Il borghese Pellegrino di Marco Malvaldi

Editore: Sellerio

Anno di pubblicazione: 2020

Pagine: 276

Il borghese Pellegrino

A cinque anni di distanza dal suo primo, fortuito, caso criminale (raccontato nel precedente Odore di chiuso), Pellegrino Artusi è ospite di un antico castello che un agrario capitalista ha acquisito con tutta la servitù, trasformando il podere in una azienda agricola d’avanguardia. È stato invitato perché è un florido mercante, nonché famoso autore della Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, il libro con cui codificava la cucina italiana e contribuiva anche, con i sapidi aneddoti uniti alle ricette, a diffondere nei tinelli delle case la lingua nazionale. Oltre al proprietario, Secondo Gazzolo, con la moglie, completano il gruppo altri illustri signori. Il professor Mantegazza, amico di Artusi, fisiologo di fama internazionale; il banchiere Viterbo, tanto ricco quanto ingenuo divoratore di vivande; il dottor D’Ancona, delegato del Consiglio di Amministrazione del Debito Pubblico della Turchia; Reza Kemal Aliyan, giovane turco, funzionario dello stesso consiglio; il ragionier Bonci, assicuratore con le mani in pasta; sua figlia Delia che cerca marito ma ancor più avventure. Riunisce tutti non solo il fine conviviale, ma anche un affare in fieri. Sono infatti gli anni d’inizio secolo in cui la finanza europea si andava impadronendo del commercio internazionale del decadente Impero Ottomano. Accade che, tra un pranzo, un felpato attrito di opinioni e interessi, un colloquio discreto, viene trovato morto un ospite; è chiuso a chiave in camera da letto ma il professor Mantegazza è sicuro: è stato soffocato da mani umane.

Quando è uscito questo romanzo in libreria (ormai un mese fa) io mi sono fiondata a comprarlo. Perché a me Malvadi nelle sue avventure storiche mi piace un casino. Tant’è che non ho i volumi del BarLume, per quanto mi piacciano, ma ho dovuto assolutamente comprare i romanzi storici. E questo volume aveva anche il grande pregio di riportare un personaggio particolarmente amato, Pellegrino Artusi, chef italiano dell’Ottocento, protagonista di Odore di chiuso.

Pellegrino Artusi viene invitato ad un weekend a Campoventoso insieme ad un piccolo gruppo di illustri ospiti, riuniti per questioni d’affari: il professor Mantegazza (figura storica); il banchiere Viterbo, il ragioniere Bonci e la figlia; D’Ancona e Aliyan, membri del Consiglio di Amministrazione del Debito Pubblico della Turchia, e i padroni di casa: Secondo Gazzolo e la moglie Clara (più gli indispensabili membri della servitù, capitanati dal ligissimo maggiordomo Bartolomeo e che include Crocetta, cameriera giovane e sveglia).

E niente, questo romanzo non ha lo charme del precedente; nonostante degli spunti similari (un weekend in una dimora storica, un uomo morto in una stanza chiusa), non riesce a convincere a fondo. Per me il limite di questo romanzo è la mancanza di scene comiche, che, per quanto fossero magari banalotte, mi avevano intrattenuta tantissimo in Odore di chiuso. Peccato peccato peccato. Poi bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare e quindi attribuire a Malvadi un’incredibile ricerca su alcuni aspetti poco noti – per non dire sconosciuti – della storia italiana: in questo caso i legami del Regno d’Italia con l’Impero Ottomano e la produzione della carne in scatola. Gli elementi ci sono tutti, le possibilità di far nascere siparietti comici pure, ma Malvaldi sembra quasi non vederli.

Rimane un romanzo carino, che si legge in una mattinata spaparanzati sul divano, ma non riesce a eguagliare il suo predecessore. E a questo punto mi chiedo: non è anche colpa della casa editrice che impone tempi troppo stretti per scrivere questi romanzi? Perché di fatto Malvaldi ogni anno pubblica almeno un libro, più uno o due racconti per le raccolte della Sellerio dedicate alle festività più svariate (Ferragosto, Carnevale, Natale…). Forse un po’ più tempo a disposizione per scrivere e pensare alle idee aiuterebbe quello che appare come un declino dell’autore, dopo un inizio scoppiettante?

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