La trilogia di Kerri Maniscalco (ok, sarebbero 4 ma l’ultimo non ce l’ho)

Sulle tracce di Jack Lo Squartatore
Alla ricerca del Principe Dracula
In fuga da Houdini

Questa trilogia si legge velocemente e…si dimentica altrettanto velocemente.

Breve riassuntone: Audrey Rose Wadsworth è una giovane nobildonna con la passione per la medicina legale, che pratica grazie allo zio. E quando lo zio viene chiamato ad aiutare la polizia per risolvere gli omicidi di Jack lo Squartatore Audrey è lì con lui…e con un giovane affascinante pupillo, Thomas Cresswell.

Nel secondo libro invece Thomas e Audrey (perché sì, incredibilmente i due formano una coppia, chi l’avrebbe mai detto?) partono per la Romania per frequentare una prestigiosa accademia di anatomia…e si ritrovano nel castello appartenuto al conte Dracula. Ma già al loro arrivo una serie di omicidi efferati sembra ricondurre niente meno che al vampiro più famoso della storia.

Nel terzo romanzo Thomas e Audrey sono in viaggio su una crociera ante litteram per raggiungere l’America. Ma neppure a bordo sono al sicuro dal sadico assassino di turno (anzi, forse più di uno! Tutti sulla stessa nave!): un omicida sta prendendo spunto dai tarocchi per commettere efferati delitti, e tutti gli indizi fanno pensare al coinvolgimento degli acrobati del circo che allieta gli ospiti ogni sera. Per risolvere il mistero, Audrey stringe un patto molto pericoloso e seducente con Mefistofele, l’intrigante presentatore dello spettacolo…

Senza entrare nel dettaglio, credo di aver già spoilerato tutto in queste righe. La love story è lì. Dalla prima volta che Audrey e Thomas si guardano è ammmore. Lui è il classico stronzo-bello-intelligentissimo (mai che ci sia uno sfigato brufoloso a far colpo sulla Bella di turno). Thomas sembra anche una persona quasi normale. Nel terzo libro l’autrice ci appioppa il famigerato e temutissimo TRIANGOLO!!! Ma, attenzione-attenzione, Thomas non reagisce come un uomo preistorico “LEI-ESSERE-MIA!” e si comporta in maniera fin troppo civile.

[Peccato che tutta questa civiltà venga spazzata via nelle pagine finali. Perché alla fine di ogni romanzo l’autrice aggiunge qualche capitoletto dal punto di vista di Thomas. Ma non per raccontare cose nuove, no. Per raccontare alcuni passi della storia dal punto di vista di LUI. Punto primo: ma perché? Ma a che serve? No.]

Il triangolo è lungo, fastidioso e inutile. Ora, chiediamoci tutti insieme: quando mai una coppia che stava insieme all’inizio si è lasciata definitivamente dopo la comparsa di un terzo individuo? Mai. Al massimo ci possono essere scenate di gelosia, pianti isterici, flirt e baci rubati, ma alla fine la Bella torna sempre con il primo ragazzo. Sempre. Non ho ancora letto l’eccezione a questa regola. E allora, di grazia, perché crearla? Perché importunare il lettore con triangoli palesemente inutili? La storia è lunga e prolissa, il finale scontato e il motivo che spinge Audrey a stringere accordi con Mefistofele non regge, serve giusto a creare qualche momento drama col boyfriend (che poi, i due si sono conosciuti a fine agosto, il terzo romanzo è a gennaio. E già drammi? Nel mezzo sono morte una quindicina di persone, e sono morte MALE).

Non mancano frasi di un certo spessore come:

“…non ho ancora individuato la formula dell’amore o del romanticismo”.

Ovviamente è il bad boy a pronunciarla. Perché prima di Audrey lui non sapeva cosa fosse l’Amore, quello vero.

Thomas dovrebbe essere ispirato a Sherlock Holmes, anche lui ha la stessa aria di superiorità e la stessa supponenza. E la stessa simpatia.

Ah, stavo dimenticando: in teoria la madre della protagonista era indiana. Sì, questo elemento c’è ma non ha ALCUNA rilevanza ai fini della trama, non ci sono accenni alla sua etnia, non ci sono riferimenti, non ci sono discriminazioni (nella società vittoriana quante nobildonne indiane giravano?). Differenziare ad ogni costo porta a inserire elementi alla cazzo di cane (Boris docet).

Nel secondo romanzo compare LA COPPIA GAYA! Altro grande caposaldo della letteratura YA. Ero preoccupata perché nel primo non se ne era fatto cenno. Fortunatamente appare in tutto il suo splendore, e in tutto il suo anacronismo. Mai una mezza volta che in uno YA storico si affronti la difficoltà di essere gay in una società che i gay non li accettava. E non è una questione puramente legale: anche adesso molti stati la ritengono un reato. Io parlo dal punto di vista medico: l’omosessualità era considerata una malattia. Qualcosa che andava curato. Come doveva essere vivere in una società che ti disprezzava e che, oltretutto, ti considerava da curare? Affetto da un male, di un qualcosa di sbagliato presente nel tuo organismo? Come doveva far sentire una persona, avere delle pulsioni ritenute malate? E invece no, nessuna analisi, nessuna riflessione un po’ più elaborata, come sempre sono tutti easy going, come se il giorno prima avessero partecipato al Pride. Amici, ancora adesso, Italia 2020, ci sono coppie gaye che vengono picchiate, molestate, insultate. Eppure mi vuoi far credere che nel 1888 i due piccioncini, scoprendo due persone omosessuali, fossero tranquilli? Né Audrey Rose né Thomas si scandalizzano, eppure entrambi sono studenti di medicina. E, all’epoca, la medicina riteneva l’omosessualità una malattia. In Guida ai pizzi e alla pirateria per giovani gentildonne c’è una riflessione molto più pertinente e sul pezzo da parte della protagonista, aspirante medico. C’è una difficoltà iniziale ad accettare la relazione. C’è un senso di straniamento, almeno all’inizio.

Un altro tratto che mi stupisce è la mancanza totale di amicizie. Né Audrey, né Thomas hanno amici. Manco mezzo. E quindi la loro relazione diventa un po’ un concentrato di amore/amicizia/collaborazione professionale. Cioè la miscela esatta per una storia infelice. Ma perché non hanno amici?

Credo che l’amicizia, soprattutto quando si hanno 17 anni, sia fondamentale, ben più di una relazione. Pensateci bene: quante relazioni sopravvivono dalle superiori? E quante amicizie invece avete ancora dopo anni dai banchi di scuola? Certo, ci sono delle eccezioni, ma perché questi personaggi non hanno mai un amico? Qualcuno con cui parlare, magari non solo di questioni d’amore (questo è il ruolo principale della cugina), ma anche di interessi personali, teatro, che so, qualsiasi cosa? Mi dispiace che il concetto di amicizia sia sempre limitato o del tutto assente in molti romanzi YA.

Sulla parte mysteryosa…vabbè no. Esiste giusto per tirare avanti la storia ma sì è sempre prevedibile e assurda nello stesso tempo: da un lato è prevedibile perché si capisce. Soprattutto nel primo romanzo è palese chi sia il colpevole. Assurdo perché in tutti e tre gli omicidi o le motivazioni per gli omicidi non hanno alcuna logica.

La libertà che l’autrice si prende sulla rivisitazione storica è notevole, anche solo per il ruolo giocato dall’anatomia per risolvere i crimini: è vero che il corpo umano era studiato sempre di più e si iniziavano ad utilizzare le prime tecniche che oggi definiremmo di medicina legale, ma certo la disciplina era agli albori. Neanche oggi un medico legale, semplicemente guardando un corpo, riesce a dire cosa è accaduto (mentre Audrey lo fa senza indugi). E a volte anche studiandolo è difficile stabilire una causa di morte certa. Non dobbiamo dimenticare che, negli stessi anni, Lombroso era stimato nella comunità scientifica per il suo studio di criminologia che metteva in relazione le caratteristiche fisiche di un individuo con la sua predisposizione a commettere un crimine (per non parlare del gene della “prostituzione” nelle donne).

Devo dare atto all’autrice di tentare, in ogni volume, di affrontare il tema del femminismo, seppur lo faccia con incredibile superficialità. Allo stesso modo apprezzo un protagonista maschile che, per quanto bad boy stronzetto dal cuore d’oro, sia anche un aiuto e un supporto della protagonista, che non ne limita le azioni, ma la sostiene.

Sul femminismo il discorso è complesso: i tre romanzi si svolgono tutti in un periodo compreso tra fine agosto 1888 e inizio gennaio 1889. La protagonista, Audrey Rose, vuole diventare un medico legale. Ha la fortuna di avere uno zio che è a sua volta un medico legale e la aiuta a studiare l’anatomia umana, anche sezionando cadaveri. Benissimo.

Il problema è che, a partire dal primo romanzo, si lascia una libertà decisamente inconsueta ad una ragazza giovane, non sposata.

Durante il primo romanzo per esempio Audrey decide di uscire di casa la sera da sola. A Londra. Per andare in un quartiere non particolarmente nobile, ma frequentato da gente povera (Whitechapel, dove appunto abitavano le vittime di Jack lo Squartatore). Ora: se io avessi una figlia o un figlio oggi, nel 2020, e la sera la mia progenie decidesse di uscire senza dirmi nulla, mi verrebbe un colpo. Perché va bene tutto, ma la sera non è che le città, in generale, siano così sicure. Figuriamoci Londra a fine ‘800. Figuriamoci Londra a fine ‘800 per una donna. Figuriamoci Londra a fine ‘800 per una donna sola in un quartiere dove gira un omicida.

Nel secondo frequenta una scuola di anatomia e indossa dei pantaloni, nel terzo si esibisce insieme al circo…

Ricordo che nel 1852 una donna americana, Emma Snodgrass, venne arrestata per aver osato indossare pantaloni in pubblico. Senza andare così indietro nel tempo, nel 1938 Helen Hulick, una giovane californiana che era in tribunale in qualità di testimone, fu mandata in prigione per lo stesso motivo (qui la storia: California Retrospective: In 1938, L.A. woman went to jail for wearing slacks in courtroom – Los Angeles Times (latimes.com).

In generale l’autrice si riempie la bocca di buoni propositi e slogan femministi, che la protagonista ripete per tutti i romanzi; in alcuni casi sono più contestualizzati, in altri sono proprio dei contentini. Mostrare la condizione della donna in altre epoche non è un dramma. Creare un’eroina che però doveva sottostare ad altre, più rigide, regole e convenzioni sociali non scritte ma ferree ed intransigenti non rende automaticamente l’eroina di turno una tonta.

Invece l’autrice scrive spesso che Audrey viene trattata diversamente perché donna, o di come la condizione femminile sia limitante per una giovane. Ma, nello stesso tempo, la sua protagonista non rispetta nessuna norma dell’epoca, e per lei non ci sono conseguenze. Il fatto che studi anatomia e vada in giro da sola la notte; il fatto che nel giro di tre libri è spesso da sola con un uomo con cui non è imparentata, né sposata; il fatto che si vesta anche in maniera decisamente scandalosa per la sua epoca: ecco niente di tutto questo le viene fatto pesare, oppure ha qualche seguito.

Ne consegue che una lettrice si potrebbe chiedere: “Ah, ma vedi che le donne comunque avevano autonomia e libertà a fine Ottocento? Bastava solo essere decise, ambiziose, concentrate”.

E questa è una bugia.

Essere una donna era un limite, all’epoca. Non c’è altro modo per dirlo. Basti pensare che le donne in gran parte d’Europa ottengono il voto tra la prima e la seconda guerra mondiale, e solo dopo lunghe ed estenuanti battaglie civili.

Essere una donna significava non avere gli stessi diritti di un uomo. Le limitazioni non erano solo legate alla vita politica (attiva e passiva), ma permeavano anche qualsiasi aspetto della vita quotidiana.

Non erano solo le leggi a regolamentarne le giornate, ma radicate convinzioni sociali estremamente debilitanti. Mi riferisco in particolar modo alla donna nobile, perché le donne povere godevano di maggiori libertà (sempre contestualizzate nel periodo di riferimento). La donna non poteva assolutamente uscire da sola, o, peggio ancora, in compagnia di un uomo; la donna non poteva indossare determinati abiti (anche solo per la fantasia del tessuto); la donna non poteva lavorare; la donna doveva avere determinate virtù come il saper ricamare o suonare il pianoforte.

Queste regole erano rigide. L’inosservanza poteva pregiudicare gli inviti e la permanenza nell’alta società e, di conseguenza, un buon matrimonio. Per una ragazza nobile in età da marito questa era una tragedia.

Senza contare, di nuovo, il fatto che le donne non fossero ammesse all’università, se non con rarissime eccezioni; non potessero entrare in licei o accademie; non potessero accedere ai gradi più alti dell’istruzione.

Eppure noi abbiamo una protagonista a cui viene concesso, senza ripercussioni, di seguire un ambito lavorativo che già per l’epoca era considerato di nicchia.

Per fare un esempio celebre, Marie Curie (1867 – 1934), che visse negli stessi anni della protagonista (nel 1888, quando inizia il primo libro, Audrey ha 17 anni, quindi è nata nel 1871, quattro anni dopo Marie), poté dedicarsi alla chimica solo grazie agli sforzi paterni e, successivamente, grazie all’appoggio del marito Pierre Curie. Quando l’Accademia del Nobel scrisse a Curie per annunciargli la vittoria, fu Pierre a chiedere che venisse inserita anche la moglie nella nomina. Anche dopo la vittoria al Nobel Marie Curie non venne ammessa all’Accademia Francese delle Scienze: bisognerà aspettare mezzo secolo perché una donna diventi membro.

Quando Marie Curie rimase vedova e iniziò una relazione con un altro chimico sposato, Langevin, la stampa la denigrò fortemente, accusandola e insultandola; l’Accademia svedese le chiese addirittura di NON presentarsi a ritirare il suo secondo Nobel, nel 1911, per evitare chiacchere (lei giustamente si presentò comunque). Ribadisco, sto parlando di Marie Curie, una delle menti più brillanti del secolo scorso. Non Cicciapasticcia.

O ancora, nel 1881 Darwin, interrogato in proposito, rispose di come le donne “siano inferiori dal punto di vista intellettivo” rispetto agli uomini, sebbene li superino “per qualità morali”.

Darwin. A fine Ottocento (e qui lascio un articolo in cui spiega come mai l’idea darwiniana dell’inferiorità della donna ha avuto lunghe e penose conseguenze per la società: https://answersingenesis.org/charles-darwin/darwins-view-of-women/).

Nel terzo volume sia la protagonista che sua cugina si esibiscono insieme agli acrobati di un circo. E tutto questo senza alcuna conseguenza per la loro reputazione. Bisogna chiarire, e viene fatto anche nello stesso romanzo: lo spettacolo – circense o di qualsiasi altro tipo – era considerato per le donne un lavoro affine alla prostituzione. Nel circo le donne godevano di una libertà molto maggiore, ma erano nello stesso tempo ripudiate dalla società, vivendone ai margini. Le artiste indossavano abiti che ne mettevano in luce le forme, soprattutto le gambe; erano vistosamente truccate e, non da ultimo, vivevano come nomadi, a stretto contatto con uomini di cui non erano imparentate. Tutte cose assolutamente straordinarie ed esecrabili per la società dell’epoca. Per fare un paragone un po’ forzato, unirsi al circo dell’epoca corrisponderebbe più o meno per una ragazza a entrare nell’industria del porno. Qualcosa che sciocca e sconvolge completamente il pensiero comune; un lavoro che viene spesso associato a quello della prostituzione. Deve essere chiaro questo parallelismo: la decisione della cugina di “far parte del circo” sarebbe stata una condanna sociale definitiva. Eppure sia la cugina che lei si esibiscono come se nulla fosse davanti allo zio. E va bene, lo zio è moderno e avanti coi tempi, ma non così tanto. Lo stigma sociale delle artiste era paragonabile solo a quello odierno delle pornostar.

victorian circus performers costumes
Artista circense dell’era vittoriana. Fonte: http://victorian-era.org/victorian-era-circus-performances.html

Mi dispiace che ci sia così tanta approssimazione sull’effettiva realtà della sottomissione della donna nei secoli scorsi, perché così si fa involontariamente disinformazione. Se la protagonista gode di così tanta libertà, allora forse tutte le altre donne sue coetanee valevano di meno, per non averla ottenuta? E NO! Questo significa svilire il ruolo di tutte quelle donne che si batterono ferocemente per ottenere scampoli di riconoscimento e autonomia, e vennero altrettanto ferocemente rigettate dalla società: basti pensare alle lotte delle suffragette, che non si limitarono a semplici dimostrazioni nelle piazze ma degradarono fino a violenti scontri con la polizia, arresti arbitrari, violenze, percosse, scioperi della fame interrotti da alimentazione forzata…

Una suffragetta viene arrestat durante una manifestazione. Inghilterra, 1910. Fonte: https://www.vintag.es/2015/02/suffragettes-vs-police-vintage-photos.html

Proprio per questo tutte le donne che eccellevano nel loro campo erano combattenti, perché per arrivare a quella posizione avevano dovuto lottare con le unghie e con i denti, spesso non solo mettendo alla prova i propri limiti, ma i limiti della società.

Non era nelle intenzioni dell’autrice, ma il fatto che la protagonista si muova senza curarsi delle convenzioni sociali (o meglio, lo fa, ma solo a parole, nei fatti poi è sempre in situazioni socialmente inaccettabili per le donne dell’epoca) e non ne subisca le conseguenze, non rende un bel servizio al femminismo. Sì, lo sappiamo tutti che le donne nell’800 erano più limitate, ma come? Mostramelo, autrice. Fammi vedere quanto essere una ragazza giovane e talentuosa potesse essere un limite per la rigida società maschilista ottocentesca. E non mostrandomi una ragazza che se ne frega delle regole, perché tanto per lei le regole non valgono. No, mostrami una ragazza che, dentro a quelle regole, riesce ad emergere, con tutte le difficoltà del caso.

Nel secondo romanzo deve entrare in un’accademia di medicina legale e lo fa senza grossi problemi: sì, il rettore non è contento, ma non la caccia via. Le permette di assistere alle lezioni, insieme agli altri uomini; fa commenti degradanti talvolta, ma la protagonista non subisce una discriminazione costante e che permea la sua intera esistenza. Sono commenti cattivelli, sparsi qua e là, ma solo in bocca al kattivo di turno.

In Inghilterra le donne poterono iscriversi e frequentare l’università solo a partire dal 1869, e anche da quella data lo fecero tra mille difficoltà: le donne dovevano seguire corsi diversi, sopportare abusi fisici e verbali da ‘compagni’ e professori, in aule separate; il tutto in ruoli subalterni e profondamente denigrate dall’ambiente scientifico (su questo tema vi consiglio di leggere la storia delle Sette di Edimburgo, le prime donne ad iscriversi all’università di medicina. Le ho scoperte grazie alle note del romanzo Guida ai pizzi e alla pirateria per giovani gentildonne: https://en.wikipedia.org/wiki/Edinburgh_Seven).

Le Sette di Edimburgo. Fonte: https://www.eicc.co.uk/ideas-hub/edinburgh-seven/

O, ancora, un caso celebre è quello di Frances Glessner Lee, un’aristocratica con la passione per la medicina; nata nel 1878 non poté seguire il fratello negli studi universitari in quanto donna. Dopo un veloce matrimonio e un altrettanto veloce divorzio, Frances riceve una cospicua eredità con la quale può finalmente seguire il proprio sogno: grazie ai soldi fonda la facoltà di medicina legale all’università di Harvard, e inizia a propugnare un metodo diverso per risolvere gli omicidi, più simile a Sherlock Holmes: “leggere” gli indizi lasciati sulla scena del crimine.

Frances Glessner Lee: la madre della moderna criminologia
Frances Glessner Lee all’opera: sul bancone si possono vedere i modellini di sedia. Fonte: https://www.trentaminuti.it/frances-glessner-lee-la-madre-della-moderna-criminologia.html

Per farlo decide di ricostruire, in miniatura, venti “scene di omicidio” in formato ridotto: delle “case di bambola”, dove le bambole però, sono state assassinate. Lo fa con precisione, minuzia e un’attenzione certosina alla ricostruzione dei più piccoli dettagli; le sue abilità nel ricamo, dote che ogni donna per l’epoca deve possedere, la aiutano immensamente. Le sue “nutshell studies of unexplained deaths” diventano il nucleo di una serie di conferenze aperte a studenti di medicina, investigatori, poliziotti: lo scopo è far emergere quanti più dettagli possibili dalla scena del crimine.

Una foto del 1946 di uno dei modelli costruiti da Frances G. Lee: da notare l’attenzione ai dettagli, come il forno e il frigo aperti, il ricamo dei tendaggi e l’accurata disposizione degli oggetti. Fonte: https://hms.harvard.edu/news/death-nutshell

Questo è un esempio di donna che non si è fatta fermare dalle asperità e dai limiti del tempo, ma è riuscita a perorare la sua causa, e ad inserirsi in un mondo generalmente precluso alle donne grazie alle proprie risorse e alla propria unicità.

Per tornare al primo romanzo, non parlo neanche della velocità con cui vengono liquidate le donne massacrate su cui indaga Audrey. Nonostante, di nuovo, Audrey continui a ripetere che “sono donne, avevano una vita, non erano solo prostitute” di fatto sono vittime senza parola, riconoscibili solo per la presunta mercificazione del proprio corpo. Dico presunta perché in un bellissimo saggio edito da Neri Pozza quest’anno, Le cinque donne. La storia vera delle vittime di Jack lo Squartatore, l’autrice indaga e porta in vita le “vittime” dalla loro oscurità e, con un impressionante lavoro di ricerca bibliografica e storica, scopre che alcune di queste donne non erano mai state prostitute, ma vennero definite così da stampa, polizia e percezione generale (di questo saggio ho assolutamente intenzione di parlare in futuro perché è uno dei migliori che abbia letto).

Per finire, una breve considerazione sul numero di omicidi cui assiste la protagonista: Audrey inizia a fare concorrenza alla Signora in giallo quanto a sfiga. In ogni libro muoiono almeno 5 persone, e di romanzi ne ha scritti ben 4. Almeno la signora in giallo è anziana, e puoi dire “va beh, questa tempo 20 anni al massimo schiatta, non ne può mica uccidere più di tanti. Prima o poi finirà”. Invece Audrey è giovane, se inizia a portare iella e morte ovunque va già a 17 anni, ha una vita intera da mietitrice di fronte a sé. Almeno la Signora in giallo aveva l’accortezza di restare nel suo allegro borgo; ha aspettato diversi anni prima di andare in trasferta a portare sfiga (e morti) pure altrove! Invece Audrey non si ferma mai: dall’Inghilterra alla Romania all’America…non si riposa neanche durante il viaggio! Manco Agatha Christie ne aveva accoppati così tanti su una nave.

Ok. Ora non è più una recensione, è un tema. Chiudo qui. In generale io l’ho trovato di intrattenimento. Assurdo? Sì. Sensato? No. Se non state troppo a scervellarvi su realismo e ricerca accurata, i romanzi si leggono anche velocemente. Non sono indimenticabili, tutt’altro. È un po’ come la Clare: la leggi, ti passi un paio di ore in completo relax, i tuoi neuroni possono riposare fingendosi morti e sei a posto.

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