Ah l’amore l’amore di Antonio Manzini

Editore: Sellerio

Anno di pubblicazione: 2020

Pagine: 352

Ah l’amore l’amore

Rocco Schiavone, vicequestore ad Aosta, è ricoverato in ospedale. Un proiettile lo ha colpito in un conflitto a fuoco, ha perso un rene ma non per questo è meno ansioso di muoversi, meno inquieto. Negli stessi giorni, durante un intervento chirurgico analogo a quello da lui subito, un altro paziente ha perso la vita: Roberto Sirchia, un ricco imprenditore che si è fatto da sé. Un errore imperdonabile, uno scandalo clamoroso. La vedova e il figlio di Sirchia, lei una scialba arricchita, lui, molto ambizioso, ma del tutto privo della energia del padre, puntano il dito contro la malasanità. Ma, una sacca da trasfusione con il gruppo sanguigno sbagliato, agli occhi di Rocco che si annoia e non può reprimere il suo istinto di sbirro, è una disattenzione troppo grossolana. Sente inoltre una profonda gratitudine verso chi sarebbe il responsabile numero uno dell’errore, cioè il primario dottor Negri; gli sembra una brava persona, un uomo malinconico e disincantato come lui. Nello stile brusco e dissacrante che è parte della sua identità, il vicequestore comincia a guidare l’indagine dai corridoi dell’ospedale che clandestinamente riempie di fumo di vario tipo. Se si tratta di delitto, deve esserci un movente, e va ricercato fuori dall’ospedale, nelle pieghe della vita della vittima. Dentro i riti ospedalieri, gli odori, il cibo immangiabile, i vicini molesti, Schiavone si sente come un leone in gabbia. Ma è un leone ferito: risulta faticoso raccogliere gli indizi, difficile dirigere a distanza i suoi uomini, non può che affidarsi all’intuito, alle impressioni sulle persone, ai dati sul funzionamento della macchina sanitaria. E l’autore concede molto spazio alla psicologia e alle atmosfere. Rocco Schiavone ha quasi cinquant’anni, certe durezze si attenuano, forse un amore si affaccia. Sullo sfondo prendono più rilievo le vicende private della squadra. E immancabilmente un’ombra, di quell’oscurità che mai lo lascia, osserva da un angolo della strada lì fuori.

Ultimo romanzo pubblicato con protagonista Rocco Schiavone. Come negli ultimi due romanzi ho trovato un calo qualitativo della serie (anche qui, forse è l’editore che spinge per avere un romanzo all’anno e il tempo non è sufficiente per sviluppare una storia completa). Il titolo credo dovrebbe richiamare la trama, stavolta molto più corale rispetto ai precedenti: infatti diventano questioni di primo piano le vite sentimentali di alcuni poliziotti della questura di Aosta. Come I Bastardi di Pizzofalcone insomma. Però quella è una serie corale, quindi è giustificata l’analisi della vita sentimentale di ogni poliziotto. Ma la serie su Rocco Schiavone è su Rocco Schiavone. A me che mi frega del poliziotto che è timido ma vorrebbe chiedere alla sua vicina di uscire a cena? O dell’altro che ha contemporaneamente tre amanti? Tra l’altro imparentate tra loro? Ma questa cosa da dove è uscita? Manzini dove l’ha recuperata questa trovata degna dei peggiori cinepanettoni della storia? Anche perché, soprattutto nella storia delle tre amanti, serpeggia un malcelato maschilismo che permea commenti e dialoghi. Addirittura una delle amanti finge di essere incinta per poter farsi sposare. Ma queste robe neanche in Beautiful le tirano più fuori. NONONO.

Il “giallo” è, come sempre, un contorno per permettere ai personaggi di muoversi; è decisamente mediocre e poco ispirato (soprattutto se si ripensa ad alcuni casi iniziali, come La costola di Adamo).

Italo è l’unico personaggio che rimane fedele a sé stesso e a quello che era stato nei precedenti romanzi, con una dipendenza dalla ludopatia strisciante e ancora forte. Gli altri…boh ragazzi, basta dire che tutti riescono a coronare le loro storielle d’amore. Anche quello delle tre amanti (che, detto per inciso, è un ragazzo di trent’anni. Mica un magnante russo di cinquant’anni).

Il personaggio di Rocco aveva avuto un’evoluzione, dolorosa e sofferta, per superare la morte – anzi accettare e convivere con la morte – della moglie Marina. Invece in questo romanzo c’è una ricaduta, con Rocco che ancora dialoga con la moglie, una regressione che sembra quasi una scelta di comodo perché non c’era niente da dire. La storia appare come un (lungo) anello di congiunzione tra la vicenda precedente e un futuro libro. Basta con le storielle d’amore un po’ stile telenovelas di Rocco con la ex moglie del questore…dai, su, Aosta è piccola ma comunque 30.000 abitanti ci sono. E che caspita, proprio la ex moglie vai a pescare? Susususu.

Un aspetto che mi ha dato molto fastidio è stato l’inserimento di violenza gratuita da parte di pubblici ufficiali nei confronti di sospetti o testimoni. Rocco, lo sapevamo, è un poliziotto corrotto con metodi illegali. Ok, fa parte del suo personaggio. Ma qui ad usare la violenza non è solo Rocco ma anche altri ufficiali della questura di Aosta. Di più, viene fatto passare il messaggio che è proprio grazie alla violenza che i poliziotti riescono ad ottenere informazioni utili.

Ora, io questo romanzo l’ho letto pochi giorni dopo che è scoppiato il caso sulle torture, abusi, violenze e stupri che regolarmente avevano luogo nella caserma di Piacenza. Pochi giorni dopo il caso George Floyd, negli USA.

Mi ha fatto contorcere le budella la casualità con cui viene inserita la violenza nel romanzo. Anche perché, di nuovo, di Rocco sapevamo che era corrotto e violento, non è una novità. Ma a quanto pare dall’essere l’unica mela marcia della questura, è diventato uno dei tanti violenti. Violenza che ovviamente non viene esercitata su persone di un certo ceto sociale, capaci di difendersi e prendere posizione. No, no, no. La violenza viene perpetrata nei confronti dei poveretti, uno spacciatore per esempio. Come Stefano Cucchi insomma. Io non voglio romanzi con personaggi idealizzati. Credo però che il come si decida di rappresentare un certo comportamento sia importante. Credo anche che io, come la maggioranza dei lettori, non abbia rapporti così frequenti con la polizia. Molto di quello che conosco sulla polizia lo so da film e libri. Quindi è importante che questi mezzi di comunicazione diano il giusto messaggio e non veicolino l’idea che l’unico modo per ottenere informazioni sia la violenza. O, peggio, che picchiare un testimone/sospetto sia la cosa giusta da fare per risolvere un caso. Come un incidente di percorso, tipo il fine giustifica i mezzi (citazione erroneamente attribuita a Macchiavelli). Di nuovo, voglio essere chiara: io non mi aspetto l’edulcorazione della realtà. No. Ma laddove non è indispensabile, perché inserire scene di violenza gratuita? Anche perché in altri punti il romanzo viaggia di fantasia alla grande (vedi la storia delle tre amanti). Non ci siamo per niente.

Voleva essere una recensione brevissima, mi sono lasciata trasportare.

Qui un breve video del Daily Show in cui Trevor Noah spiega come viene normalizzata la violenza dei poliziotti nelle serie tv/cinema. Un discorso molto simile può essere fatto per i romanzi:

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