Sei di corvi & Il regno corrotto di Leigh Bardugo

GrishaVerse – Sei di corvi
GrishaVerse – Il regno corrotto

A Ketterdam, vivace centro di scambi commerciali internazionali, non c’è niente che non possa essere comprato e nessuno lo sa meglio di Kaz Brekker, cresciuto nei vicoli bui e dannati del Barile, la zona più malfamata della città, un ricettacolo di sporcizia, vizi e violenza. Kaz, detto anche Manisporche, è un ladro spietato, bugiardo e senza un grammo di coscienza che si muove con disinvoltura tra bische clandestine, traffici illeciti e bordelli, con indosso gli immancabili guanti di pelle nera e un bastone decorato con una testa di corvo. Uno che, nonostante la giovane età, tutti hanno imparato a temere e rispettare. Un giorno Brekker viene avvicinato da uno dei più ricchi e potenti mercanti della città e gli viene offerta una ricompensa esorbitante a patto che riesca a liberare lo scienziato Bo Yul-Bayur dalla leggendaria Corte di Ghiaccio, una fortezza considerata da tutti inespugnabile. Una missione impossibile che Kaz non è in grado di affrontare da solo. Assoldati i cinque compagni di avventura – un detenuto con sete di vendetta, un tiratore scelto col vizio del gioco, uno scappato di casa con un passato da privilegiato, una spia che tutti chiamano lo “Spettro”, una ragazza dotata di poteri magici -, ladri e delinquenti con capacità fuori dal comune e così disperati da non tirarsi indietro nemmeno davanti alla possibilità concreta di non fare più ritorno a casa, Kaz è pronto a tentare l’ambizioso quanto azzardato colpo. Per riuscirci, però, lui e i suoi compagni dovranno imparare a lavorare in squadra e a fidarsi l’uno dell’altro, perché il loro potenziale può sì condurli a compiere grandi cose, ma anche provocare grossi danni…

Mi aggiungo alla lista degli ammiratori di questa duologia, che fa parte del Grishaverse, cioè il mondo magico creato dalla Bardugo dove operano i Grisha (cioè i maghi). Siamo anni luce più avanti rispetto alle saghe fantasy YA a cui siamo regolarmente sottoposti, sia per ambientazioni che per personaggi. Lo stile dell’autrice è decisamente superiore alla media degli YA, che non guasta mai, e la duologia si legge davvero nel giro di pochi giorni, perché la storia intrippa alla grande. Detto questo, secondo me non è una storia perfetta, né scevra da limitazioni, che qui cercherò di esporre (tenendo sempre a mente che mi è piaciuta moltissimo).

Ma prima di tutto, il riassuntone: Kaz Brekker è un ragazzo di 17 anni che comanda una banda di criminali nel Barile, i quartieri poveri di Ketterdam. Quando in città compare una nuova droga capace di ampliare oltre misura i poteri di ciascun Grisha, rendendoli delle macchine di morte spietate, a Kaz viene chiesto di rapire l’inventore della droga. L’unico problema: l’uomo è rinchiuso in una prigione di massima sicurezza in un regno nemico. Ad aiutarlo ci sono Inej, ex acrobata; Jasper, tiratore ineguagliabile e coperto dai debiti; Nina, una grisha; Matthias, un soldato rinchiuso in carcere e Wylan, figlio di uno dei mercanti più ricchi della città.

L’ambientazione: come nella sua precedente trilogia la Bardugo non inventa davvero un luogo, ma ne riutilizza uno esistente, cioè l’Amsterdam del Seicento, qui nominata Ketterdam. Come la precedente trilogia si ispirava pesantemente alla Russia zarista, anche Ketterdam riprende usi e costumi della capitale olandese durante la sua epoca d’oro: il Seicento è il secolo in cui nasce la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, in cui Amsterdam diventa un porto cruciale per i traffici e i commerci europei. Ma è anche il secolo dove i commercianti e le corporazioni riescono davvero a sfondare; è il secolo in cui l’arte e gli artisti creano dei quadri celeberrimi (Rembrandt e Veermer). E questi aspetti sono tutti ripresi dalla Bardugo nella sua Katterdam (che anche foneticamente richiama Amsterdam). È un po’ una scelta di comodo, questa. Perché di fatto l’autrice non crea nulla di nuovo, si limita a modificare pochi dettagli di una realtà esistente per renderla magica. Però rispetto ad altri mondi magici creati dal nulla, molto meglio uno copiato dalla realtà, piuttosto che fare uno casino. Ho ancora in mente in Ink, in cui non c’è nessuna cartina magica, se non una “mappa della città” assolutamente inutile.

È uno Young Adult quindi da alcune regole non si sfugge: ci sono sei ragazzi protagonisti, ecco che vengono fuori tre coppie. Come ho scritto in più occasioni, non ci sono storie che tengano: in uno YA ci deve essere la love story. Meglio se più di una. In questo caso tutti i ragazzi si mettono a coppie. Altro grande classico dello YA è la coppia LGBTQ, anche qui presente. Secondo me funziona bene il tema della diversità, perché viene inserito in maniera abbastanza naturale, non sembra una scelta forzata quella di avere dei personaggi di etnie differenti.

Se si va ad analizzare la trama si trova una certa semplicità: in tutto i libri vogliono mostrare un colpo spettacolare, nel primo si tratta di entrare in un posto super sicuro e protetto, nel secondo di recuperare un bottino. Non è particolarmente originale ma, di nuovo, preferisco una trama non particolarmente brillante ma realizzata con cura piuttosto che idee megalomani scritte male. Poi certo, c’è la magia, ma rimane sempre limitata nel romanzo, emerge qua e là, ma tutto sommato non è il focus del romanzo.

I personaggi sono decisamente superiori alla media YA, ma anche qui ho trovato alcune limitazioni, in particolare Kaz, che molti hanno amato. Secondo me è quello che è meno riuscito. Nonostante si crei una storia per lui, ed è una storia anche concreta, drammatica, che rende il personaggio umano, rimane un personaggio che basa tutta la sua storia, e tutte le sue azioni, sulla vendetta. L’unico sentimento che lo anima per fare le cose che fa, è la vendetta. È un personaggio spietato, che compie azioni riprovevoli, ma che vengono sempre scusate. Lui è un cattivo della storia, perché tiene legate a sé gli altri cinque per necessità, con vincoli di sottomissione. E invece l’autrice cerca in tutti i modi di renderlo simpatico e di far empatizzare noi lettori con lui. Ma se togliamo un po’ di superficialità, se evitiamo di pensare “e ma poverino ha visto morire suo fratello”, ci rendiamo conto che Kaz per tutto il libro insegue solo il proprio tornaconto. Anche quando salva Inej lo fa perché è innamorato di lei, non tanto perché è la cosa giusta da fare. Lo si vede bene per esempio con Wylan, a cui fino all’ultimo tiene nascosta la verità sulla madre, e anzi sfrutta tale segreto per controllare Wylan e le sue azioni. Eppure Kaz è uno dei buoni, è uno dei ragazzi che, pur avendo fatto cose terribili, le ha fatte per un giusto motivo (la vendetta?), e quindi gli viene perdonato tutto. Questo mi ha lasciato un pochino perplessa. Non si assume con nessun altro lo stesso atteggiamento, eppure tutti, nel gruppo, hanno storie tragiche alle spalle. Ma per nessuno di loro il passato tragico diventa una sorta di scusante per le azioni inumane che commette. Per Kaz invece sì. Ed è una scorciatoia, è troppo facile dire “ma lui in fondo è bravo, ha solo subito un’ingiustizia”. Perché non basta a giustificare le sue azioni. Attenzione, non sto dicendo che Kaz doveva essere buono. Assolutamente no. Sto dicendo che mi sfugge il motivo dell’amicizia che lega lui agli altri, perché Kaz non è loro amico, lui li controlla. Anche la “storia d’amore” con Inej, perlatro superflua, non è egualitaria, perché Kaz possiede Inej. L’ha comprata. Posso anche capire che Kaz sviluppi sentimenti per Inej, ma è il contrario che mi lascia basita. Sindrome di Stoccolma? Nonostante si cerchi sempre di sottolineare come ognuno dei personaggi abbia un proprio tornaconto a partecipare alla missione, di fatto a parte Kaz tutti gli altri sono più o meno costretti a farlo.

Breve nota finale: non capisco la scelta editoriale della Mondadori di pubblicare prima questa duologia rispetto alla trilogia originale di Grishaverse. Io per il momento ho letto solo il primo volume della trilogia, e secondo me aiuta ad inserirsi meglio nell’universo Grisha. Ma, soprattutto, in questi romanzi si fa riferimento, anche solo per accenni, ad alcuni fatti e personaggi della trilogia originaria, spesso svelando il finale. Per esempio ci viene detto cosa succede alla protagonista della trilogia, oppure compaiono alcuni personaggi della trilogia originaria…quindi se uno è curioso di leggere qualcosa ne rimane un pochino fregato, perché inizia a leggere sapendo già alcuni aspetti del finale.

Di nuovo, voglio essere chiara, Leigh Bardugo sa scrivere molto bene e rispetto alla trilogia originale ha fatto enormi passi avanti; sa accattivare e rendere credibili dialoghi e reazioni tra i personaggi. Ne consiglio tantissimo la lettura, avercene di autrici così di YA.

12 Comments

  1. Lo sto leggendo inn questo momento ed avevo un hype assurdo addosso. Mi sta piacendo molto e si nota il cambio drastico di stile rispetto alla Grisha Trilogy anche nei temi scelti. La storia di Inej mi stringe tanto il cuore e ho abbastanza difficoltà ad accettare la ship con Kaz proprio perché l’ha comprata. Questo ragazzetto mi terrorizza davvero molto. Tra l’altro l’ho cominciato dopo aver visto la serie TV e, anche se so che è un’opinione impopolare, preferisco quasi il Kaz della serie TV che tutti reputano meno spietato e rammollito rispetto all’originale cartaceo. Empatizzo molto di più con quel Kaz che con questo, sinceramente

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    1. Non ho visto la serie, a parte Kaz, com’è? Merita? Vero che la serie è un salto di livello fantastico rispetto alla Grisha trilogy? Non so se hai letto La nona casa della Bardugo. Nonostante molti l’abbiano criticato tra i suoi romanzi è il mio preferito (anche perchè la protagonista ha più di 16 anni 😉

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      1. A me sinceramente la serie è piaciuta anche se mi ha praticamente spoilerato l’antefatto della relazione di Nina e Matthias 🙈 sì, confermo che è molto più matura rispetto alla storia di Alina, che comunque mi è piaciuta soprattutto per l’aspetto politico e religioso di Ravka. Forse leggerò anche La Nona Casa in futuro. Ho letto la tua recensione 😊

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  2. Sebbene io abbia apprezzato molto la duologia, trovo che sia un’opera estremamente derivativa.
    Ti dico solo due film: La Stangata e L’Infernale Quinlan. Una volta visti questi due, capisci che di base la Bardugo si è ispirata molto ad essi. Ma del resto l’artista mediocre copia, il genio, ruba.

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    1. Davvero? Io non ho visto nessuno dei due film, ma ci darò un’occhiata. Secondo me non un capolavoro, perchè no, ma rispetto al livello generale degli YA spicca. Di tanto. Poi sono dell’idea che la trama conti fino ad un certo punto: se la storia è scritta bene – o se, per qualche motivo, i personaggi ti piacciono – la trama passa in quindicesimo piano 😉
      Per dire, a me i personaggi di Sei di Corvi non hanno fatto impazzire.
      P.s. ho provato a guardare l’omonima serie Netflix e mi sono strappata gli occhi.

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      1. Anche io sono dello stesso parere, la trama ha importanza fino a un certo punto, datemi dei personaggi.
        Il problema è che Kaz è uguale come personaggio a l’Infernale Quinlan trent’anni più giovane. Ho gradito molto di più Jesper e Inej

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