Le letture più belle del 2020. Parte 1: NARRATIVA

Accumulerò qui le letture più belle fatte quest’anno; di alcuni, mi scuso fin d’ora, devo ancora pubblicare (o scrivere) una recensione. L’ordine è casuale, non sono così sicura di poter creare una classifica.

Non avendo un account su goodreads non ho idea del numero di romanzi letti, né ho una simpatica lista già pronta. Mi tocca guardarmi tutti gli articoli per ricordarmi i titoli (e quest’anno mi sa che mi aggiungo pure io a goodreads, che così non faccio fatica). Il problema è che spesso c’è una forte discrepanza temporale tra quando leggo un libro e il momento in cui compare la recensione sul blog, a volte passano mesi (vedi Rainbow Rowell), e non vorrei confondermi.

Ho diviso in due le letture più belle, una di narrativa e una di saggistica, per comodità. Direi che, facendo una stima generale, i saggi hanno vinto a man bassa: il numero è pressochè uguale, ma se penso ai più bellissimi bellerrimi, i primi che mi vengono in mente sono tutti saggi.

Direi di partire!

  • Solo una parola. Una storia al tempo delle leggi razziali di Matteo Corradini. Un libricino per bambini delle elementari che racconta tramite un’azzeccatissima metafora la follia delle leggi razziali contro gli ebrei, entrate in vigore durante il fascismo. Un libro e una storia semplici ma efficacissimi. I bambini di una classe del Ventennio scoprono all’improvviso che gli occhiali sono banditi e tutti quelli che li portano vengono deportati, gli ottici presi d’assalto e distrutti, dopo mesi di campagne denigratorie. È una follia insensata, esattamente come le discriminazioni contro gli ebrei. Delicato, e i disegni a matita sono splendidi. Spero che diventi lettura fissa in ogni scuola primaria.
  • Maus di Art Spiegelman. Che dire. Nonostante il primissimo impatto non sia stato col botto, ho dovuto ben presto ricredermi: Maus è il primo graphic novel che tratta un argomento serissimo, quello della Shoah, e usa la forma dei fumetti come un vero e proprio espediente narrativo per parlare di una storia drammatica. Giustamente ha vinto il premio Pulitzer (1992), è un caposaldo del genere: gli ebrei raffigurati come topi e i nazisti come famelici gattoni, pronti ad assaltarli. Per avere un’idea dell’evoluzione del fumetto, consiglio anche MetaMaus.
  • Ida di Katharina Adler. Non è un capolavoro assoluto, ma mi è piaciuto tanto. Tanto tanto tanto come canterebbe Jovanotti. E poi la scrittrice è la nipote della protagonista del racconto, Dora Baum, una giovanissima paziente di Freud, base per il suo saggio Frammenti d’analisi di un caso d’isteria. Per me ha funzionato, soprattutto la suddisione in capitoli separati nel tempo, seppur, lo ribadisco, con qualche pecca qua e là.
  • La guerra dei poveri di Éric Vuillard, edito da e/o. Poesia pura. Una narrazione estremamente breve delle rivolte contadine durante le guerre religiose del Cinquecento. Prendendo ad ispirazione la nuova visione biblica di Martin Lutero, un gruppo formato per lo più da contadini dà vita a delle rivolte per chiedere maggior uguaglianza sociale. Senza successo, of course. L’esperienza si chiude con un bagno di sangue, moltissimi torturati e Lutero che si distanzia ben rapidamente dalla sommossa. Il libricino è cortissimo, neanche 100 pagine, e, non so perché, mi ha lasciato un profondo impatto. Poesia. Poesia.
  • L’ultima volta che siamo stati bambini di Fabio Bartolomei. Un racconto tenero ma sul pezzo di tre bambini che, durante il fascismo, decidono di andare alla ricerca di un loro amico, ebreo, partito in treno in direzione sconosciuta ma “lontana” (verso un luogo misterioso chiamato Auschwitz). Romanzo di formazione sui generis dolcissimo e crudele. Io, dal notorio cuore di pietra, ne sono uscita in lacrime. E con il desiderio che ne traggano un film.
  • Heimat di Nora Krug, tedesca ma residente in America. Per la brillante mescolanza tra autobiografia, biografia e graphic novel. Un’indagine sulla propria famiglia, e sul proprio passato: c’è stato qualche legame col nazismo? Qualche accusa di collaborazionismo? Ecco quello che tormenta la scrittrice, che inizia un viaggio a ritroso alla ricerca della verità, spaventata da quello che potrebbe emergere. Diario, memoir, graphic novel, autobiografia, saga familiare: l’ibrido che ne risulta è geniale.
  • Bomba atomica di Roberto Mercadini. Lo inserisco in “narrativa” per quanto questo libro sia una via di mezzo, più un saggio romanzato forse. Mi ha conquistato appieno la capacità dell’autore di mischiare terminologia fisica a elementi assurdi, mi ha conquistata la sua colloquialità nella narrazione dei fatti, mi ha saputo incuriosire. Spero che scriva altro, e spero anche di poter assistere ad uno degli spettacoli teatrali che – in tempi felici di assembramenti – portava in giro per mezza Italia.
  • Te la sei cercata di Luoise O’Neill: in modo disincantato si racconta dello stupro di una ragazza e delle sue conseguenze. Senza sentimentalismi né pietismo, la ricostruzione cruda di alcuni aspetti della violenza è tagliente. Non ci sono finali rassicuranti o prese di coscienza, ma solo il muto stringente abbandono da tutto e tutti.
  • La trilogia della prima legge di Joe Abercrombie, perché mi ha tenuto compagnia per più giorni, immergendomi tra personaggi che non sono perfetti, non sono migliori, non sono eroi, ma disastrosamente limitati nella loro umanità. E perché a me i finali felici non piacciono, se ci scappa il morto o, meglio ancora, l’infelicità generale, io ci sguazzo (ok, detto così suona sadico, è solo che in generale non amo i finali troppo all’acqua di rose, preferisco finali un po’ più tetri. Sono del team mai una gioia).
  • Sei di corvi & Il regno corrotto e La nona casa di Leigh Bardugo. Li ho criticati, perché non sono perfetti, ma sono tra i migliori nel loro genere. Ho amato di più La nona porta, perché è pensato per un pubblico un pochino più grande, anche se ci sono un sacco di assurdità che per me sono un tantino too much. Ma il modo di affrontare determinate tematiche ha vinto su tutto. L’ho divorato in pochi giorni e sì, forse non è un capolavoro, ma merita una lettura.
  • Zerocalcare. Qualsiasi cosa. Non avevo mai letto nulla del fumettista romano, e a inizio anno, quasi per caso, mi sono presa in biblioteca La scuola di pizze in faccia del professor Calcare ed è stato amore a prima lettura. Tempo 10 giorni e avevo prelevato ogni fumetto disponibile, ordinato tutti quelli non immediatamente alla mia portata e letto ripetutamente ogni singolo volume. E da quel momento l’amour fou per le storie di Zerocalcare non è mai scemato (ok, sono passati solo pochi mesi). Tra poco (ovviamente il poco è relativo) recensirò anche le ultime due uscite, A Babbo morto e Scheletri (due auto-regali di Natale).
  • Il bianco e il nero di Malorie Blakman, un’ucronia in cui le popolazioni africane hanno colonizzato l’Europa, e non viceversa, dando vita ad uno schiavismo delle persone caucasiche. D’impatto, perché mostra il razzismo in un’ottica differente. La storia d’amore e i personaggi sono molto appiattiti, meri cliché (d’altronde il romanzo ha più di 10 anni), ma la storia è talmente potente che i difetti passano in secondo piano.
  • Chaos, la trilogia di Patrick Ness. Forse non adrenalinico (soprattutto il secondo volume) con plot twist debolucci (soprattutto il primo), ma è uno dei pochissimi YA distopici che riescono a creare qualcosa di nuovo nel genere (ambientazione, idea originale, sviluppo della storia), adattando addirittura l’apparato linguistico ai protagonisti, modificandolo e malleandolo secondo le esigenze e i personaggi. E poi, diciamocelo, è l’unico YA che mi venga in mente in cui gli umani sono i kattivi. Tutti, chi più chi meno, è colpevole, e in generale l’umanità non è stritolata dagli alieni malvagi: siamo noi umani gli alieni malvagi e usurpatori! Con lo sviluppo della trilogia si possono trovare metafore non troppo sottili su qualsiasi grande tematica del momento, dall’ecologia al rispetto, al razzismo, al sessismo (le donne che vengono marchiate, come gli animali), alla schiavitù. E sì, è tanto, ma Patrick Ness riesce ad affrontare tutto senza cadere nei cliché o negli slogan più banali.

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