Il canto di Penelope di Margaret Atwood

Editore: Ponte alle Grazie

Anno di pubblicazione: 2018

Pagine: 160

Fedele e saggia, Penelope ha atteso per vent’anni il ritorno del marito che, dopo aver vinto la guerra di Troia, ha vagato per il Mar Mediterraneo sconfiggendo mostri e amoreggiando con ninfe, principesse e dee, facendo sfoggio di grande astuzia, coraggio, possanza e notevole fascino, guadagnandosi così una fama imperitura di eroe. E intanto che cosa faceva Penelope, chiusa in silenzio nella sua reggia? Sappiamo che piangeva e pregava per il ritorno del marito, che cercava di tenere a bada l’impulsività del figlio adolescente, che si barcamenava per respingere le proposte dei Proci e conservare così il regno. Ma cosa le passava veramente per la testa? Dopo essere morta e finita nell’Ade, Penelope non teme più la vendetta degli dei e desidera raccontare la verità, anche per mettere a tacere certe voci spiacevoli che ha sentito sul suo conto. La sua versione della storia è ricca di colpi di scena, dipana dubbi antichi e suggerisce nuovi interrogativi, mettendo in luce la sua natura tormentata, in contrasto con la sua abituale immagine di equilibrio e pacatezza. L’autrice di culto Margaret Atwood, con la sua scrittura poetica, ironica e anticonvenzionale, dà voce a un personaggio femminile di grande fascino, protagonista di uno dei racconti più amati della Storia occidentale.

In questo racconto lungo la Atwood affronta ancora una volta il tema a lei più caro, cioè il femminismo. Qui si ripropone di raccontare la storia di Penelope, considerata un modello di virtù femminili destinato a restare tale per secoli. E lo fa con il preciso scopo di mostrare il maschilismo strisciante non solo del mondo mitologico in cui si muove la sua protagonista, ma anche quello in cui ci muoviamo noi lettori contemporanei. Prende le mosse da una vicenda particolare, che io non conoscevo e che credo pochi sapessero, cioè l’impiccagione di dodici ancelle da parte di Odisseo una volta rientrato a Itaca.

Il riferimento è al libro ventiduesimo dell’Odissea, dal verso 437 al 479: Odisseo ha ucciso i Proci e ordina alle donne (le ancelle) di ripulire la carneficina; poi le spinge fuori dove Telemaco impicca ad una nave quelle tra loro che “giacevano coi pretendenti”; viene torturato e ucciso anche Melanzio, capraio di Itaca e accusato di essere un traditore: a lui vengono strappati naso, orecchie, mani, piedi e genitali perché fossero date da mangiare dai cani.

[Io l’Odissea l’ho pure studiata all’università, ma questa parte non ricordo di averla mai letta. Il ritorno di Odisseo sembra sempre una roba fighissima, come i film di vendetta che si concludono con l’eroe che torna, ammazza i cattivissimi, e tutto finisce bene. Non sapevo delle donne impiccate e del capraio squartato].

In questo racconto Odisseo non è certo un eroe; anzi in più punti si fa riferimento alle sue mirabolanti  avventure come delle spacconerie, con toni smorzati: così Polifemo non è più un ciclope malvagio che vuole mangiare Odisseo e i suoi, ma un oste arrabbiato perché non è stato pagato; le sirene e il loro canto diventano delle escort di un bordello; le lotte contro i cannibali diventano semplici incomprensioni della ciurma sfociate in zuffe violente.

Il pregio del racconto è mostrare queste donne, che qui diventano 12 (nell’Odissea non ho trovato un numero preciso di donne ammazzate), e sono delle ancelle giovanissime che Penelope usa per spiare i Proci. È Penelope a chiedere loro di essere cortesi coi propri ospiti per entrare nelle loro grazie, anche se questo significa subire stupri. Perché queste donne diventano delle ragazze costrette a subire violenza da parte degli ospiti, una violenza che devono accettare e per cui vengono pure punite, in quanto considerate complici degli stupratori. Il tema della violenza e della colpevolizzazione della vittima ritorna con frequenza nel romanzo.

I problemi che affliggono la narrazione sono due, almeno per me: da un lato la brevità del romanzo impedisce di addentrarsi più in profondità nella psicologia dei personaggi, rendendo la narrazione sterile, priva di qualsiasi empatia. Anche perché l’autrice ripercorre tutta la vita di Penelope in poche pagine, lasciando ai singoli eventi (l’infanzia, il matrimonio con Odisseo, il rapporto con il figlio Telemaco) pochissimo spazio. Il secondo problema è narrativo: cioè l’idea di inserire le voci delle dodici ancelle in forma di coro. Un’idea ripresa dalla tragedia greca, molto centrata e valida a livello letterario. A livello narrativo però queste interruzioni non funzionano tanto, perché spezzano la storia (che è lo scopo anche del coro, nel teatro greco, ma che in un romanzo contemporaneo non c’azzeccano molto). Ed è un peccato perché secondo me qualche pagine in più e uno stile forse più tradizionale avrebbero avuto un impatto emotivo decisamente maggiore (e, in questa storia, è l’impatto emotivo quello che si deve raggiungere).

La riproposizione della mitologia in chiave femminista è un tema frequente negli ultimi anni (si guardi Circe della Miller, o Il silenzio delle ragazze della Barker). Qui secondo me, rispetto ai volumi sopracitati, il tentativo di mostrare delle vittime, le ancelle, riesce bene. Quello che manca è una caratterizzazione un po’ più complessa di Penelope stessa, narratrice e protagonista dei fatti. Anche il legame di Penelope con queste ancelle rimane smorzato e non trapela il dramma di Penelope quando viene annunciata la loro esecuzione. Piange e bon. È un peccato anche perché forse si sarebbe potuto limare altro, per esempio il confronto/scontro con la figura di Elena di Sparta, un personaggio che ritorna costantemente nel libro ma che non ha una vera utilità o un vero spazio per emergere. Elena è manipolatrice, una donna astuta che usa il proprio fascino per ottenere attenzione, incurante delle conseguenze. Un personaggio piatto e negativissimo. Mi dispiace perché anche in questo romanzo ho riscontrato un problema che già avevo visto in Circe: quando si tenta di parlare di femminismo e di empowerment il più delle volte lo si fa male, cioè non creando delle alleanze tra donne, ma creando delle ostilità. Donna contro donna. La nemica per eccellenza di Penelope è Elena. Non è il marito bugiardo e fedifrago a cui non importa una beneamata mazza di lei; non sono i Proci, che vogliono sposarla per diventare regnanti e poi farla sparire; non è il figlio viziato e irrispettoso. No, è Elena. A lei vengono attribuite tutte le disgrazie che capitano a Penelope, inclusa la guerra di Troia e la lontananza di Odisseo. Poco importa che il marito sia stato assente vent’anni perché vagava per il Mediterraneo (di cui 7 ospite della ninfa Calipso, un’amante in piena regola). Ora quindi mi spiegate perché è Elena la cattiva? BOH.

Il rapporto, a suo dire stretto, con le ancelle, si dipana in un capitolo, e risulta veramente difficile credere a Penelope quando parla del suo dolore per la loro morte ingiusta. Morte di cui lei stessa è parzialmente responsabile. Le ancelle sono state carine coi Proci, finendo per subire violenza, su ordine di Penelope stessa. Mi aspettavo un momento di riflessione e di strazio per il destino di queste donne, che sono state infangate nella vita e nella morte. Invece niente, ritorna Odisseo (che lei per qualche motivo assurdo riconosce, ma fa finta di niente) ed è tutto a posto così. Non c’è neanche un confronto con quest’uomo che, di fatto, ha così profondamente influenzato la sua vita in peggio.

È Penelope stessa a narrare la sua storia, dall’Ade, ma lo fa come quando si esegue un compitino in classe, svogliatamente, priva di qualsiasi trasporto emotivo.

Ribadisco, un racconto più lungo e meglio approfondito sarebbe riuscito a lacerare il velo che separa lettore e protagonisti (per esempio le ancelle, a parte una, rimangono innominate: il che va bene nell’Odissea, perché occupano pochi versi; non va altrettanto bene in un romanzo in cui si cerca di farci indignare per la loro sorte, in cui vogliamo empatizzare con loro).

Secondo me è un racconto che aveva moltissimo potenziale che però è rimasto inesplorato.

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