Invisibili di Caroline Criado Perez

Editore: Einaudi Stile Libero Extra

Anno di pubblicazione: 2020

Pagine: 460

Perché nei bagni delle donne c’è sempre la coda e in quelli dei maschi no? Perché i medici spesso non sono in grado di diagnosticare in tempo un infarto in una donna? Perché, negli incidenti stradali, le donne rischiano di più degli uomini? Un libro rivoluzionario ed estremamente rivelatorio che vi farà vedere il mondo con altri occhi.

Questo saggio corposo ma molto fluido prende le mosse dai dati, o meglio dalla mancanza dei dati, che circonda il genere femminile. Perché, sebbene il ‘gentil sesso’ comprende all’incirca metà della popolazione, è sempre una metà meno conosciuta. E fin qui, direte voi, niente di nuovo. Invece la Perez indaga a fondo su diversi rami, andando a scovare dati – o la loro assenza – in diverse macro-aree che influenzano la vita di tutti i giorni. Per esempio in medicina, dove nei manuali il corpo femminile è rappresentato molto meno di quello maschile e dove spesso i farmaci vengono testati solo su cavie maschili, anche laddove può esistere una differenza di sintomi e recezioni a seconda del genere; sempre in medicina, le grandi aziende farmaceutiche si contendono il possesso di una pillola per combattere l’impotenza maschile, anche se ne è afflitto solo il 10% degli uomini. Ma nessuno, ancora, ha proposto farmaci per attutire i dolori del premestruo, che affliggono più del 90% delle donne nella loro vita. Oppure si è scoperto che i medici tendono a sminuire i dolori delle pazienti femminili rispetto a quelli maschili: la Perez cita il caso di una donna che aveva sintomi vaghi; i medici l’hanno dimessa supponendo che i suoi dolori non fossero gravi, salvo poi scoprire di aver avuto un infarto. Ebbene sì, anche le sintomatologie dell’infarto sono differenti per uomini e donne: per gli uomini è il classico dolore al petto, con insensibilità al braccio sinistro; ma per le donne i sintomi sono molto più variegati e raramente così facilmente rintracciabili. Questo significa che una donna ha meno probabilità di essere trattata in tempi rapidi o ricevere una diagnosi appropriata.

O ancora, i manichini utilizzati per i crash test delle automobili hanno una misura standard, che però è più simile a quella maschile, sia come peso che come altezza. E quindi le donne non sono adeguatamente protette durante gli incidenti (dove, dicono le statistiche, si fanno più male rispetto agli uomini).

Sul piano lavorativo invece la muscolatura della parte superiore del corpo è molto differente per maschi e femmine: di media una donna anche se allenata non arriverà mai ad avere la stessa forza di un uomo non allenato; questo significa che alcuni movimenti sono più difficoltosi per le donne, ma questo non viene preso in considerazione.

O ancora, nei progetti di sostenibilità e aiuto per i paesi più poveri, spesso si ricorre a soluzioni che appesantiscono ulteriormente il carico di lavoro delle donne: per esempio un progetto che voleva portare dei fornelli a energia pulita nelle case di donne abituate a consumare prodotti sul fuoco, in ambienti ristretti e quindi molto insalubri, si è ritorta contro le donne, perché la pulizia di tali fornelli – che sarebbe spettata all’uomo di casa – non veniva quasi mai effettuata, rendendo di fatto inutile il prodotto.

Quando si costruiscono dei nuovi quartieri popolari, bisognerebbe tenere in considerazione la loro posizione (se si trovano troppo lontani dal centro o dai mezzi di trasporto più vicini) e la forma più comoda per chi si prende cura di figli (di solito le donne).

Nei mezzi di trasporto, nella vita lavorativa le donne vengono sacrificate. Le donne devono spesso rinunciare al lavoro, o a promozioni nel lavoro, per occuparsi dei figli; spesso sono le donne ad occuparsi del “lavoro non retribuito”, che comporta cucinare, occuparsi di figli o anziani non autosufficienti, prendersi cura della casa. E quando vengono fatti dei tagli statali su risorse come l’assistenza agli anziani o i nidi per i bambini sono le donne a sentirne tutto il peso. Non è che questi servizi scompaiano: semplicemente diventeranno un lavoro non retribuito a carico della donna. Ma questo significa impoverire, nell’insieme, lo Stato, perché quella donna avrebbe potuto, con del tempo per sé, dedicarsi ad un’attività lavorativa, contribuendo con le sue tasse al mantenimento dei servizi (piccolo appunto: da uno studio è emerso che le donne abbiano molte ore in meno di tempo libero rispetto agli uomini).

Nei campi profughi spesso si creano dei bagni unisex, senza tener conto che per molte culture questo tipo di soluzione non è accettabile; le donne finiscono per trattenere la pipì, causando infezioni, pur di rischiare di andare in ambienti poco controllati (o, addirittura, pericolosi per la loro incolumità).

Oppure, nella vita di tutti i giorni, gli smartphones sono troppo grandi per le mani femminili, rendendoli scomodi per le loro dimensioni.

Qui ho riportato solo qualche aneddoto, che mi è rimasto particolarmente impresso dopo la lettura; ma il saggio è pieno zeppo di informazioni, a volte anche solo curiosità, che mostrano come la strada per la parità tra i generi è lontana.

L’unico appunto che mi sento di muovere al saggio è che è incentrato essenzialmente su Gran Bretagna e Stati Uniti (l’autrice è inglese), rendendo così alcune situazioni o alcune statistiche vere per quei paesi, ma non per l’Italia (che viene citata, en passant, due volte appena).

Ora, io lavoro in un magazzino dove, fino a pochi anni fa, c’erano solo uomini. Da qualche annetto hanno iniziato ad assumere delle ragazze. Proprio quest’anno si è svolta una situazione spiacevole, perché il capo pista chiedeva a tutti, ma soprattutto alle ragazze, di rispettare il codice di abbigliamento dell’azienda: pantaloni e maglietta standard con il logo della ditta. Il problema è che questo abbigliamento è tutto da uomo: per le magliette e le felpe non c’è differenza, ma per i pantaloni il problema si fa sentire. Il punto non è solo la taglia: cioè prendere taglie più piccole per le donne. Il punto è che l’anatomia femminile e quella maschile differiscono. Avere il cavallo nei pantaloni è scomodo. È stato anche espressamente fatto divieto di indossare i leggins “per non creare situazioni incresciose”, cioè per evitare di distrarre il personale maschile. Ora io voglio essere chiara: secondo me i leggins non vanno bene per questo tipo di lavoro MA non per la motivazione fornita dal capo. Il problema al massimo sarebbe degli uomini che si distraggono guardando le forme della ragazza, non della ragazza che li indossa. A nessun uomo è mai stato detto “guarda tirati bene su i pantaloni, che vedere spuntare le mutande potrebbe causare problemi”. A nessuno. Così come sono sicura che se ad un uomo venisse chiesto di indossare abbigliamento femminile, per quanto della misura giusta, lo troverebbe scomodo e si rifiuterebbe. Faccio questa parentesi perché nel saggio si parla di un caso in cui una poliziotta era stata richiamata per aver comprato, di tasca sua, un giubbotto antiproiettile adatto alle sue forme; quello in dotazione ufficiale infatti non le consentiva la necessaria mobilità.

Ho fatto un esempio personale, ma sono certa che ogni donna può raccontare almeno un caso (e probabilmente molto più di uno) in cui il suo genere l’ha fatta sentire inadeguata oppure le ha causato delle difficoltà. E non è colpa della donna, ovviamente: è che per millenni abbiamo vissuto considerando l’umanità al maschile, e riservando alla donna uno spazietto di secondo piano, in sordina.

Consiglio questo saggio a tutti, perché molti dei problemi presentati dall’autrice sono banali e capitano ogni giorno, eppure io stessa, che sono una donna, non ci avevo mai pensato: sicuramente molti di questi problemi si potrebbero risolvere più agevolmente includendo maggiormente le donne nelle decisioni e nella vita politica, sociale e culturale di tutti i giorni.

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