Ultime letture del 2020 (ultime ma non ultimissime)

Come si può evincere dal titolo dell’articolo, queste sono le ultime letture del 2020 (ce ne sarebbero molte altre, ma verranno pubblicate a scaglioni, prima o poi).

Anticipo subito che, se come letture non sono state forse entusiasmanti, i titoli che trovate qui sotto hanno in comune un particolare: un’ECCEZIONALE cura grafica e delle copertine splendide, una più bella dell’altra.

Sotto cielo rossi. Diario di una millenial cinese di Karoline Kan (Bollati Boringhieri 2020, 297 pagine)

Questa autobiografia mi ispirava tantissimo perché la protagonista ha pochissimi mesi di differenza da me, eppure la sua vita e le sue esperienze sono diametralmente opposte dalle mie. E questo mi incuriosisce sempre.

Devo dire la verità: i primi capitoli mi hanno conquistata, ma ben presto la lettura è andata assai a rilento, anche perché ultimamente ho letto solo romanzi molto molto leggeri, oppure pensati per un pubblico giovanissimo e quindi qualsiasi lettura un pochino più impegnata mi stanca presto.

Karoline, il nome americanizzato dell’autrice, viene alla luce pochi mesi prima della strage di piazza Tienanmen (primavera 1989) , ma non ne sentirà parlare fino alla maggiore età (tuttora in Cina ogni notizia riguardante quell’evento è oscurata su internet).

Nasce secondogenita in una famiglia contadina, quando ancora esiste la legge del figlio unico. Il fratello maggiore è un maschio, eppure la madre è disposta a pagare una tassa salatissima pur di avere un altro bambino. La sua infanzia in povertà rimane invariata anche quando si trasferisce in città; la legge cinese infatti prevede una severa ripartizione dei luoghi e della classe sociale: un povero contadino trasferitosi in città sarà sempre sottoposto a tassazioni speciali che ne impediscono, di fatto, la scalata sociale, relegandolo ai margini della città. La famiglia di Karoline non è poverissima, ma neanche ricca; la sua educazione è a rischio, e potrebbe fare la fine della sua amica: a 18 anni è rimasta incinta, si è sposata e ora fa turni di lavoro massacrante come operaia in una fabbrica.

Eppure Karoline è appassionata e diligente e riesce a continuare l’università, fino a raggiungere il lavoro dei sogni: giornalista.

La storia è interessante, ma qualcosa mi ha trattenuto dall’appassionarmi completamente alla vita di Karoline e provare una reale empatia per lei o chiunque altro.

È interessante perché la storia parte nel 1989 e segue la vita di Karoline, ma torniamo anche indietro nel tempo, a curiosare la biografia della nonna e della mamma dell’autrice (ed infatti il titolo originale è Under red skies. Three Generations of Life, Loss, and Hope in China). Mostra bene le contraddizioni di un paese in profondo cambiamento (la legge sul figlio unico è stata abrogata solo nel 2015), ma anche le repressioni e le tradizioni che ancora schiacciano una larga fetta di popolazione.

Ottima la copertina curata dalla Bollati Boringhieri, molto più accattivante dell’originale (dove, non si capisce bene perché, ci sono due ragazzi visti da dietro su una bicicletta, di una tristezza disarmante).

Ragazzo divora universo di Trent Dalton (Harper Collins 2020, 548 pagine)

Ragazzo divora universo

Su questo titolo ho sentimenti contrastanti e ambivalenti: da un lato mi è piaciuto, sono riuscita a terminarlo (e, considerando che nell’ultimo periodo ho letto solo romanzi leggeri leggeri è un risultatone), eppure mi ha lasciato un qualcosa di…nah.

La storia ruota attorno alla difficile infanzia di Eli e August Bell. Cresciuti negli anni ’80 in un Australia ben lontana dalle spiagge paradisiache, i due ragazzi vivono con una madre e un patrigno ex tossicodipendenti che sopravvivono spacciando. Ma, nel mondo della droga, ogni sgarro è mortale, e le conseguenze ricadono sui due.

Come detto la storia è, se non originale, ben orchestrata nella prima parte. L’ultima parte mi è parsa parecchia frettolosa e forse troppo affastellata di eventi.

Alcuni elementi un po’ troppo cliché e il finale all’acqua di rose non mi hanno convinto del tutto, sebbene la consideri una valida lettura. Per dire, io l’ho terminato in soli due giorni e mi ha intrattenuto. Però, secondo me, manca qualcosa per renderla una storia memorabile: c’è un bambino intelligente col fratello che non parla (mutismo selettivo); ci sono eventi traumatici nell’infanzia (a bizzeffe); c’è il sogno di diventare giornalista di cronaca nera; c’è persino l’amico del protagonista che è un ex galeotto…eppure sembra che l’autore ad un certo punto decida di sorvolare sul realismo e atterrare nella morbida rete del quasi fiabesco, dove tutto si risolve sempre al meglio.

Un plauso agli editori per la copertina eccezionale!

La quattordicesima lettera di Claire Evans (Neri Pozza 2020, 448 pagine)

Siamo nella Londra di fine Ottocento: la storia parte con un uomo nudo che accoltella la fidanzata di un ricco ereditiere. Involontariamente, ad indagare sulla storia si riuniranno 3 persone diversissime: l’agente Harry, odiato in commissariato perché ha accusato dei suoi colleghi; il timido William Lamb, praticante presso uno studio legale e la misteriosa ed esotica Savannah. Ovviamente l’omicidio è compiuto da un pazzo, come tutti gli indizi fanno pensare; no-no-no-no: sotto sotto c’è un intrigo plurisecolare.

Anche su questo titolo esprimo un’opinione simile al precedente: è carino, scorrevole ma nulla di più. Se si tenta di analizzare la trama…no. Non fatelo, perché se no c’è da buttare via tutto. Lo consiglio solo come una lettura leggera leggera leggera e scorrevole: ma che nessuno provi a trovare un senso o anche solo una vaga logica in tutto quello che accade nel romanzo. I personaggi sono…vabbè, dimenticabilissimi e creati con l’accetta: nessuna sfumatura né caratterizzazione psicologica che valga, colpi di scena degni di Beautiful con madri che ritrovano figli creduti morti…tutto assurdo, ma resta una lettura ok. Scorrevolissima.

Ci sono i buoni, quelli che, anche se torturati per ore intere NON tradiranno persone appena conosciute; e ci sono i cattivi, che seppur abbiano avuto come guida spirituale Gandhi, rimangono marci nell’anima, compiendo azioni scellerate ad oltranza, spesso senza alcuna logica (ma sono kattivi, e devono fare i kattivi).

Purtroppo poi il vago tentativo di dare uno spessore e un passato ai personaggi si scontra con la volontà di inserire una marea di eventi: si susseguono affastellandosi ad ogni capitolo azioni e colpi di scena e molti retroscena dei protagonisti vengono solo accennati invece di essere approfonditi come meriterebbero.

Di Harry noi sappiamo che è odiato dai colleghi e pure dal figlio (per una storia strappalacrime); di William Lamb sappiamo che è giovane (circa, 23 anni non è proprio un pischello) e che gli manca il pollice in una mano (fatto di cui onestamente fino all’ultimo non capivo l’importanza…e che pure alla fine per me rimane un po’ boh) e Savannah. Savannah è nativa americana, con una cicatrice che le deturpa il viso. Siamo a Londra, fine Ottocento. Quante donne di colore esistevano in giro? E quante con una cicatrice vistosa? Eppure Savannah viene utilizzata come palo da guardia: si mette nel parco e deve controllare, senza farsi scorgere, un palazzo. Già questa premessa mi pare ridicola: ma come fa a non saltare all’occhio??? Boh. Poi, povera, il suo personaggio è il più sacrificato e quello che compie un sacco di azioni assolutamente insensate (e sì che lei vorrebbe solo avere i soldi per tornare in America). Eppure continua a mettersi in situazioni rischiose, apparentemente ignara della propria sicurezza. Io odio questi personaggi che risultano forzatamente buoni. Tutti gli altri hanno interessi personali in gioco, perché lei deve rischiare la vita per persone che conosce a malapena? Che senso ha?

Di nuovo, io me lo sono letto tutto nel giro di un paio di giorni, e, seppur nell’incredulità più totale della storia, mi sono rilassata. Poi la Neri Pozza crea delle copertine a dir poco splendide, e questa non fa eccezione.

L’ombra di Caterina di Marina Marazza (Solferino 2020, 432 pagine)

Copertina

Io ho sempre dubbi sul romanzo storico. Perchè, il più delle volte, si rivela un romanzo d’amore ambientato in un secolo diverso. Non ho nulla contro i romanzi d’amore, anzi, pure io ne ho letti e ne leggo tanti, ma se mi vuoi presentare un’ambientazione storica, la storia d’amore può essere un elemento, non certo il focus. Questo libro l’ho iniziato perché sulla copertina si parla di un romanzo sulla madre di Leonardo da Vinci. Sulla madre. E io mi ero sinceramente entusiasmata perché il ruolo delle madri è poco esplorato: ma più in generale le vite delle donne che hanno supportato e sopportato i “grandi” del passato è avvolto dall’oscurità. L’idea mi aveva intrippata tantissimo: leggere e scoprire qualcosa di più sulla madre di Leonardo! E, ma qui ammetto che è colpa mia, avevo ingenuamente pensato che il focus del romanzo fosse la relazione madre-figlio. Perché in copertina mi dici che è la madre del genio, io subito ho immaginato un’analisi della relazione tra i due. Errore mio, chiaro. Le aspettative quindi, altamente centrate su questo legame affettivo, si sono dissolte rapidissimamente. La storia racconta una versione mooooolto romanzata dei fatti, anche perché di Caterina si sa poco o nulla.

L’ho trovato zeppo di scene che invitano al pietismo.

Già dall’incontro tra Caterina e il padre di Leonardo scopro che ho sbagliato alla grande a prendere in mano il libro. Caterina è la classica protagonista cliché dei romanzi storici: una donna controcorrente, avanti rispetto al suo tempo, con anacronisticissime idee contemporanee su amore/matrimonio/ruolo sociale della donna. La storia vede Caterina come una delle ragazze più belle del paese che rifiuta sdegnosamente le avances amorose di un tale claudicante perché ferito in guerra. Sì, Caterina è una personcina per bene, infatti schifa il pretendente unicamente perché storpio (anche se suddetto pretendente si rivelerà il miglior essere umano mai esistito sul pianeta).

Mentre è nel bosco da sola incontra Piero da Vinci, con cui l’autrice ci vuol far credere esista una passione improvvisa e infuocata. Caterina, in un mondo in cui la castità è un valore assoluto, decide una sera, dopo aver appena incontrato un tizio mai visto, di farci all’ammmmore (perché sì, è amore vero). Dopo pochi mesi rimane incinta (un fattore non da poco per una ragazza non sposata ai tempi) e capisce che la sua idea illusoria di amore è mal riposta: Piero infatti si deve sposare con un ricco partito fiorentino. E, in più le viene chiesto (ordinato) di cedere Leonardo, il nascituro, alla cura della famiglia Vinci.

Tutto il resto della storia è noia, con lei che sposa il povero storpio, diventa benestante e bon. Leonardo ricompare da adulto, quando Caterina si presenta al suo studio a fare la domestica (qui la cosa non è ben chiara).

Ora, per quanto possa capire la fascinazione di un amore vero, giovanile, da cui è nato un genio, è altamente probabile che Leonardo sia nato da uno stupro. Ed è anche evidente dalla descrizione proposta dall’autrice stessa: ci sono un signorotto ricco e onnipotente & una povera fanciulla.

In un bosco.

Di notte.

Da soli.

Ok la fiamma della passione improvvisa, ok l’ammmmore tra giovini, ma è più probabile che il non- tanto-buon Piero sia stato un violentatore, forte del suo genere e del suo status sociale.

Il romanzo non si distingue in nulla da moltissimi prodotti simili, né riesce a far venir fuori dalle sue pagine dei personaggi a tutto tondo, dotati di personalità o, nel caso di Caterina di realismo: le donne dell’epoca erano succubi e soccombenti agli eventi.

Il ruolo di madre è secondario, se ne parla in termini solo vaghi e accennati, senza riflettere e considerare il trauma di una giovane donna che, a breve, si ritrova incinta e costretta a far crescere il proprio figlio ad altri.

E qui urge precisazione storica: su Caterina non si niente.

Si presume, si ipotizza, si immagina, nulla di più. Di certezze ce ne sono poche: a 16 anni partorì Leonardo da Vinci; non si sa se Piero e Cate ebbero una relazione, se Piero la stuprò, addirittura è stata avanzata l’idea che Caterina fosse una schiava araba (ma quest’ipotesi è stata confutata da più studiosi). Leonardo visse i primi anni nella casa dei Vinci, allevato da uno zio e ben separato dai figli “legittimi” del padre. Caterina viene fatta sposare – d’altronde il matrimonio riparatore è esistito fino a qualche decennio fa – e bon. Fine delle certezze. Il vuoto. Cate sembra comparire di nuovo nel 1493 sulla soglia di Leonardo, di cui si occupa come una specie di domestica, fino alla morte, l’anno seguente. Ribadisco il sembra. Anche qui, sono illazioni. Perché  Leonardo ha annotato ogni spesa e il funerale di Caterina sembra troppo dispendioso per una semplice domestica: forse quella donna è la madre?

Forse.

Forse, come tutto il resto della sua vita, avvolta dal mistero.

Capisco dunque che i dati a disposizione siano pochini per ricreare un ritratto e una biografia completa. Ma siamo realisti: Piero ha 25 anni, Caterina 16. Lei è di umili origini, vive in una famiglia senza madre e padre e con forte bisogno di soldi. Lui è un ricco viziato che possiede praticamente tutto in quel lembo di terra. Amore? Non so, se vogliamo essere molto molto molto ottimisti.

Anche il matrimonio con un uomo “buono” e rispettoso, come descritto nel romanzo, sembra improbabile: il marito di Caterina, tale Antonio di Pietro Buti del Vacca, era noto come Attaccabrighe: un nomen omen, che non fa pensare proprio al meglio per la tranquillità della buona Cate.

Però, come si può intuire, è stata colpa mia che mi aspettavo di leggere una storia diversa. Tutto qui. Anche qui, splendida copertina.

Ringrazio il romanzo perché mi ha permesso di conoscere la figura di Caterina, o anche solo la sua esistenza (perché chi pensa mai alle madri dei “geni”?). Secondo me anche la trama di copertina inganna un po’, perché di fatto di Leonardo non sentiamo parlare praticamente mai, se non come figura estremamente marginale nella vita di Cate.

Morti ma senza esagerare di Fabio Bartolomei (Edizioni e/o, 2020, 112 pagine)

Primo capitolo della Quadrilogia della famiglia.

Un racconto lungo molto tenero su una tematica immensa: la perdita delle persone amate. In particolar modo dei genitori della protagonista, Vera, che riesce a riaverli sotto forma di “fantasmi” molto corporei, grazie a cui riesce ad elaborare il lutto.

La brevità del romanzo garantisce una storia che non vuole essere troppo seria o impegnata, ma che comunque riesce a donare una profondità alla vicenda. E infatti mi sono commossa.

Devo andare a recuperare tutta la sue opere precedenti perché riesce sempre a sorprendermi su tematiche anche importanti con uno stile grazioso ma non frivolo. E mi fa stare un po’ meglio con me stessa.

L’imbustatorie. Il doppio di ABEditore

Dovete sapere che questo piccolo e semisconosciuto editore crea delle copertine splendide. Eccezionali. Credo siano le più belle del panorama editoriale italiano. Sono delle piccole chicche. In questo caso il progetto è quello di presentare storielle “imbustate” per l’appunto, molto brevi. Ora, come si può notare dalla foto altamente artistica (questo è il massimo della mia capacità artistica compositiva), si tratta di 4 fogli diversi: su 3 di essi sono presenti delle brevi storie e sul quarto c’è una poesia di Thomas Bailey Aldrich (mai sentito) da un lato, e dall’altro l’inizio del Don Chisciotte.

Secondo me si potevano trovare anche altre storielle sul tema “doppio”, ma va bene. Come sempre con questa CE la grafica è qualcosa di bellissimo. Sul contenuto…non so, cioè non avevo nessuna aspettativa, e diciamo che comunque la sua figurona la fa il pacchettino: appena aperto, si trovano 4 fogli splendidamente illustrati, di un soffice color marroncino chiaro, quasi come pergamena invecchiata, molto retrò e curato. Io dall’ABEditore mi aspetto tanto in futuro. Soprattutto, spero che riesca a portare nuovi autori mantenendo la cura grafica splendida.

[Dei loro piccoli capolavori estetici avevo parlato anche qui, con L’avvelenatrice, e qui, con L’altra metà delle fiabe].

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