Rainbow Rowell: Fangirl, Carry on e Un eroe ribelle

Allora questi romanzi –ad eccezione dell’ultimo – li ho letti mentre ero ancora in quarantena. Poi ovviamente sono stata pigra e ora, con solo 8 mesi di ritardo, ne parlo.

Di Fangirl non ho molto da dire, l’ho trovato un classico romanzo YA per ragazze, non particolarmente originale o con idee innovative, ma anzi parecchi clichè: i melodramas con il boy, la sorella gemella inguaiata, inizio del college e relativi problemi…insomma niente di nuovo.

Approdata all’università, dove la sua gemella Wren vuole solo divertirsi tra party, alcool e ragazzi, la timidissima Cath si trova sola per la prima volta e si rinchiude nella sua stanza a scrivere la fanfiction di cui migliaia di sostenitori attendono il seguito. Ma una compagna di stanza scontrosa con il suo ragazzo carino che le sta sempre intorno, una professoressa di scrittura creativa che pensa che le fanfiction siano solo un plagio, e un affascinante aspirante scrittore che vuole lavorare con lei, obbligheranno Cath ad affrontare la sua nuova vita.

Un aspetto che non mi è piaciuto per nulla è la figura del padre, o meglio il come è stata proposta una seria malattia mentale, a cui si fanno diversi richiami nel libro, in maniera ipersemplificata e con una soluzione inadeguata. Nel testo si fa riferimento al fatto che il padre abbia avuto delle crisi di bipolarismo in passato e che le gemelle, ma in particolare la protagonista, lo abbiano gestito e curato come se fosse un bambino. Si sono ribaltati i ruoli. Durante il romanzo accade che il padre abbia un’altra crisi quando nessuna delle gemelle è a casa, e venga ospedalizzato. A me spiace, ma in un contesto complesso come quello delle malattie mentali non si può essere vaghi o semplicistici. La soluzione è che il padre torna a casa ma starà meglio, verrà controllato dalle gemelle a turno…e no. Qui si parla di una malattia complessa che meritava una trattazione adeguata.

Lo stesso dicasi per l’alcolismo della sorella: la dipendenza da alcool tra giovani è un fattore che può causare grave rischi – perché l’alcolismo è una malattia che dura nel tempo, perché coinvolge le cellule cerebrali, perché può essere l’inizio di dipendenze da altre sostanze – e deve essere curata con serietà. Mi spiace che anche per questo problema medico si sia scelto una soluzione un po’ semplificata, con lei che dice che non berrà più. Beh, se fosse tutto così semplice saremmo tutti felici. Tra l’altro la contrapposizione tra sorella buona e introversa e sorella incasinata ed estroversa si è sentita milioni di volte. Possiamo avere idee nuove?

Invece un aspetto che ho apprezzato molto è la scelta di dar risalto e valore alle fan fiction.

Attenzione, non alla fandom, perché non so se la protagonista rappresenti al meglio un* fan: Cath è la classica nerd stereotipata: occhiali, capelli spettinati, asociale, introversa, timida…

Però l’argomento fan fiction è presentato bene.

La protagonista durante un corso di scrittura creativa presenta un testo di fan fiction di una saga di magia in voga (ispirato molto chiaramente a Harry Potter). L’insegnate le dice che il testo non è accettabile perché non è stata lei a creare i personaggi: la parte creativa insomma, non è valutabile perché non originale.

Per tutto il romanzo invece si fa capire quanto un’opera di fan fiction, pur essendo tratta da personaggi esistenti o mondi “presi in prestito”, abbia una propria identità autonoma dal testo originale.

Secondo me è un bellissimo messaggio, anche perché offre spunti di riflessione, in generale, sulla narrativa e su quanto la ripresa di testi celebri abbia generato dei capolavori a sé stanti. Adesso a me viene in mente un esempio cinematografico, con West Side Story che è un riadattamento di Romeo e Giulietta. Ma in realtà moltissime opere sono chiaramente ispirate a dei lavori letterari da cui poi sono diventate delle opere a se stanti. Purtroppo tutti i casi a cui sto pensando non sono capolavori (Shadowhunters, nata come fan fiction di Harry Potter; Cinquanta sfumature, nata come fan fiction di Twilight), ma resta il fatto che alcune fan fiction siano riuscite a prendere sì dei personaggi esistenti, ma a ricrearli, a dargli una voce diversa, a formare delle storie originali e nuove.

Il discorso sulla creatività che si cela dietro ciascuna fan fiction è valido e molto promettente. Il libro si erge in difesa dei milioni di autori di fan fiction, e lo fa bene. Per il resto, anche per una questione marcatamente anagrafica (io sono anziana dentro), il romanzo non è un capolavoro, né una pietra miliare del genere.

Passiamo invece a Carry on. E qui la faccenda si fa complessa e ci si muove su un terreno sdrucciolevole. Perché Carry on è una sorta di costola di Fangirl. Infatti gli sprazzi di fan fiction che stava scrivendo la protagonista di Fangirl diventano il nucleo della storia. La vicenda era chiaramente ispirata ad Harry Potter, ci sono tantissimi richiami: innanzitutto il protagonista è un mago un po’ imbranato, con un’amica un po’ so-tutto-io; in Fangirl la protagonista rendeva l’antagonista maschile un interesse amoroso. Cioè trasformava la storia in un gay romance. Ok, ne esistono a bizzeffe di fan fiction simili. Il problema è che, mentre in Fangirl i richiami ad Harry Potter non davano fastidio e non erano un problema, in Carry On lo diventano. Perché l’autrice, per distaccarsi dalla saga, crea un universo magico agghiacciante.

Ragazzi. Che roba.

Creare un world building magico è una seccatura ed è super impegnativo, ma l’autrice non voleva farlo, lei voleva solo scrivere di questo amore gayo; il fantasy era uno sfondo. Purtroppo per lei (e per noi lettori), decide di creare una specie di world building affrettato e assurdo, ai limiti dell’imbarazzante. Non sto scherzando, viene fuori una cosa spiacevole. La parte peggiore – ma quasi comica – sono gli incantesimi: si tratta semplicemente di ripetere frasi di pubblicità commerciali, ritornelli, modi di dire, filastrocche e proverbi che se dette con intenzione diventano magici…Questo basta a schiacciare il nemico. Ed ecco alcuni di questi incantesimi:

Il gatto ti ha mangiato la lingua;

Carta vince sasso.

Via via, macchia dannata, va’ via;

Ah.

Qui, lo ammetto, ho pensato ci fosse di mezzo una traduzione oscena. Purtroppo no, in originale le frasi sono ugualmente assurde:

Head over heels

Up, up and away!

I miei neuroni vogliono morire male.

C’è un punto in cui Simon deve battersi con un drago e gli cita un ritornello della pubblicità dei Kit Kat. Non sto scherzando, dei Kit Kat (Prenditi una pausa, spezza con Kit-Kat).

Ma, anche volendo, come posso io prendere sul serio questa scena, che voleva essere un momento pieno di pathos, se mi trovo uno che ripete come un cretino per venti volte una pubblicità di Kit Kat per sconfiggere un drago? Non posso farlo.

[Qui si tratta di gusto personale, perché su goodreads leggo che un sacco di persone hanno trovato “geniale” l’idea degli incantesimi. Sarò io che sono priva di umorismo].

E poi ci sono degli strafalcioni: anche nella scuola magica di Simon, come ad Hogwarts, i telefoni sono proibiti. MA, attenzione attenzione, Penelope ne infiltra comunque uno nella struttura, e il telefono funziona pure! Ma come, nel posto dove lavoravo io – che non era sperduto in mezzo al nulla – c’erano aree dove non c’era manco mezza tacca, ma nella scuola magica dove la tecnologia non potrebbe entrare c’è il segnale?????? Come? Perché? Ora voglio essere chiara: a me dei telefoni non frega una mazza, ma questo è un esempio che mostra come anche i più piccoli aspetti e regolamenti siano insensati. A Hogwarts non c’era tecnologia per proteggere la scuola stessa e i maghi; ma qui, in questo universo è tutto buttato alla piripicchio.

 Il super nemico segreto, una specie di Voldemort de poracci, ha una vicenda che potrebbe avere del potenziale, ma viene purtroppo lasciato cadere troppo in fretta, per giungere ad un happy ending. Che tristezza.

Se fosse stato solo il world buliding a far schifo, ci sarei passata sopra. Invece anche la trama è proprio brutta.

Il volume parte con il punto di vista di Simon, che occupa il primo terzo del libro, preoccupato che Baz, suo compagno di stanza nonché arcinemico, non sia tornato a scuola all’inizio del semestre. Peccato che noi lettori sappiamo già che lui rientrerà perché in Fangirl ce l’avevano detto. E quindi che senso ha? Boh. [E credo che per leggere Carry On si sia passati quasi forzatamente da Fangirl].

L’evoluzione della love story è improvvisa: mi sono trovata a leggere dei due che si baciano praticamente all’improvviso, quando fino al momento prima si erano solo parlati brevemente e senza entrare nel personale. Ho dovuto rileggere un po’ indietro per capire se mi fossi persa qualche pezzo precedente. E comunque la storia d’amore dimostra tutti i limiti del romanzo; molti l’hanno adorata, ma adesso vorrei sapere se i due personaggi principali fossero stati etero, la storia avrebbe retto lo stesso? Non credo. Non basta presentare dei ragazzi giovani e gay per rendere la trama e la relazione valide.

La cosa positiva secondo me è il come viene presentata la sessualità di Simon, ancora confuso e incerto sulle sue preferenze. Però è giusto così, alla fine Simon è ancora un ragazzo e sta esplorando la sua sessualità; mi è piaciuto molto questo dubbio che prova Simon: non sa nemmeno se sia effettivamente gay, dice solo di star bene/amare Baz. Secondo me questo punto è descritto in maniera vincente. Descrive bene la confusione, i sentimenti inaspettati. Devo riconoscere il merito dell’autrice.

Un aspetto agghiacciante è l’utilizzo dei punti di vista. Io una cosa così non l’avevo mai vista: i punti di vista cambiano a caso all’interno dello stesso capitolo senza alcun motivo, senza ragione se non quella che l’autrice non è in grado di descrivere le situazioni.

Il PoV viene usato come via di fuga per descrivere situazioni/azioni/scene che l’autrice non sa scrivere. Mi spiace ma non ci sono altre spiegazioni.

C’è un punto particolarmente infelice dove si susseguono a distanza ravvicinata qualcosa come tre PoV diversi. Di cui uno con una frase sola. Il tutto perché l’autrice non sa scrivere cosa provano i personaggi tratteggiandolo in terza persona, senza farli parlare. Questo è proprio un problema di scrittura, non c’entrano nulla la trama o i personaggi o il fantasy. Qui l’autrice dimostra di non essere in grado di scrivere. Avrei potuto capire il doppio punto di vista Simon/Baz; ma i pensieri di Penelope, dell’Arcimago e di Agata sono inutili e superflui: servono solo a raccontare fatti che altrimenti l’autrice non saprebbe come piazzare dentro al suo romanzo. Non si fa così. Il PoV non serve a raccontare fatti: serve a mostrare come un personaggio reagisce ai fatti. Questo non è un romanzo corale: Penelope, Agata, Arcimago…sono personaggi secondari, non comprimari.

Il richiamo a Harry Potter c’è, è ovunque, in ogni dettaglio per quanto l’autrice ci provi a distanziarsi dalla saga. Ma in Fangirl era così accentuato – e voluto – che è impossibile non sentirlo, e quindi ogni personaggio richiama immediatamente alla mente la ben più famosa fonte originale, con risultati disastrosi per queste macchiette. Nessuno riesce ad essere all’altezza dell’originale o a distanziarsene abbastanza da non subirne il paragone.

Non riesco a capire come possa piacere così tanto; tra l’altro mi ha dato l’idea di un gay romance un po’ sempliciotto e troppo elementare. Non ci siamo.

E, dopo diversi mesi, ho letto anche l’ultima avventura di Simon&Co, Un eroe ribelle. Resta il giudizio precedente. La parte fantasy è agghiacciante.

Non so neanche se valga la pena entrare nel dettaglio della trama: è una road adventure ambientata negli Stati Uniti. Simon, Baz e Penelope vanno alla ricerca di Agata, intrappolata in una specie di setta segreta di vampiri…qualcosa del genere.

Purtroppo temo che anche le fan più sfegatate non abbiano apprezzato questa storia: perché viene dato poco spazio alla storia d’ammmmore, vaghi accenni sfigatissimi.

Quindi viene a mancare l’unico elemento che poteva appassionare i fan della storia gaya. A me la storia non aveva intrippato manco nel primo romanzo, in questo non c’è nulla. Il Vuoto cosmico. Non mi dilungo su trama o personaggi perché non c’è niente da dire. Però l’autrice, imperterrita, continua a fare un uso agghiacciante del PoV, sovrapponendolo costantemente. Che fastidio. Che spreco. Che inutilità.

Breve nota finale: non so chi sia l’eroe ribelle del titolo, dato che nessuno si ribella. Forse Simon, che ha la personalità di una tazzina vuota? Boh.

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