In tempo di guerra di Concita de Gregorio

A volte basta fare un passo, dire una parola, spostare appena lo sguardo per vedere il mondo, come una sorpresa, con occhi diversi. È quello che accade a un ragazzo di trent’anni quando inizia a ripensare alla propria vita: Marco è alla ricerca di una strada e si è sempre sentito estraneo a una famiglia, la sua, che riassume le contraddizioni del secolo scorso. Una famiglia in cui ognuno crede in qualcosa, sia un’idea, un partito, una chiesa. Lui, invece, si sente in lotta contro tutto: il soldato di un esercito invisibile. Ed è nel pieno di un’età cruciale, di cui nessuno parla – la guerra dei trent’anni, tempo di primi bilanci e culla di molti congedi. Qui comincia una storia dalle tante anime, piena di slanci di dolori di dubbi, e di ironia. Il racconto di un ragazzo che, cucendo insieme i pezzi del proprio passato, prova a capire chi è davvero. Marco ama la musica e i numeri. Fa tornare i suoi conti, sa ascoltare. La cosa fondamentale è stare a tempo. Anche nel dialogo con la sorella amatissima, con l’amico, con una fidanzata che come tutte le donne «gli mette ansia», coi nonni. Cerca un vero padre, scopre di non essere, come credeva, un alieno in questo mondo. Una storia che è la nostra, quella dei nostri figli che provano a darsi un futuro. Lo faranno. Nel gioco del mondo, si perde solo quando si rinuncia a giocare. Marco – le tasche piene di tutto quello che manca – va e ci porta con sé. È magnifico tirare il sasso e saltare con lui.

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Ho letto questo libro perché io ho da poco raggiunto quel traguardo spaventoso e nuovo descritto nella trama: la boa dei trent’anni. Che per un uomo medioevale significava che la gran parte della vita era ormai alle spalle; per me, oggi, significa che – se va tutto bene – ho raggiunto un terzo della mia vita (sono ottimista). E niente, mi piaceva l’idea di leggere dei trent’anni, di questi nuovi trent’anni (ma ogni generazione non ha sempre “nuovi” trent’anni?). Le premesse erano brillanti: Marco, narratore e protagonista, ricorda le sue lotte e le sue conquiste in trent’anni di vita, soffermandosi sugli obiettivi raggiunti e su quelli mancanti, sui rapporti familiari e affettivi.

Mi ha molto stupito lo stile scelto, una sorta di romanzo epistolare tra Marco e la scrittrice, corredato da email, lettere e conversazioni della cerchia famigliare e di amicizie di Marco. Marco scrive, Concita risponde (con un modesto ma quasi fastidioso nome, “Le risposte che non ho”, di socratica memoria).

Questo stile, un po’ desueto forse, certamente inusuale, non mi ha convinta. Marco scrive, o a volte invia degli scritti, delle conversazioni che ha avuto con altri, alla giornalista, che gli risponde. Spesso queste risposte includono articoli o discorsi di cronaca vera. E che, onestamente, non ho né capito, né saputo apprezzare. Anche perché molti riferimenti sono purtroppissimo fuori dalla portata di un trentenne. Per esempio si cita un lungo discorso tenuto al Parlamento da Alex Langer nel 1995. Ora. Io in quell’anno avevo 5 anni. Il protagonista, essendo trentenne, aveva la stessa età. Io questo Langer non l’avevo mai sentito nominare. E sì, sicuramente c’è di mezzo la mia ignoranza, ci mancherebbe. Ma resta da capire quanti altri millenials hanno colto il riferimento. [Poi giustamente sono andata a guardare perché nel libro si parla del suo suicidio, senza entrare nei dettagli: Alex Langer è stato un politico e attivista italiano; un’ecologista decisamente avanti nei tempi, che ha fondato i Verdi in Italia e si è battuto per la pace, condannando aspramente la guerra nella ex Jugoslavia. Ma anche qui, per me, trentenne, la guerra della Jugoslavia è un racconto che appartiene al passato quasi remoto. Detto questo sono stata contenta di scoprire chi fosse Langer, perché la sua vita merita di essere raccontata, però forse non va data per scontata la sua conoscenza a priori]. E poi si cita Carol Rama, o Carla Lanzi…tutte figure che, riconosco, sono finite ingiustamente nell’oblio; ma l’autrice le cita come se noi, trentenni, le conoscessimo, come personaggi noti, e io vorrei aprire un’indagine: chiunque sia nato dal ’90 in poi ha mai sentito parlare di queste persone? A meno di non averne letto in un libro, io temo che siano figure di nicchia. E di nuovo, sono d’accordo che meritino di essere riscoperte, ma forse citarle a casaccio in un volume che dovrebbe parlare ai trentenni non è il modo giusto per farle riscoprire.

In un altro punto si citano le Nailympics, cioè le Olimpiadi delle unghie, evento di cui ho sentito parlare per la prima volta leggendo il romanzo; o ancor la pratica del respiranesimo, quelli che vorrebbero vivere di sola aria (una storia che aveva fatto un minimo di scalpore qualche mese fa). Ecco, io non ci arrivo. Non capisco cosa vorrebbero trasmettere queste notizie, e la loro presenza nel testo: che siamo tutti scemi? Che viviamo in tempi bizzarri? Che ogni giorno si scoprono novità che fanno dubitare dell’intelligenza umana? Non so. Onestamente ci ho provato, ma non ci arrivo. Limite mio, non metto in dubbio.

In fondo si citano e riportano diverse lettere che mostrano come la depressione sia in netto aumento e ne sono affetti soprattutto i ragazzi giovani (che in Italia può voler dire tutto, considerando che sotto i 50 si è sempre giovani: qui si parla di fasce tra i 25 e i trent’anni). Ma anche qui, è davvero aumentata la depressione, o semplicemente ora sappiamo attribuire un nome ad un disturbo che prima non si conosceva o non si sapeva nominare? Quel “male di vivere” di cui parla Montale o l’ennui, lo spleen, dei simbolisti?

Nell’ultimo capitolo invece mi sembra che si sia proprio corsi ai ripari: visto che nei capitoli precedenti Marco era insicuro, single e senza lavoro, Sei mesi dopo ha trovato tutto: ha una compagna, che è pure incinta, ha ricucito i rapporti col padre biologico e ha pure trovato un impiego. Chapeau.

Non lo so. Questa storia non è riuscita a parlarmi, mi sembra scritta per i trentenni di un’altra generazione, forse quella della scrittrice. Non è un male assoluto, ci mancherebbe, ma in quei trentenni che Marco dovrebbe rappresentare non mi ci sono ritrovata; anzi mi sono sentita ancora più isolata, perché quel mondo che Marco descrive non solo non lo riconosco, ma mi sembra costruito a tavolino. Poi io non so se l’autrice sia partita da una conversazione epistolare vera o se l’abbia inventata: so che sembra finta. Una finzione letteraria. Scritta bene, per giunta. Ma che non tocca le corde giuste.

Ecco, secondo me è stato questo il problema: io cercavo un libro che parlasse di me, che parlasse a me. In quanto trentenne, lo sentivo come una sorta di dovere morale del volume. E per questo sono rimasta delusa. Non per la scrittura, non per lo stile, neanche per la trama. Semplicemente perché il libro non è per me.

 

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3 Comments

  1. Strano… io invece l’ho trovato molto adatto a me, proprio per il fatto di ricucire i miei 33 anni con pezzi persi perché inconsapevole, dato che ero piccola. L’ho letto come un dialogo, in cui entrambi si ascoltano. L’ho apprezzato molto e mi è servito a riunirmi nel continuum generazionale. 😀

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