Letture della settimana 4

Prosegue imperterrita la mia quarantena; ecco quindi (con leggero ritardo) le letture della settimana scorsa.

Non so perché ma all’inizio di questa settimana mi sentivo particolarmente triste e quindi avevo ripiegato su un romanzo che non avrei mai considerato altrimenti, ovvero Tutte le volte che ho scritto ti amo di Jenny Han, edito Piemme, memore delle recensioni per lo più positive del film di Netflix. Sicuramente io sono fuori target e gli YA d’amore non rientrano nelle mie preferenze MA, ed è un grosso MA, mi è parso che tutto il libro e il personaggio di Lara Jane in particolare fossero pensati per un pubblico un po’ più giovane degli YA. Perché Lara Jane ha 16 anni, ma le situazioni descritte e gli stessi pensieri della protagonista mi ricordano dei ragazzini più piccoli. Anche il testo, per lo più, è adatto ad un pubblico molto giovane, sui 12-13 anni, proprio perché ci sono alcuni aspetti un po’ patinati che io mi aspetto in un romanzo destinato ai più giovani e che mi sembrano un po’ assurdi in un romanzo pensato per ragazzi grandicelli (come il focus esagerato sulla famiglia, dove tutti vanno d’amore e d’accordo). Sia il linguaggio utilizzato (dove nel complesso compaiono due parolacce che stonano con il tono del resto del romanzo), sia le situazioni descritte mi hanno fatto pensare a dei libri per ragazzini più piccoli. Non c’è niente di male, ci mancherebbe, però ecco mi ha un po’ interdetto la scelta del tema, cioè una classica storia di “due ragazzi si mettono insieme per finta, ma poi si innamorano per davvero”, con il tono generale scelto. I pensieri di Lara Jane io li associo a quelli di una ragazzina ben più piccola di 16 anni, soprattutto per una visione a dir poco limitante del sesso come una cosa turpe che ritorna quasi ossessivamente per tutto il libro: chiunque faccia sesso è considerato sotto una luce decisamente negativa, come Chris, l’amica di Lara Jane, oppure la sorella della protagonista, che per la cronaca ha 18 anni, e che si sente in colpa per aver fatto sesso. Anche il passarsi i bigliettini a scuola mi ha ricordato dei bambini più che degli adolescenti: io ho fatto la babysitter a delle bambine di quinta elementare che mi raccontavano dei bigliettini che si passavano tra loro, e sono drammaticamente simili a quelli che Peter e Lara si scambiano. Credo che molte delle recensioni entusiastiche del libro siano in realtà dovute al successo della trasposizione di Netflix (che io ho visto e che è carino per un pubblico molto molto giovane).

Omicidi in pausa pranzo

Poi mi sono spostata nel genere giallo all’italiana con Omicidi in pausa pranzo di Viola Veloce, pseudonimo sotto il quale si cela una blogger, e il romanzo risale al 2014. Il libro nasce come un’autopubblicazione che poi, dopo diverse avventure, viene edito dalla casa editrice Mondadori. La protagonista, Francesca Zanardelli, è una donna sui trent’anni che lavora come impiegata in un’azienda a Milano; la vita privata è andata a rotoli quando il fidanzato l’ha lasciata poco prima delle nozze. Durante una pausa pranzo Francesca rinviene nel bagno dell’azienda il corpo senza vita della sua collega impicciona e incapace, Marinella Sereni. Ma non è l’unico cadavere che verrà trovato…

Dalla trama io mi aspettavo un giallo leggero leggero, come Teresa Papavero della Moscardelli per intenderci. Il tentativo di far comicità c’è, ma è labile. Spesso i toni usati sono troppo superficiali per determinati argomenti che si decide di affrontare (per esempio c’è un collega che si suicida in prigione dopo esser stato ingiustamente accusato degli omicidi). Ecco, su alcuni temi è dannatamente difficile essere spiritosi senza sconfinare nella mancanza di rispetto. Secondo me l’autrice non è riuscita in questa impresa. Se lo scopo era far sorridere, non funziona. Se lo scopo era intrattenere con un finale sorprendente, non funziona per niente. Dico solo che ad un certo punto pensavo fosse la protagonista stessa il misterioso omicida (e sarebbe stato più meglio così). Da un lato la tragica vita da quasi zitella della protagonista dovrebbe far ridere, ma invece fa solo pena e gran tristezza, con degli stereotipi anche fastidiosi della donna abbandonata con genitori invadenti. Anche i genitori di Francesca, che dovrebbero essere delle spalle comiche, diventano dei personaggi da compatire; addirittura la malattia della madre, angosciata per le sorti della figlia, è raccontata in toni tali da far pensare a disturbi seri, come la depressione, salvo poi saltare di gioia quando la figlia va ad uno speed date. Manca il ritmo giusto, e anche la giusta dose di umorismo e tonalità. Peccato, perché lo spunto era molto carino.

Poi ho voluto darmi un tono e mi sono letta uno dei pochi saggi di Eva Cantarella che ancora non avevo preso in mano, L’aspide di Cleopatra, edito Feltrinelli. Un saggio brevissimissimo (una cinquantina di pagine), che mostra diversi ritratti di donne dell’antichità. Il problema è che queste donne non alcuna relazione tra loro, a parte il genere femminile. Sono donne sia storicamente esistite, sia mitologiche; l’amore – che dovrebbe essere il collante delle loro vicende – è un tema un po’ troppo abusato per renderla una raccolta originale. Non c’è una valida cornice a racchiudere le storie, quindi manca completamente un filo conduttore delle biografie. Biografie che, per di più, sono brevissime, poche notizie raggranellate in un paio di pagine. Anche la storia di Cleopatra, che dà il titolo al saggio, non è che un mero riassunto delle sue relazioni con Cesare e Antonio, senza aggiunte o spunti nuovi. La storia meglio riuscita, che ha anche uno spazio leggermente maggiore nel testo, è quella di Erigone: attraverso il mito si risale ai legami tra impiccagione e sesso nella cultura e nel mondo greco (o meglio perdita della verginità, e quindi il passaggio da fanciulla ad adulta), creando un parallelismo tra le altalene e l’impiccagione. Se fossero state tutte dettagliate e ricche di spunti come quest’ultima, il saggio sarebbe stato decisamente migliore. Per saperne di più sul mito di Erigone e i giochi delle altalene in Grecia: http://www.instoria.it/home/erigone_rito_altalena.htm).

Poi ho letto Per il mio bene di Ema Stokholma, edito HarperCollins, pubblicato proprio quest’anno. L’autrice, che io non conoscevo, è una deejay italiana e conduttrice radiofonica. Nell’autobiografia si racconta la travagliata infanzia della scrittrice ed in particolare ci si concentra sugli abusi fisici e psichici subiti ad opera della genitrice. Visto che si parla di un’autobiografia, e dunque di un’esperienza di vita vera, mi concentro esclusivamente sul come è presentata la storia e non tanto sulle cose raccontate, per rispetto nei confronti della scrittrice. Il modo in cui è stato scritto non funziona. La storia si apre con un fatto accaduto alla protagonista quando è una bambina, che ci getta nel mezzo della vita di violenze a cui la madre la sottoponeva. Poi, mentre sta raccontando cose accadute intorno ai 14 anni, torna indietro e racconta fatti precedenti; poi si passa all’adolescenza, con la ribellione e i tentativi di fuga da casa; e poi, dopo l’allontanamento dalla madre c’è un unico capitolo frettoloso in cui racconta i successivi vent’anni della sua vita. Che può anche andare, se fosse il capitolo conclusivo. Invece no, dopo un capitolo in cui i fatti si affastellano uno dietro l’altro, con frasi brevi, spezzate, si ritorna ad una scrittura più distesa nel capitolo successivo, dove si racconta la morte dell’aguzzina e l’ultimo incontro tra madre e figlia. Manca un’uniformità stilistica e temporale. E nei capitoli finali scopriamo che, andando dallo psicoterapeuta, l’autrice ha iniziato a ricordare tutte le violenze subite da piccola, a partire dal primo aneddoto con cui si apre il libro. Non funziona la tempistica del racconto; ad un certo punto diventa quasi un mero elenco di violenze, senza partecipazione emotiva alcuna; non capisco perché non si sia scelto di concentrarsi meglio sulla figura materna, che risulta cattiva, ma senza motivo, senza un perché. Non si indaga su questa donna; ne risulta un quadro molto frantumato e spezzettato, in cui pare di scorgere solo alcuni episodi della vita della protagonista, ma manca, quasi per paura di esporsi troppo, uno scavo più approfondito, una volontà di guardare oltre, di andare più a fondo. Sembra che ci sia un velo tra il lettore e i fatti, ma anche tra il lettore e la protagonista, che impedisce un contatto con la storia e i suoi protagonisti, lasciando un racconto impersonale. Lascio il sito dell’autrice, che è anche blogger e pittrice (trovate o suoi quadri nella sezione apposita del sito): https://www.emastokholma.com/ e un’intervista breve di Freeda all’autrice: https://youtu.be/pZaE69Hp8oo.

Poi mi sono scelta un autore che ho amato tantissimo in Giulia 1300 e altri miracoli, cioè Fabio Bartolomei, con L’ultima volta che siamo stati bambini, edito e/o. Un libro che mi è piaciuto molto e che, per tutto il tempo della lettura, mi sono immaginata come un perfetto film per bambini per raccontare la deportazione e le leggi razziali. Il romanzo si concentra su tre bambini, Cosimo, Italo e Vanda, che, verso la fine della guerra (siamo nel 1943), partono in un’improbabile avventura per recuperare il loro amico Riccardo, un bambino ebreo che vive nel ghetto di Roma, che sale su un misterioso treno una sera. Ma i tre bambini non si arrendono, vogliono seguire il treno che lo ha portato via e recuperare il loro amico. Peccato che non sappiano dove sia andato (anche se è ben chiaro, agli adulti, che la destinazione finale sia Aushwitz).

Cosimo vive con il nonno e il fratellino, dopo che il padre è finito al confino per le sue idee politiche; Italo è figlio di un convinto fascista e idolatra il fratello Vittorio, soldato fascista ferito in guerra e decorato con una medaglia al valore; Vanda è un’orfana che ha conquistato le simpatie di suor Agnese, che la considera alla stregua di una figlioccia.

L’avventura è raccontata da due punti di vista: quello dei tre ragazzini e quello di Suor Agnese e di Vittorio, che insieme partono per cercare di raggiungerli. Ci sono dei momenti molto teneri e molto commoventi (anche se l’epilogo mi è parso un po’ scontato, ma ha confermato la mia teoria che come film sarebbe perfetto). Forse alcuni dettagli sono semplificati o ammorbiditi, ma senza scivolare nel melenso o nell’assurdo. Secondo me con alcune modifiche sarebbe un romanzo molto carino anche per un pubblico giovanissimo. Consigliatissimo anche per la delicatezza con cui si affrontano tematiche quali diversità, amicizia e morte.

 

3 Comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...