Il diavolo e l’acqua scura di Stuart Turton

Editore: Neri Pozza

Anno di pubblicazione: 2020

Pagine: troppe (528)

1634: una flotta di sette navi è pronta per salpare in direzione Amsterdam. A bordo della nave ammiraglia viaggia il governatore della Batavia Jan Haan, la moglie Sara e la figlia Lia. Insieme ai marinai e al corpo di guardia di Haan trovano posto anche Sammy Pipps, noto investigatore ora imprigionato, e il suo fido aiutante Arent. Al porto un individuo sembra lanciare un ammonimento ai passeggeri: la nave è maledetta. Nessuno prende sul serio quello che pare un pazzo, finchè sulla nave iniziano a verificarsi strani eventi e compare il simbolo di un demonio che decenni prima aveva creato piaghe e morte nella regione: un occhio con una coda.

E così Stuart ritenta il colpaccio dopo il super-successo di Le sette morti di Evelyn Hardcastle. A me quel libro aveva essenzialmente deluso, per una serie di motivi.

Il secondo romanzo di Turton si colloca su onde simili all’esordio: un giallo/thriller/mystery. Ma l’esperimento, per quanto mi riguarda, è fallimentare.

Devo dare atto all’autore che non si prende troppo sul serio e, in un simpatico siparietto finale, avverte il lettore che il suo romanzo è sì ambientato nel XVII secolo, ma senza tuttavia aver alcuna pretesa di storicità. La nota si chiude implorando i lettori più pignoli ad evitare di inondarlo di dettagliate lettere sul metodo di navigazione seicentesco e sulla corretta mobilitazione del personale a bordo.

Lo ammetto, mi piace un autore che sa prendersi un po’ in giro ed è capace di autoironia.

Detto questo, l’autore fa il furbastro.

A lui serviva un’epoca senza tecnologia e senza mappe chiare. Ma non voleva farsi lo sbatti di presentare personaggi ingessati e per noi un po’ lontani, tipici di un’altra epoca. E quindi ha fatto il furbo: ha mischiato tutto, giusto per risparmiarsi della fatica.

E sì, amico autore, perché lì è tutta questione di impegno: se vuoi dei personaggi “contemporanei” allora devi pensare a come far funzionare la storia anche in epoca contemporanea. Se vuoi dei personaggi moderni invece, ti adegui ai costumi e alla mentalità dell’epoca. Ribadisco, comprendo il concetto di romanzo e di storia romanzata, ma secondo me qui è questione di pigrizia.

Detto questo, il mio grande – grandissimo – problema con il romanzo è la prolissità. Pagine e pagine e pagine e pagine si susseguono, fino a diventare troppe. Interi capitoli avrebbero potuto benissimo essere tagliati senza assolutamente influenzare la trama e il suo sviluppo. Intere sotto-storie avrebbero potuto essere eliminate, e il romanzo ci avrebbe solo guadagnato in fluidità.

Ora, sia chiaro: non tutti i capitoli devono necessariamente dire qualcosa, possono essere pura poesia e andrebbero benissimo così.

Ma Turton non ha né lo stile né le capacità espressive per potersi permettere questo lusso. Il suo stile è base-base-base.

L’unico pregio eventuale dei suoi romanzi è la risoluzione finale del mistero (e qui ci tornerò più avanti). Quindi, amico autore, perché ammorbare il tuo lettore con capitoli di NULLA? In cui non succede nulla – o peggio succedono un sacco di cose raffazzonate – che non portano da nessuna parte e servono solo per allungare il brodo?

Fino a circa metà ho tenuto bene, anche interessata alla vicenda; da lì in avanti sono crollata; arrivare alla fine è stato un supplizio di noia/fastidio/noia e ancora noia.

Fastidio perché, per quanto possa capire le libertà di un autore, secondo me la scelta dell’ambientazione nel passato è una scorciatoia per creare un mystero mysteryoso senza davvero ricreare anche il contesto necessario per farlo funzionare.

Noia perché sì, che palle, c’è troppa robbbbbba che non serve nulla e allunga allunga il brodo.

Un altro aspetto che mi ha fatto storcere il naso è la manichea divisione tra buoni e cattivi. (Sì, all’università ho dato un singolo esame di filosofia e l’unica cosa che ricordo sono i manichei).

Se una persona è kattiva, rimane kattiva fino alla morte. Non importa se fino a cinque anni prima fabbricava braccialetti e distribuiva pasti gratis ai bambini, una volta diventato kattivo la sua strada è segnata (di solito schiatta, e male). Se invece uno è bbbbuono, allora potrebbe anche aver commesso delle stragi di innocenti MA rimane buono, in quanto giustificato da fatti/circostanze/attenuanti più o meno assurde.

È questo il caso del protagonista, Arent Hayes, un mercenario.

Amico autore, so che la storia non l’hai considerata MA un mercenario è una persona che viene pagata per combattere (e uccidere) il nemico. Uno che di solito non ha troppi scrupoli morali. Uccide per soldi. Eppure Arent è bbbbuono. Sì, perché lui ha pietà, ha compassione; non uccide per piacere, ma per ‘dovere’ (che, diciamocelo, è un po’ la scusa che adottò Eichmann durante il processo).

Arent segue Sammy Pipps, un “noto” investigatore ante-litteram della compagnia delle indie Orientali. Ci viene presentato come l’antenato di Sherlock Holmes, incredibilmente sagace e perspicace, e dotato della stessa simpatia. Al momento è accusato di un crimine non ben definito e condotto in un’umida cella. Gli unici momenti in cui parla con Arent sono la sera, e di solito sono introdotti da Sammy che si cala i pantaloni e defeca fuori dal ponte. Magia.

Altro grande clichè è la love story, subodorata dal primo incontro tra Arent e Sara, e tristemente divenuta realtà (questo è uno spoiler per modo di dire: nello stesso momento i cui loro occhi si incrociano è evidente pure ad un pinguino cieco che i due finiranno insieme). Perché sono bbbbuoni.

Detto questo, prima di passare alla parte spoilerosa, un dubbio mi perseguita molto più del Vecchio Tom: come cavolo è fatto un occhio con la coda?

E da qui SPOILER.

La prima grande domanda è: perché? Se lo chiedono persino i protagonisti, che non sono proprio furbissimi, quindi è una domanda legittima. Perché creare un polverone assurdo solo per ‘punire’ due, e dicasi DUE, persone? Lo scopo di tutta la pantomima del Vecchio Tom, del diavolo e di tutte le assurdità è che i colpevoli volevano punire i responsabili di atrocità commesse decenni addietro.

Amici, si può fare anche meglio con meno impegno. Giuro, è fattibile, non bisogna per forza organizzare un viaggio intercontinentale e mettere in pericolo voi stessi e tutti quelli a bordo.

I colpevoli sono Creesjie e il fratello Sammy Pipps.

Su Sammy era quasi inevitabile puntare la luce, dal momento che la sua utilità, in tutto il romanzo, è nulla. Assolutamente nulla. Il vuoto. The void. Almeno nel finale ha trovato un barlume di utilità.

I due fratelli, per punire un torto di quando erano bambini, decidono di pianificare un astuto e diabolico inganno per far sentire accerchiato il governatore Jan Haas, a loro dire responsabile di tutti i mali della Terra (dall’estinzione dei dinosauri fino all’effetto serra, non ancora inventato, ma lui era già colpevole).

Il loro piano è semplicissimo: Sammy si fa arrestare, Creesjie diventa l’amante del governatore e insieme partono alla volta di Amsterdam.

Il tutto avrebbe potuto succedere in un ben più rapido viaggio in diligenza? Sì, ma è cosa nota che le barche siano più cool.

Già prima della partenza si capisce che sarà un viaggio di merda: al porto un lebbroso in cima ad una pira di scatolame li avverte che un demone li perseguiterà. A quel punto tutti si toccano i gioielli di famiglia; tutti tranne il lebbroso che, dopo aver enunciato lo sfiga-oroscopo del viaggio, pensa bene di darsi fuoco e crepare male.

MA il primo colpaccio di scena è lì: il lebbroso ha la lingua tagliata, fatto che fa sorgere qualche dubbio sulle sue capacità dialettiche nelle celluline grigie dei nostri protagonisti. Non solo, era pure zoppo: come avrà fatto ad arrampicarsi?

Qui facciamo la conoscenza di Sara, moglie del governatore, e di Arent. Sara, come ogni Harmony che si rispetti, è una splendida donna con i capelli rossi incastrata in un matrimonio infelice, esperta di erbe e medicamenti. Arent è un uomo disilluso dalla vita e pieno di cicatrici che, si sa, fanno bollire le viscere delle damigelle. I due si incontrano così, sopra il corpo di un presunto lebbroso che la folla, giustamente, teneva a distanza con i bastoni di 5 m. Ma i due sono bbbbuoni e, al diavolo il possibile contagio, aiutano il poveretto a morire meno male.

Fortuna che c’erano loro oppure…beh, sarebbe morto lo stesso, ma dettagli.

Il viaggio parte frizzantino e i morti iniziano ad essere più frequenti di un selfie in estate a Riccione, ma tutti sono belli tranquilli. Ben presto si scopre un misterioso altare, un’ottava barca che sembra inseguire la flotta e, per non farsi mancare nulla, pure uno sventramento di suini gratuito.

A quel punto i più furbi si sono fatti due conti e hanno pensato “’ ‘sti cippi, qua facciamo concorrenza alle dieci piaghe d’Egitto”.

Seguono, in ordine sparso, un ammutinamento, una tempesta, un nubifragio su un’isola che pare quella dei Famosi perché sembra presentare comode capanne, scorte in abbondanza e persino un pratico pozzo (tutto normalissimo in un’isola deserta, direi).

Ma, arrivati a quel punto, i nostri furbi protagonisti scoprono l’inghippo e, finalmente, il romanzo si conclude.

Vorrei precisare che i colpevoli, Sammy e Creesjie, sono comunque riabilitati, nonostante le loro azioni abbiano causato – direttamente o indirettamente – la morte di una cinquantina di persone. Ma, siccome erano motivati da vendetta, ed erano persone bbbbbuone, allora tutto è perdonato. Benissimo.

Su goodreads leggo recensioni entusiastiche sui personaggi. Sui PERSONAGGI? Ma dove, che sono tagliati con un’accetta smussata?

Altri lodano addirittura la rappresentazione accurata delle “donne nel periodo descritto” nonostante lo stesso autore neghi qualsiasi pretesa di storicità sui comportamenti e il linguaggio dei suoi personaggi. Anche perché, mi chiedo, quale donna avrebbe avuto le libertà concesse alle donne che si aggirano praticamente indisturbate su una nave piena di marinai? Boh.

E ora, le domande che mi affliggono nel profondo: ma tutta la sotto-trama della Follia, esattamente, a che serve? Dove porta? A cosa conduce? La figlia di Sara e Jan, Lia, che utilità ha? La sua presenza ha un qualche impatto sulla trama? Risposta: no. E allora togliamola, che è un personaggio in più che non serve a nulla se non a perpetuare degli stereotipi sulle donne e sugli strong female characters.

Mi fermo qui perché non vorrei diventare più logorroica ancora.

In conclusione: se vi è piaciuto Le sette morti di Evelyn vi piacerà anche questo; se, al contrario, il primo romanzo non vi ha convinti, allora anche questo non vi convincerà.

Come sempre un plauso alle copertine Neri Pozza che mi fregano sempre: questa è decisamente più bella dell’originale e coerente con la trama del romanzo (quindi sì, amici editori, è possibile fare una copertina che sia legata alla trama!!).

Aggiornamento dell’ultimo minuto: ho scoperto che esiste un gioco di carte ispirato al romanzo!!!!! Niente, sono esaltata. Non so se sia una sorta di Cluedo, ma suona figo! (ah, no. Ho letto, e no, non è Cluedo, ma sembra una figata lo stesso!).

Il diavolo e l'acqua scura
Fonte e ulteriori informazioni sul sito Giochi Uniti: Il Diavolo e l’Acqua Scura | Giochi Uniti

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