Extravergine di Chiara Moscardelli

Editore: Solferino

Anno di pubblicazione: 2019

Pagine: 256

A quasi trent’anni ci sono difetti che nessuno ti perdona, e uno di questi è la verginità. Dafne Amoroso lo sa benissimo, anche perché la sua esuberante amica Ginevra glielo ripete di continuo. C’entra la sua cronica timidezza? La mancanza del padre, che non ha mai conosciuto? O magari un’infanzia funestata da una madre ex attrice di film pornosoft, nudista e fricchettona, che fin dalla pubertà ha tentato a ogni costo di indurre la figlia a liberarsi da quel problemuccio? Trasferirsi a Milano dalla Puglia è stato inutile: a Dafne non succede niente, da nessuna parte. Tanto che quando prende l’aereo diretta in Azerbaijan, per un’improbabile settimana seminariale sul romanzo Regency, lei non pensa certo che la sua vita stia per cambiare. E invece. L’incontro-scontro con un uomo misterioso all’aeroporto, un inseguimento in taxi, un camion pieno di capre e l’inevitabile incontro nel fienile sono solo l’inizio di un’avventura esotica che, incredibilmente, proseguirà a Milano. Qui infatti Dafne viene assunta nientemeno che da «Audrey», patinatissima rivista femminile in cui sembra destinata a passare da un equivoco a un altro ancora peggiore. E a scoprire che non è così facile lasciarsi alle spalle il fascinoso Mathias Gallo e la promessa che le ha fatto…L’esilarante romanzo di formazione di una ragazza moderna che avrebbe tanto voluto essere all’antica, ma imparerà che nulla può fermare chi ha deciso di cambiare.

Con l’inquietante sottotitolo Vergini si nasce o si diventa?, il racconto segue le vicende di Dafne Amoruso, quasi trent’anni, figlia di una nota attrice disinibita e con una passione sfrenata per i romanzi di Georgette Heyer. Segni particolari: vergine. E questa è la descrizione più completa della protagonista. La sua verginità è l’unica costante che ci viene ripetuta per tutto il romanzo. Perfetto.

Ora, in generale, esplorare qualsiasi aspetto della sessualità può essere interessante: il sesso è ancora un tabù, qualcosa di cui fatichiamo a parlare con libertà nella vita sociale. C’è ancora molta ritrosia, un pudore inspiegabile ad affrontare determinati argomenti. Quindi, parlare di una ragazza che alla soglia dei trent’anni è ancora vergine poteva essere uno spunto di partenza interessante, anche per mostrare come viene percepita questa sua verginità (non dimentichiamoci che la prima cosa che ci viene in mente quando si parla di differenze tra laici e religiosi è appunto la castità). Senza necessariamente tirar fuori un polpettone pesante e noioso, ma in chiave comica, si poteva introdurre la questione della verginità, e della sua perdita, quando si è adulti. Cosa comporta l’essere ancora vergini? Ha influenze sulla propria vita sociale o sentimentale? È una scelta o qualcosa che è capitato, in un modo o nell’altro? Invece no, la Moscardelli fa una marea di battute sullo “stato” di Dafne: la madre continua a ripeterle che deve perdere la verginità, informandosi costantemente sugli sviluppi; pure l’amica Ginevra, glielo ripete continuamente. Ma mai, per mezzo secondo, vi è una riflessione vera e propria su questo aspetto. Diventa un elemento comico (ahahaha, sei ancora vergine, ahahahah. Mah.).

La prima metà vede Dafne andare ad un convegno sulla Heyer in Azerbaijan, dove viene rapita, poi viene salvata da un agente segreto, con cui scoppia una specie di scintilla… tutto è assurdo e sopra le righe, ma, cosa più importante, senza particolari conseguenze sul resto della storia e della vita di Dafne.

C’è un ricorrente richiamo alla figura paterna, perché Dafne non ha mai conosciuto il proprio padre. Però, anche qui, non si capisce dove voglia andare a parare l’autrice (Dafne è vergine perché non ha mai incontrato il padre??!?).

Più in generale è una lettura superflua. Non lascia nulla, la verginità della protagonista non influisce sulle sue azioni, se non come elemento comico.

Ci sono due momenti che mi ha fatto girare le balle alla grande: il primo è quando viene descritto un incontro amoroso della sua amica Ginevra (ovviamente libera, spigliata, cool e disinibita) con un tale Elton, un ragazzo conosciuto ad una festa:

Lo lanciò letteralmente a terra al riparo delle frasche, manco fosse stata una delle Avengers, e abusò di lui […] Si trattò a tutti gli effetti di un abuso in quanto Elton, durante tutti quegli interminabili minuti, non mi sembrò mai, e dico mai, un partecipante attivo.

Ora, le parole sono importanti. L’ho scritto non so quante volte. Se si cerca di descrivere una ragazza spigliata, che prende l’iniziativa, non si parla di abuso. Abuso è qualcosa d’altro. Anche perché se i ruoli fossero invertiti, e fosse stato Elton a prendere l’iniziativa e a portare una ragazza nei cespugli, la frase avrebbe avuto un senso ben diverso: si sarebbe trattato di stupro. Invece qui, siccome è una ragazza a portare un ragazzo dietro ai cespugli, è divertente. È una scena che dovrebbe risultare comica. Lo puoi fare, ci mancherebbe, autrice, ma calibra le parole che usi. Il termine abuso è utilizzato DUE volte e nella seconda frase, se letta decontestualizzata, si penserebbe subito ad un episodio di violenza carnale. L’unico elemento che lo rende comico è l’inversione dei classici ruoli di genere. Attenzione per favore a questi scivoloni.

Un altro punto disagio è quello in cui Dafne va ad uno spettacolo di drag queen, e appena entrata vede una cameriera “vestita da generale nazista in gupière” e nasce la seguente conversazione con Ginevra:

“Che bella donna” riuscii solo a dire.

“Guarda che è un uomo” mi corresse Ginevra.

“Sì, d’accordo. Una donna vestita da uomo”.

“No, cretina. Un uomo diventato donna, vestito da uomo.”

“Eh?”

“Un trans, cazzo. Ma vestito da uomo.”

Io mi sono sentita sinceramente male. Punto primo: perché la cameriera indossa una divisa nazista? Dovrebbe essere una cosa divertente e simpatica? Boh, io non ci arrivo. Punto secondo: una donna trans è una donna. Non è “un uomo diventato donna, vestito da uomo”. È una DONNA. Punto. Non mi sembra difficile da capire, non mi sembra neanche un siparietto divertente. Se una donna indossa un completo giacca e pantalone (perché voglio dimenticarmi della mancanza di gusto della divisa nazista) nessuno le viene a dire “guarda, sei vestita da uomo”. O almeno, non in questo secolo. Una donna trans è una donna, non un uomo che si traveste da donna nel tempo libero per divertirsi. Questo “dettaglio” mi ha fatto incazzare perché non è rilevante ai fini della storia; se per creare la verve comica c’è bisogno di insultare le persone trans, allora forse è il caso di rivedere i propri standard di scrittura.

Ho letto che questo dovrebbe essere una sorta di prequel per la serie tv omonima, di cui io ho visto un episodio e volevo morire. Trama: ragazza sfighina incontra fighissimo. Chissà cosa succederà. Una regia imbarazzante e dialoghi scritti da (credo) cinquantenni che cercano di passare per trentenni (fallendo miseramente). Recitazione no comment perché non voglio diventare troppo cattiva (ma Alexa è più espressiva di certi attori e la dizione. Giove, la dizione). Tra l’altro mi fa molto ridere che la protagonista abbia trovato lavoro come book blogger in una rivista. Book blogger, 2019, lavoro retribuito. Oooooook. Apprezzo anche il tentativo di rendere sfigatina la protagonista gnocchissima semplicemente mettendole gli occhiali. Tipo Clark Kent e Superman. Adoro.

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