos. Subito si identificano come autori della strage gli anarchici, senza alcuna prova. Viene convocato in questura Giuseppe Pinelli, che in questura ci esce solo da morto. Le indagini poi sembrano individuare un altro anarchico, tale Pietro Valpreda, che si sconterà alcuni anni di carcere prima di essere scagionato per mancanza di prove. Gli autori della strage, identificati in gruppi di estrema destra, Ventura e Freda, verranno assolti perché erano già stati condannati e assolti per il medesimo reato (una condanna che comunque giungerà solo nel 2005). Una storia che mischia la CIA, la polizia segreta e i misteri di Stato. Una storia sporca, che è stata volutamente resa nebulosa da alcuni apparati interni allo Stato che per anni hanno reso impossibile qualsiasi forma di elementare giustizia e verità per le vittime.

Vorrei raccontare e scrivere molto di più, perché questo episodio, il più grave atto di terrorismo dalla fine della seconda guerra mondiale, è pieno di curiosità e aneddoti: se ne potrebbe trarre non un film ma una serie di 200 ore, e comunque rimarrebbero dei punti oscuri. L’aspetto che emerge, in questa strage come in altre degli stessi anni (ribattezzati poi “di piombo”, da un film di Margarethe Von Trotta), è il tentativo di puntare il dito contro le frange anarchiche o di estrema sinistra, complice anche il gruppo terrorista delle Brigate Rosse. Tra il 1969 (strage di Piazza Fontana) e il 1980 (strage della stazione di Bologna) si contano in Italia 7 bombe che provocarono, nel complesso, centinaia di morti e feriti. In questi casi si accusarono gli anarchici (capri espiatori perfetti) e solo dopo si scoprì che dietro a tutto c’era l’estrema destra, di solito incarnata dal gruppo Ordine Nuovo. Di fatto la stragrande maggioranza degli attentati e dei golpe furono coadiuvati dall’estrema destra, di ispirazione fascista, in possesso di soldi, armi e tutele. Freda e Ventura vennero coperti per tutta la durata del processo contro di loro: nonostante le prove e le evidenze contro di loro, hanno evitato la condanna per la strage che costò la vita a diciassette uomini. Connivenza, pare, anche dei servizi segreti americani, che volevano – con questi attentati – scuotere l’opinione pubblica contro il comunismo dilagante di quegli anni. Simile ad altre operazioni decisamente poco ortodosse della CIA di quegli anni, come l’Operazione Condor in America Latina (di cui parlerò più in dettaglio in una prossima recensione). E in effetti il comunismo non diventerà mai la prima forza parlamentare. Mission accomplished, ma a che prezzo?

Sul saggio in sé devo ringraziare la penna dell’autore, Deaglio, di cui avevo già letto un altro volume storico (qui), che è riuscito nell’impresa non proprio semplice di rendere questa storia incredibilmente scorrevole. E ha anche fatto un grosso lavoro di chiarificazione di molti aspetti che sono nebulosi, mischiati, avvolti dal mistero. Deaglio riesce a rendere appassionante il tema: mi pesava andare a lavoro al mattino e abbandonare la lettura.

Link utili:

  • Podcast di storielibere.fm (che strano); lo stile della Pisu, la narratrice, è forse troppo asettico, ma preciso e nella prima puntata racconta la strage di Piazza Fontana intervistando uno dei testimoni sopravvissuti: https://storielibere.fm/nero/;
  • Documentario 12 dicembre di Pier Paolo Pasolini, citato nel saggio, in cui si trovano anche le interviste alla mamma e alla moglie di Pinelli, anarchico morto “cadendo” dalla caserma in cui veniva interrogato: https://youtu.be/K2Rg_5YZVo8;
  • Il sito delle Edizioni Ar, di Franco Freda, dove si trova una biografia – forse meglio definirla un’agiografia – del responsabile della bomba. Tra le altre cose si può leggere il racconto dei tempi di guerra di quando gli alleati sparano ad un bus dove si trova il piccolo Freda con la madre ed interviene un nazista – umano, troppo umano – che dice “Noi sì morire, bambini no”. E la parabola del buon nazista si conclude con: “Facile diventare nazisti. Ma non Giorgio, lui non sarebbe mai diventato nazista sull’onda del sentimento. Lui, se un po’ lo fu, è perché indotto dal suo Platone, compulsato tra il liceo e la laurea, e per un’innata sensibilità per lo stile”. Capito? È colpa di Platone se Freda, un po’, divenne nazista. Una biografia stucchevole, che imbarazzerebbe persino quelli dell’Istituto Luce. Ora Freda è sposato con Anna K. Valerio, i cui libri sono pubblicati dal marito: http://www.edizionidiar.it/franco-freda/;
  • Nel saggio si fa riferimento a due opere: I funerali dell’anarchico Galli (1911), di Carlo Carrà e I funerali dell’anarchico Pinelli (1972) di Enrico Baj. Baj prese ispirazione dall’opera dell’artista futurista per la sua, in occasione di una mostra a Palazzo Reale, a Milano, che non venne mai esposta perché proprio il giorno dell’inaugurazione venne assassinato il commissario Calabresi (che Lotta Continua indicava come responsabile della morte di Pinelli). L’opera è tutt’ora senza collocazione (è stata esposta a Palazzo Reale nel 2012, quarant’anni più tardi della mostra progettata da Baj stesso). L’opera è un chiaro richiamo a Guernica (Baj era amico di Picasso). In questo link si trovano alcune informazioni prese dall’autobiografia dell’artista: http://francescotadini.it/baj-i-funerali-dellanarchico-pinelli-1972-da-automitobiografia-di-enrico-baj/.
1-Baj_-I-Funerali-anarchico-dell-Pinelli-foto-di-Andrea-Scuratti
Il quadro completo di Baj: al centro Pinelli, a testa in giù; sulla destra i poliziotti; a sinistra gli anarchici; fuori dal pannello principale, la moglie e le figlie di Giuseppe Pinelli. Tra l’altro mio nonno mi ha detto che aveva conosciuto Pinelli, perché frequentavano lo stesso bar (Pinelli lavorava nelle ferrovie, mio nonno nelle poste e viaggiava spesso su treno per lavoro). Questa scoperta mi ha fatto riflettere sulla teoria strampalata dei “six degrees of separation”, secondo cui a separarci dagli altrici sono massimo sei “intermediari”. In questo caso anche meno, solo uno. Foto credit:  https://www.artribune.com/report/2012/08/baj-e-pinelli-doppio-risarcimento/attachment/1-baj_-i-funerali-anarchico-dell-pinelli-foto-di-andrea-scuratti/

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