Good luck girls di Charlotte Nicole Davis

Editore: Rizzoli

Anno di pubblicazione: 2020

Pagine: 416

Copertina di: Good Luck Girls

Le chiamano ragazze della Buona Fortuna, ma tutti ad Arketta sanno che quelle ragazze sono tutto tranne che fortunate: vendute ancora bambine a una “casa di benvenuto”, marchiate con un tatuaggio maledetto e intrappolate in una vita che non avrebbero mai scelto. Quando una di loro uccide accidentalmente un uomo per legittima difesa, fuggono in cinque dalla casa di benvenuto e intraprendono un viaggio pericoloso e impossibile alla ricerca della libertà, della giustizia e della vendetta, in un mondo che ha negato loro ogni diritto. Inseguite dai poteri più corrotti e malvagi di Arketta, la loro unica speranza è riposta in una storia della buonanotte tramandata da una ragazza della Buona Fortuna all’altra, una storia a cui solo le più giovani e disperate tra loro sono disposte a credere. Perché possano sopravvivere, non basterà la buona fortuna. Servirà tutta la forza della loro amicizia.

Breve riassuntone: cinque ragazze si trovano in fuga dal bordello dove sono rinchiuse; sono Ragazze della Buona Fortuna, prostitute vendute dalle famiglie poverissime a bordelli dove diventano schiave sessuali al compimento del sedicesimo anno d’età. Chi sono queste cinque? Clem, che ha ucciso un cliente, la sorella Aster, le amiche Tandy e Mallow, e la stronzetta-che-però-alla-fine-è-buona Violet. Scappano nella foresta, inseguite dai gendarmi perché il cliente morto è il figlio di un riccone. Scappano verso una meta non ben precisata, in teoria in cerca di una donna che, leggende dicono, è capace di cancellare i tatuaggi magici marchiati sulla loro pelle, che li identificano come prostitute per poter cominciare una nuova vita.

Purtroppissimo questo è il primo volume di…non so, una duologia, una trilogia? Boh. Evidentemente è impossibile creare stand-alone novel. È una sorta di fantasy pe ragazzi. Fantasy è parolona, ma comunque…la storia è ambientata in una specie di Far West fantasy dove esiste la magia (o qualcosa di simile). In questo primo volume le descrizioni sono talmente scarne che il fatto che ci fossero dei richiami al profondo ovest americano io l’ho letto dalla trama di copertina, altrimenti ciaone. L’autrice non è dotata del talento di saper descrivere, men che meno immaginare, la terra che ci presenta.

Purtroppo il romanzo è mediocre, e quel che è peggio è che una storia che si riprometteva di essere empowering per le ragazze diventa un perfetto esempio di come NON scrivere femminismo. Perché lo scopo plateale del romanzo è femminista, con temi di riscatto sociale e presa di coscienza. Ma l’autrice cade in molti clichè e molti errori che non solo non fanno emergere il femminismo, ma, al contrario, lo affossano. Il problema più grosso dell’intero romanzo è che tutte le volte che le ragazze sono in pericolo vengono salvate/aiutate da uomini. Capita frequentemente e lo andremo ad analizzare meglio con il personaggio di Zee. L’altra grande problematica è che l’autrice purtroppissimo non riesce a creare un vero e credibile processo di avvicinamento e coesione che lega i personaggi. Per lo più questi sembrano tutti personaggi che non hanno legami saldi, se non a livello individuale. Aster con Clem, perché sono sorelle; Tandy con Mallow, perché sono innamorate. Finita qui. Non si crea – o non si percepisce – un’unione, una banda, la formazione di un gruppetto di bad ass girls che lotta contro tutto e tutti per raggiungere la libertà. Si fanno tentativi, per lo più abbozzati, di far dialogare i personaggi tra loro, ma non c’è mai una vera coesione, uno spirito di gruppo, una sorellanza. I legami più forti sono quello tra Clem e Aster, ma anche qui, le due sono sorelle ma la parentela è affrontata in maniera molto essenziale, monotematica, nel senso che Aster per tutto il libro non pensa ad altro che a proteggere la sorellina, nient’altro; la relazione tra Tandy e Mallow è talmente scialba che viene buttata lì nella mischia giusto per avere una coppia LGBTQ+, che si sa, nei romanzi YA se non si hanno coppie gay non va bene.

Il problema principale però è il finto femminismo. Perché l’autrice chiaramente voleva fare un romanzo che fosse permeato di personaggi positivi e che prendono coscienza della propria forza interiore, dell’importanza di stare insieme ad altre ragazze. Insomma uno di quei libri empowering. Peccato che l’autrice non lo sappia fare e finisce, al contrario, per creare dei personaggi stereotipati, che hanno bisogno dell’intervento di un uomo per sopravvivere. Piccola premessa: tutte le scene di azione e tutte le avventure o disavventure che affrontato le cinque ragazze sono molto basic. E, soprattutto, se la cavano sempre in maniera decisamente troppo semplice. Per esempio, devono scappare dal bordello, un luogo che, ci viene detto, è super protetto e controllato. Devono scappare lasciandosi un cadavere alle spalle. Ecco, riescono a farlo senza particolari difficoltà. Devono derubare gente: lo fanno senza problemi. Addirittura ad un certo punto arrivano a rapinare una banca, portarsi via il bottino in un sacco e riescono a seminare i gendarmi. [Breve nota: il bottino è in lingotti. Non essendo io orefice o ladra non ho mai tenuto in mano un lingotto, ma essendo fatto di metallo vi lascio solo immaginare il peso di un singolo lingotto. Provate a immaginare portarne via anche solo 10 dalla banca. Bene bene che vada, questa roba pesa 10 kg. Dieci chili per una ragazza sono TANTI. TANTI. E lo dico perché a lavoro sollevo carichi pesanti, quindi so quanto possa risultare faticoso trasportare carichi. E nel romanzo ci viene fatto credere che UNA SOLA di queste ragazze si porti il bottino sulle spalle. E intanto corre via dai gendarmi. Una ragazza che, detto per inciso, non è allenata, non ha mai fatto lavori manuali e quindi non è abituata alla fatica fisica].

Le ragazze riescono a cavarsela sempre e solo grazie a Zee, un ranger che incontrano nella foresta mentre sta combattendo (anzi perdendo) contro un puma. Aster lo salva, perché è buona ovviamente (e anche stupida, perché lei non sa se questo Zee sia un potenziale pericolo per lei o le sue amiche). Si scopre che Zee è un ranger che vivacchia nelle foreste da due anni e insegna al gruppetto tutto quello di cui hanno bisogno per sopravvivere senza crepare male. E così ecco che Zee, un uomo, insegna a cinque donne come fare per salvarsi la pelle. Et voilà, ecco come non scrivere testi pseudo-femministi. Per il resto Zee ha la personalità di un toporagno morto, è totalmente azzerbinato, ma non è neanche questo il punto.

Tutti i personaggi si comportano bene perché sono buoni, ma proprio la loro bontà li rende poco credibili e realistici: perché Zee, che vuole solo l’anello di per difendersi dai vendicanti, non dovrebbe tradire le cinque ragazze e intascare anche il premio sulla loro taglia? Cosa lo ferma? È buono. E non è chiaro come uno buono sia sopravvissuto in un ambiente spregiudicato come quello del Far West. Sia chiaro, non tutti devono essere carogne spietate. Ma, in un mondo in cui conta solo salvare la propria pelle, il gruppetto principale questa cosa non la fa. No, insegue ideali. C’è del buonismo nell’aria. Una parola che io odio peraltro. Buonismo. Eppure qui si respira buonismo ad ogni pagina, anche in situazioni dove l’egoismo, o almeno un vago istinto di sopravvivenza, dovrebbe avere la meglio. Nononono.

Verso metà ho iniziato a immaginare cosa avrebbe realizzato Joe Abercrombie in uno scenario simile: ricordo a tutti che ne La prima legge Ferro, una donna che da piccola è stata una schiava sessuale, ha preferito farsi dei tagli su tutto il corpo per deturparsi pur di non essere più usata. Non sto dicendo che le ragazze che hanno subito violenze e sono state schiave sessuali debbano sacrificarsi pur di non essere abusate, ma Ferro dimostra carattere. Mentre queste ragazze non parlano mai della loro esperienza, sicuramente traumatizzante, di schiave sessuali. Oppure quando ne parlano lo fanno in modo tale da suscitare pietismo nel lettore, piuttosto che empatia. Nessuna di loro affronta il proprio passato o mostra esempi di PTSD (Sindrome da stress post-traumatico), e quando vi sono degli accenni sono decisamente troppo raffazzonati o mal argomentati (sto pensando ai problemi di Aster con le armi da fuoco). Clem per esempio ha ucciso un uomo. HA UCCISO UN UOMO. Legittima difesa, d’accordo, ma non c’è manco un accenno di senso di colpa o di mera riflessione sul gesto.

Un altro aspetto che mi ha infastidito oltre misura è il cambiamento del punto di vista. Il racconto è in terza persona e nel primo capitolo noi seguiamo Clem. La storia si apre con lei e la sua prima notte con un cliente. Infatti nelle Case di benvenuto le ragazze vengono vendute a partire dal sedicesimo anno d’età. Clem quindi sta per perdere la verginità con un cliente. Tutto il primo capitolo segue lei e le sue azioni. Cioè lei che, impaurita, uccide il cliente misterioso e facoltoso e poi corre a cercare la sorella per aiuto. Poi, a partire dal secondo capitolo, diventa la sorella Aster il centro del romanzo. Clem viene citata qua e là, ma di fatto rimane sullo sfondo. Perché?????? Perché l’autrice voleva mostrare le motivazioni che spingono Clem ad assassinare il cliente. Perché l’autrice non era in grado di mostrare la scena dal punto di vista di Aster. È l’unica spiegazione plausibile. Questa scelta lascia il lettore spaesato: crede che Clem sia la protagonista, o almeno un personaggio chiave; mentre si scopre che in realtà non è che un personaggio secondario – e francamente non proprio fondamentale – della vicenda.

Il wolrd building è scarno – basti dire che manca addirittura una mappa nel libro, per mostrare il percorso che le fuggitive seguono – e spesso funzionale alla trama: ci sono i fantasmi cattivi? Ma Le Cinque hanno l’anello magico che le protegge! Hai un tatuaggio che ti identifica chiaramente come prostituta? Ma si può nascondere per una mezz’oretta! Stai scappando nel mezzo della foresta senza meta? Ma ecco che compare il ranger buono che ti aiuta! Vuoi rapinare una banca ma sei una mezza pippa? No problem, nell’orologio dell’ultimo tizio che hai rapinato, che si scopre essere il direttore di banca, è contenuto il codice del caveau della banca! (Perché sì, i direttori tengono i codici della loro ricchezza in un orologio!) Sei alla ricerca di una misteriosa Lady Ghost (Signora Fantasma!!!) che elimini il tatuaggio? Ma ovviamente qualcuno ha sentito qualcosa e sa la direzione (nota bene: la direzione è giusta nonostante nessuno sappia nulla di questa Lady Ghost, che viene tramandata come una leggenda). Boh, è tutto troppo facile per le ragazze e poco analizzato. Le azioni che compiono sono, nel migliore dei casi, estremamente stupide. Ad un certo punto si mettono a fare rapine a gente a caso per raggranellare i soldi per farsi cancellare i tatuaggi. Peccato che nessuno sappia se questa tizia che –secondo voci – cancella i tatuaggi esista veramente. Ma, sempre secondo voci, fa pagare mille aquile per il procedimento. Di nuovo, solo voci. Voci riportate da non si sa chi, perché le cinque ragazze hanno vissuto per gran parte delle loro vite in un bordello. Al chiuso. I loro unici contatti erano i clienti, e mi pare ben strano che un cliente abbia riferito a una delle ragazze che sono costrette a prostituirsi che esiste, sperduta da qualche parte, una donna capace di cancellare i marchi delle prostitute. Sì, perché poi il linguaggio sembra dorare la pillola, ma di fatto i “tatuaggi” non sono altro che marchi, esattamente come si fa con il bestiame.

C’è una buona idea di base, davvero. C’è anche un tentativo di creare un gruppo di fuggitivi tutto al femminile, o perlomeno guidato da una ragazza. C’è un tentativo di creare un fantasy originale. C’è tutto, ma purtroppo non viene esplorato. Rimane abbozzato. Per esempio in questo modo c’è una divisione tra chi possiede un’ombra e chi invece non ha ombra: sanguepuro e sanguesporco, dove ovviamente i sanguepuro sono ricchi e i sanguesporco poveri. Divisione molto elementare, ma neppure questo è spiegato, non si analizza per nulla questa bipartizione della società. Ci sono accenni, vaghi, ma rimane tutto molto nebuloso. La funzione della divisione non è esplorata. Ok, ci saranno dei seguiti, ma in questo volume sembra un qualcosa in più, in eccesso.

Le ragazze scappano dal bordello, in una modalità quasi fantozziana, e poi si inoltrano nel bosco, popolato da spiriti malvagi chiamati vendicanti. Non sappiamo praticamente nulla di questi vendicanti, né perché esistano, né come mai assaltino le persone. Sappiamo solo che sono intimiditi da una pietra, la taomite, che li tiene lontani. Un po’ come l’aglio per i vampiri. Guarda un po’ i casi, il cliente assassinato aveva un anello enorme di taomite. E così possono inoltrarsi nella foresta ed essere al sicuro. Però siamo in un posto selvaggio e povero, la domanda è: possibile che queste ragazze sappiano orientarsi in una foresta? Perché, specie se un bosco è fitto, trapela a malapena la luce del sole. Come fai a sapere in che direzione procedere? Beh, ovviamente compare una guida. Un ragazzo, Zee, che non solo è abituato a stare nei boschi ma può anche andare in città per procurarsi le provviste. Dato che poi le ragazze iniziano a rapinare gente, si devono trovare vicino alla città. Città che evidentemente sono praticamente una di seguito all’altra. Ma nel Far West si trovavano città distanti anche centinaia di chilometri tra loro. Territori per lo più desolati o disabitati. Boh, va bene, facciamo finta che ci siano città una di seguito all’altra. Questo significa che il gruppetto sta viaggiando vicino ai confini del bosco, altrimenti non farebbero delle sortite per il cibo. Per di più ci viene detto che le ragazze iniziano a rapinare ricconi, un po’ per rifarsi della vita nel bordello, un po’ per raggranella soldi. E qui un momento di pausa. Le ragazze sono fuggitive. Hanno le foto sui cartelli segnaletici. Wanted. C’è una taglia sopra la loro testa. Sono ricercate. Però loro rapinano gente e poi la lasciano viva. Praticamente ogni luogo dove si fermano derubano un uomo diverso. Che è come lasciare una scia. Pollicino lasciava le briciole di pane, queste lasciano gente rapinata. E, considerando che un sacco di gente le sta cercando, non mi sembra molto astuta come mossa. Perché non uccidono le persone che rapinano? Perché sono buone. AAAAAAAARGH. Ma basta con questa bontà, queste sono ragazze abusate, che non hanno conosciuto altro che bordelli nella loro vita. Devono scappare per salvarsi la vita, non perché stanno vivendo un campo avventura. Devono scappare perché sperano in un futuro, di qualsiasi tipo, lontano dal bordello.

Ci sono troppe cose, troppi temi tutti importanti che però non possono ragionevolmente trovare uno spazio sufficiente per essere esplorati in maniera dignitosa: c’è il sessimo, quello più evidente; c’è lo sfruttamento sessuale; c’è la disparità di generi e anche di classi sociali (con sanguepuro vs sanguesporco); c’è addirittura una capatina nel mondo delle dipendenze, perché una di queste ragazze assumeva una droga per sopportare la presenza dei clienti, diventandone dipendente (anche qui, la sua storia è raccontata in maniera tale che mi fa pensare che l’autrice non abbia visto neanche da lontano una crisi di astinenza).

Per concludere, una breve parentesi sul titolo: in italiano è stato reso con Good luck girls, che io ho interpretato sia come un riferimento alle Ragazze della Buona Fortuna, altisonante nome per descrivere le prostitute, sia come Buona fortuna, ragazze!, una specie di incoraggiamento alle Cinque durante la loro fuga. In originale invece c’è un articolo prima del titolo, The good luck girls, quindi la mia seconda interpretazione va a farsi benedire. E sì che ci avevo rimuginato sopra parecchio.

Ah, i casi della vita: proprio in questo periodo ho letto un libro di Lia Celi che comparirà a breve sul blog, ed è lei la traduttrice del romanzo.

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