Storia universale della svastica. Come un simbolo millenario è diventato emblema del male assoluto di Steven Heller

Editore: UTET

Anno di pubblicazione: 2020

Pagine: 240

Storia universale della svastica

«Se volete sapere che aspetto ha il logo dell’odio, non dovete cercare oltre»: da qui parte Steven Heller, celebre grafico e art director, per un’inedita ricognizione nella storia e negli abissi del male. Perché prima di diventare il fulcro della propaganda nazista, la svastica ha attraversato i secoli: come segno di buon auspicio, è comparsa nelle culture più disparate e in mille varianti. Fa impressione sfogliare questo libro riccamente illustrato, un curioso campionario di svastiche che va dall’India ai nativi americani, dall’antica Grecia alla pubblicistica di inizio Novecento, tra biglietti di auguri, scatole di biscotti e riviste per boy scout. Tutto questo patrimonio di immaginario è stato spazzato via dall’uso funesto che ne ha fatto Adolf Hitler, trasformando un simbolo del sole nell’emblema dello sterminio. Storia universale della svastica ripercorre questa vicenda straordinaria per ragionare sui meccanismi dell’appropriazione culturale, perché se l’estetica influenza il linguaggio, è anche vero che nessun “segno” è mai veramente neutro. Succedono cose, nella storia, che sembrano impossibili da cancellare. La svastica è tuttora impossibile da redimere: camuffata o esibita, viene riesumata dalle nuove destre, che siano i gruppuscoli nazionalisti dell’Est Europa, il nuovo suprematismo bianco o il microcosmo nerd dell’alt-right, che ha giocato un ruolo fondamentale nell’elezione di Donald Trump. È inevitabile che sia così: in una società sempre più visuale, la battaglia delle idee passa per forza anche dai simboli. Nonostante la sua perfezione estetica, o forse proprio per questo, la svastica è e forse resterà per sempre una ferita che sanguina.

Da professionista che lavora quotidianamente con le immagini grafiche, ritengo che la svastica sia un paradigma di come linea, forma, volume e colore, se manipolati per servire un’idea e promossi insistentemente come un brand, possano incidere sulla percezione popolare.

Questo piccolo e breve saggio mi incuriosiva tantissimo. Perché i simboli sono semplici rappresentazioni, talvolta grafiche, a cui una determinata cultura e società impone un significato preciso. È il caso della segnaletica stradale, per esempio. Le strisce pedonali esistono in ogni parte del mondo e, pur con qualche differenza, le riconosciamo senza alcun problema e le sappiamo identificare facilmente proprio a causa della familiarità che abbiamo con esse e alla funzione a cui sono associate. A volte queste associazioni sono calibrate e studiate ad arte: è il caso delle pubblicità. Ed è anche il caso della svastica, una semplice runa che, a causa di un sapiente uso della propaganda nazista, è rimasta ancora oggi simbolo stesso di Hitler.

Un mini consiglio a chi volesse leggere il testo: procuratevi una copia cartacea, perché il testo è corredato da numerose immagini. Io l’ho letto sul mio e-book un po’ datato e la qualità si è fatta sentire.

Devo dire che mi aspettavo qualcosa di leggermente diverso, o forse un trattato più approfondito. Di fatto la sua brevità lo rende particolarmente scorrevole e veloce (lo si finisce nel giro di qualche ora). C’è un brevissimo capitolo sulla storia e preistoria della svastica, sul suo significato pre-nazismo e sui motivi che hanno spinto il Terzo Reich a farne il proprio simbolo. E poi si passa oltre, andando a studiare altri gruppi di estrema destra che hanno usato la svastica oppure simbologie simili, che richiamassero quella nazista, per fondare movimenti di estrema destra.

L’autore torna più volte su uno stesso quesito, ovverosia: può la svastica essere separata dal simbolismo nazista? Può tornare ad essere una runa che indica, come in tempi non sospetti, fecondità e benessere? Insomma un simbolo positivo? Ci sono stati dei tentativi in tal senso, ma l’autore ha una risposta chiara: no. Per adesso, sostiene Heller, la svastica è un simbolo ancora troppo associato al nazismo per sperare di scinderla da esso, e ogni tentativo in tal senso diventa quasi un affronto ai sopravvissuti della Shoah.

E mi trovo a concordare con l’autore. Un simbolo diviene ciò che noi lo facciamo divenire. Il suo significato è legato a quello che la massa percepisce, e ancora oggi la svastica è associata al nazismo. In Germania rappresentare la svastica è un reato: addirittura quando uscì Maus, una graphic novel che racconta la persecuzione ebraica con un’enorme svastica in copertina, il governo tedesco dovette creare una legge apposta per consentire la pubblicazione in Germania. Ancora adesso le svastiche sono usate per profanare sinagoghe o cimiteri ebraici, a sfregio del genocidio subito; ancora adesso gruppi di estrema destra che si richiamano più o meno audacemente al nazismo usano rune o simbologie simili alla svastica e all’aquila ad ali spiegate. Anche l’aquila, in sé, non è un simbolo con connotazioni negative, anzi è presente  nello stemma di tantissimi grandi imperi, a partire da quello romano (e da lì, diventa parte di tutti quegli imperi che si richiamano all’impero romano, come il Sacro Romano Impero o ancora il fascismo). Ed è esattamente per questo che venne scelta dai nazisti (oltre che per associazione al fascismo: ci si dimentica spesso che gran parte della propaganda nazista ricalca fedelmente quella fascista, vedi le camicie brune, la versione tedesca delle camicie nere fasciste). Ed è così che il simbolo dell’aquila ad ali spiegate è diventato macabro e associato al nazismo. Se il Terzo Reich avesse adottato come animale guida il leone (una bestia frequente nell’araldica reale europea), probabilmente il leone – o almeno una precisa iconografia del leone – avrebbe avuto la stessa sorte. Esattamente come, dopo la fine di una dittatura, si tendono a demolire le statue del leader o le statue che ricordano episodi particolarmente spiacevoli (adesso in Italia si sta discutendo delle statue di Montanelli; in Usa si parla già da anni delle statue dei confederati), nello stesso modo si cerca di creare una damnatio memoriae per quei simboli che ricordano troppo da vicino un regime spietato, che si è macchiato di azioni particolarmente ributtanti (processo che esiste da millenni: i romani e gli egizi scalpellavano via dalla pietra i volti e i nomi dei personaggi reali “poco amati”).

La svastica, per adesso, è strettamente associata ad Hitler e al suo regime (o meglio, alle atrocità commesse da esso): impossibile, vedendola, non andare col pensiero alla Germania nazista. Forse tra cinquanta o cent’anni la situazione cambierà e si potrà avere riabilitare una runa che, originariamente, aveva valenza così positiva.

Il saggio è decisamente veloce e interessante, presenta molti reperti fotografici, forse è un po’ troppo concentrato sul post-nazismo che sulla storia passata, ma comunque resta sempre preciso. L’autore è stato per più di trent’anni art director del New York Times e si è sempre occupato di grafica e arti visive (qui il suo sito: https://www.hellerbooks.com/index.html).

Molte foto sono tratte da un sito che pubblica foto storiche sui più diversi argomenti. Qui vi consiglio una carrellata di foto a colori dei raduni nazisti: in ognuna spiccano le bandiere rosse con la svastica nera al centro: https://rarehistoricalphotos.com/color-photos-from-nazi-germany/.

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