Morte di una sirena di Thomas Rydhal e A. J. Kazinski

Editore: Neri Pozza

Anno di pubblicazione: 2020

Pagine: 448

Copenaghen, 1834. Anna lavora in una zona della città dove le botti d’acquavite prendono fuoco per strada, i panettieri vendono pretzel infilati sui bastoni, i marinai ballano tra di loro e i mendicanti e i ladri si aggirano senza sosta. Per provvedere alla Piccola Marie, la figlia di sei anni, riceve fino a tarda ora uomini ubriachi ed eccitati che non le chiedono nemmeno il nome, le strappano i vestiti di dosso e la prendono. Una sera viene condotta a forza in una casa elegante e, davanti a una grande porta spalancata sul mare, qualcuno pone fine alla sua giovane vita. Il suo corpo viene ritrovato nell’immondezzaio della città, il canale dove si raccolgono tutti i rifiuti di Copenaghen. Un corpo bellissimo con gli occhi chiusi, ma con i capelli che, come quelli di una sirena, scintillano di conchiglie. «L’uomo dei ritagli»… l’assassino non può essere che lui. Molly, la sorella minore di Anna, ne è sicura: soltanto un dissoluto può recarsi nell’appartamento di una prostituta e starsene tutto il tempo su una panca a contemplarla e a realizzare ritagli di carta che le somigliano. Ne è convinto anche il questore: il responsabile dell’infelice decesso non può essere che lo scrittorucolo con la passione per carta e forbici, l’uomo che è stato visto uscire per ultimo dall’appartamento della vittima. «L’uomo dei ritagli» si chiama Hans Christian Andersen ed è o, meglio, vorrebbe essere uno scrittore; tutti i tentativi per diventarlo sono però miseramente falliti, stroncati senza esitazione dai critici. Non fosse per la protezione dell’influente signor Collin, che lo ha spedito in collegio, ha pagato la retta e lo ha introdotto nel bel mondo, sarebbe immediatamente incriminato di omicidio e condotto nelle patrie galere per essere poi punito con tutto il peso della giustizia. Il questore lo vedrebbe volentieri decapitato e sulla ruota, ma, dato il peso dei Collin in città e persino sulla corona, deve scacciare per il momento la visione e offrire ad Andersen un’ultima chance: tre giorni, soltanto tre giorni per trovare altri colpevoli. Se non salteranno fuori, Hans Christian Andersen si trasformerà da scrittore povero in canna in assassino.

No. Grosso NO. Siccome di questo romanzo non consiglio né la lettura né l’acquisto, farò spoileroni di tutta la trama, anche del finale.

In breve la storia dovrebbe essere un thriller che vede come investigatore Andersen, celebre autore di fiabe erroneamente ritenute per bambini che hanno in comune una sola cosa: la TRAGEDIA. Ebbene sì, amic*, le fiabe di Andersen finiscono tutte male, con gente che muore come se non ci fosse un domani.

Chris era così, gli piacevano i finali tristi. E, dato che li amo anche io, rispetto totale per l’autore.

Andersen ebbe una vita non proprio allegra e sicuramente adombrata da insicurezze, paure, ansie e chi più ne ha, più ne metta.

La prima domanda riguarda il titolo italiano (non so quello originale), cioè “Morte di una sirena”. Peccato che di sirene non ci sia traccia nel romanzo. Ma capisco la trovata geniale di associare sirena-Andersen, dato che La sirenetta è la sua fiaba più famosa. Dal punto di vista del marketing una trovata azzeccata, dal punto di vista della trama no.

Ora, a me la storia puzzava di cagata già dal riassunto proposto. Quindi no, non avevo aspettative, eppure sì, il romanzo ha fatto più schifus del previsto.

Io capisco che mettere un personaggio storico famoso come protagonista sia una mossa vincente perché, ce lo hanno dimostrato innumerevoli “casi editoriali” del passato, funziona e fa presa sul pubblico. Per dire, se domani annunciassero un giallo con Napoleone nel ruolo di antenato di Poirot, correrei a leggerlo.

Capisco l’attrattiva.

Però. Però bisogna anche creare una storia che non faccia acqua da tutte le parti, e magari caratterizzare i personaggi, almeno un pochettino.

Ora, devo essere onesta: i primi tre terzi del romanzo sono noiosetti e mostrano l’incapacità degli autori di creare colpi di scena e personaggi incalzanti e avvincenti. Ma va bene, non è un dramma. Quello che però mi ha fatto incazzare oltre misura è il finale, che si è trasformato in qualcosa di non solo assurdo ma pure offensivo. E, siccome sono kattiva e spietata, spoilererò tuttissimo. Quindi, se avete intenzione di leggere il romanzo, ad un certo punto troverete l’avvertimento Spoiler!: è il momento di abbandonare la lettura.

Riassuntone: Andersen è un cliente di una prostituta, Anna, e quando quest’ultima viene ritrovata morta con orrende deturpazioni sul corpo, viene accusato di essere l’assassino. Ovviamente non è stato Andersen (che ve lo dico a fare), ma c’è un super malvagio alla base di tutto. Saranno Andersen e la sorella della vittima, Molly, ad improvvisarsi investigatori per assicurare il colpevole alla giustizia.

Già da questa trama, il romanzo grida “CAGATAAAAA”, ma siccome la copertina è splendida e io sono un’allocca facilmente suscettibile a qualsiasi trovata di marketing, ecco che me lo sono letto.

Ora, doverosa premessa, che ci viene fornita dagli autori ad INIZIO volume: Andersen scrisse per tutta la sua vita un diario in cui annotava con precisione quasi maniacale gli scarsi eventi delle sue giornate, con tanto di elenchi precisi di spese e pranzi. Insomma, il diario più noioso del mondo (no, scherzo, ci sono anche riflessioni, schizzi e dettagli dei suoi viaggi all’estero). C’è solo un periodo di cui non si è trovata traccia: circa un anno, dal 1934 al 1935. E gli autori proprio in questo lasso di tempo concentrano l’avventura.

Si inizia con Andersen che frequenta una prostituta, Anna, con cui non ha una vera e propria relazione: lei gli mostra solo i seni, lui ne fa degli schizzi sul suo quaderno e bon. Tutti felici. Non so se questa parte sia vera, cioè se Andersen effettivamente andasse in giro a pagare prostitute per ritrarle; sicuramente l’autore aveva con il sesso rapporto unico: per sua stessa scelta rifiutò di avere relazioni sessuali nel corso della sua vita.

Comunque, Andersen va via dalla prostituta, arriva un nuovo cliente che le offre un sacco di soldi per andare in un’altra location, Anna accetta e poi viene uccisa.

Fin dalle prime pagine si dà avvio ad un fastidiosissimo pietismo e sentimentalismo che ricorrerà per tutta l’opera, ammorbandola alla grande. Anna è madre di una bambina, Marie, e spera, con l’aiuto della sorella Molly di crearsi un futuro migliore, abbandonando per sempre la vita di strada per poter offrire alla figlia un destino diverso.

Anna muore, e male. Scopriamo fin da subito che è la msiteriosa Madam Krieger (a volte lo abbrevierò in Madam K) ad averla uccisa, anche se le sue motivazioni restano oscure.

Ok.

Qualche giorno dopo viene ripescato il corpo di Anna nel canale di Copenaghen alla presenza della sorella della defunta. E, guarda un po’ i casi, pure Andersen passeggia proprio lì vicino. Viene riconosciuto da Molly come il cliente un po’ strano e accusato di essere l’assassino.

Prima grande domanda: ma Copenaghen è così piccola, che tutti i protagonisti di questa storia continuano ad imbattersi casualmente tra di loro? Succederà più volte nel corso del romanzo: personaggi legati agli omicidi si incontrano sempre fortuitamente mentre passeggiano per i fatti loro. Un tizio sta andando a prendere il pane? BAM, incontra l’assassin* (ovviamente ignorando chi sia). Un’altra sta annaffiando i fiori al parco? BAM, spunta il testimone fondamentale che, senza alcuna logica, rivela tutto quello che ha visto. Ora, questi sono esempi buttati alla piripicchio, ma vi assicuro che succedono di quelle coincidenze che neanche in un Harmony.

Torniamo alla storia: Andersen viene prontamente condannato e buttato in prigione. Siccome ha protezioni alte, riesce ad uscire, ma a questo punto vuole scoprire il vero colpevole per non essere più sospettato. Cosa fa? Va dalla sorella della vittima, Molly, per chiedere aiuto. Ricordo a tutti che Molly è stata quella che lo ha accusato di essere l’assassino, facendolo arrestare. Ma, vedendo Andersen e sentendo la sua storia, Molly ha un change of heart, e gli crede. Perché “sembra sincero”. OOOOOOOOOOOK. Ma non è tutto: decidono di indagare insieme! Evvai, la coppia di storditi di investigatori dilettanti è formata, al via con la caccia!

Già dai primi capitoli noi sappiamo che la colpevole è una certa Madam Krieger, che ha commesso l’imperdonabile leggerezza di lasciare nella camera di Anna il foulard con le sue iniziali!!!!! Questo la sconvolge moltissimo, tanto che decide di tornare sulla scena del crimine per tentare di recuperarlo (per inciso tale foulard poteva tranquillamente stare nella camera di Anna e nessuno si sarebbe fatto troppe domande). Viene subito sgamata dal duo di investigatori più babbei dell’universo (la palma d’oro spetta sicuramente ad Andersen).

Detto questo, i due cominciano a seguire delle scie che, guarda un po’ te i casi, li aiutano e li portano sempre dalle persone giuste! Esempione: Andersen è in prigione e come vicino di cella, ha un matto che si rivelerà un testimone dell’assassinio!

Ma tu guarda le coincidenze!

Long story short: scoprono ben presto che Anna non è l’unica ragazza morta; un’altra ha subito lo stesso destino. E qui bisogna precisare che sia Anna sia l’altra vittima sono state trovate con tagli e ferite. In particolare alle due sono stati tagliati e poi riattaccati i seni. Roba che manco Jack lo Squartatore nei momenti di pausa avrebbe pensato di fare.

Da qui in avanti spoiler!

Le indagini di Molly e Andersen li portano ben presto niente popo’ di meno che alla CORTE di Danimarca! Ebbene sì, l’uccisione di due donne di umili origini è in qualche modo collegato alla crème de la crème della nobiltà danese. I due devono assolutamente entrare nel castello reale, e quindi Molly si fa assumere come cameriera. Ruba le carte ad un’altra povera aspirante cameriera, che aveva le referenze giuste, e si fa assumere sotto copertura nel castello. Questo escamotage mi ha fatto alzare talmente tanto le sopracciglia che mancava poco uscissero dal cranio. Molly, una donna di strada analfabeta, riesce a farsi assumere come cameriera. E mica sguattera dei cessi, nononono. Lei riesce persino a pulire le camere della principessa! Ed è pure cameriera nelle feste più in del castello. Tutto sensato, mi sembra. [Tra l’altro sono rimasta a chiedermi che fine avesse fatto la poveretta a cui erano state rubate le referenze ed era stata gabolata].

Fuori dal castello intanto Andersen dimostra le capacità di segugio e logica di un ubriaco al bar quando gli viene chiesto di ripetere la tabellina del 3.

Ma, devo dire, a parte la mancanza di logica e la convenienza di tutto quello che accade (ogni incontro li porta più vicini al colpevole), fin qui il romanzo è – per me – nient’altro che noioso e banale.

D’ora in avanti si va in un terreno delicato quindi mi scuso fin d’ora se utilizzerò i pronomi sbagliati, ma nel libro viene fatto ed è quello su cui si basa il grande colpo di scena.

Sul finale mi sono incazzata davvero. Viene fuori che Madam K in realtà è un uomo, anzi una persona trans. Madam K è un ufficiale della marina, innamorata dal principe ereditiere Federico qualcosa (non so se sia Federico VII, onestamente la monarchia danese è piena di Federichi).

Federico qualcosa era, secondo il romanzo, uno sciupafemmine. Al momento del racconto è invaghito di una vestitrice della principessa, che è la terza vittima di Madam K. Ma no, non è un gesto di pura gelosia nei confronti di una “rivale” in amore. NO-NO-NO-NO. Madam K. vorrebbe essere una donna. Ma siamo a inizio Ottocento e il cambio di sesso ancora non è un’opzione praticabile. Dunque decide, nell’ordine, di eseguire queste azioni:

  • Seguire un corso universitario di un rinomato chirurgo dell’epoca, che faceva esperimenti sugli animali che oggi rientrerebbero sotto la voce “tortura”;
  • Decidere che, se il chirurgo è capace di tagliare la zampa di un gatto e poi ricucirgliela, allora sarà sicuramente in grado di fare esperimenti simili sugli umani: nello specifico installare nuovi seni e un nuovo utero;
  • Chiedere gentilmente al chirurgo di eseguire tale operazione sulla sorella, rimasta sterile e con il petto sfigurato;
  • Prendersi una rispostaccia dal chirurgo, e non, badate bene, perché l’esperimento suona come una cazzata, ma perché “è contrario al volere di Dio”;
  • Decidere di rapire il figlio del noto chirurgo per assicurarsi i suoi servigi;
  • Confessare che in realtà il chirurgo dovrà operare LEI stessa, non la sorella, perché è nata nel corpo sbagliato e vuole avere utero e seni;
  • Fare prove su alcune donne per vedere se l’esperimento funziona;
  • Rapire la donna con cui il principe ha una relazione (perché il principe amava i suoi seni, dunque rubarli avrebbe assicurato a Madam K. l’amore del principe. Logico, no?).

Ricapitolando: siccome Madam K. è nata con una disforia di genere, pensa che la cosa migliore da fare per conquistare l’uomo – anzi il principe – dei suoi sogni, sia quella di uccidere la sua amante, tagliarle i seni e l’utero (?) e poi innestarli su se stessa.

Ovviamente il principe quando la vede nella sua nuova mise, nonostante i seni della vestititrice, si ritira schifatissimo, e non si può dargli torto considerando che Madam K. si è appena fatta un innesto alternativo di carne ormai putrescente e sta sanguinando copiosamente. Un po’ come quando da piccoli tentavamo di replicare i lavori di Art Attack, descritti falsamente da Moccia come “facilissimi!” e poi trovarci dei grumi schifosi, buoni solo per il cestino.

Madam K. è folle, tenta di uccidersi e uccidere anche il principe ma alla fine muore – male – solo lei.

Ma solo a me ‘sto cumulo di cazzate sembra uno schiaffo in faccia ad ogni singolo membro della comunità trans? Ma solo a me ha dato fastidio il pressapochismo, la superficialità, l’imbarazzante semplificazione della rappresentazione trans?

Amici autori, amici editori, mi rivolgo a voi con un appello sincero: quando, in tutta la storia dell’umanità, si è sentita una storia simile? Risposta: MAI. E sapete perché, amici? Perché le persone trans non vogliono prendere il posto di qualcuno e trasformarsi in un’altra persona. Vogliono essere se stesse, nel genere in cui sentono di appartenere.

Questa rappresentazione miope e svilente di una persona trans è oltremodo offensiva e lesiva della dignità dell’intera comunità. Ribadisco, MAI, MAI, MAI nella storia umana una persona trans ha pensato: “ah, ok, sai cosa posso fare per stare meglio con me stess*? Accoppo un paio di persone e mi appiccico i loro organi sessuali. Così sì che avrò raggiunto l’obbiettivo di stare bene con me stess*!”.

Io sono ancora scioccata. Posso scusare la banalità della storia e l’incapacità di creare un’avventura e dei personaggi avvincenti; posso perdonare la mirabolante serie di coincidenze che consente ai due inetti a trovare indizi; posso perdonare gli strafalcioni storici, il sessismo e gli slogan femministi lanciati a cazzo di cane qua e là.

Ma non posso perdonare la rappresentazione stereotipata e offensiva di un personaggio che appartiene ad una minoranza che, nella storia, ha subito e continua a subire pesanti attacchi e ingiustzie, che portano ad un’emarginazione ancora più straniante i membri di sopracitata comunità.

E poi. Questo è un appunto che non riesco a togliermi dalla testa: ma è sempre esistita nei thriller la fissazione per le prostitute morte? È una cosa che noto solo io? Perché è un clichè che ritorna con inquietante ricorrenza nei gialli: di solito sono le prime a morire, o comunque le indagini partono da prostitute morte male. Ma perché? Ma perché non possono essere calzolai, contadini, apprendisti, sarti a schiattare male? No, sempre prostitute. Un retaggio del patriarcato, suppongo.

Ed infine, siccome Andersen non aveva fatto abbastanza schifo durante tutta l’indagine, si decide di farlo apparire ancora più merda sul finale: dopo aver giurato che si sarebbe preso cura di Molly e della piccola Marie, le trascura completamente. Molly muore di polmonite (mi pare, non ricordo bene); Marie invece muore congelata al freddo, mentre tenta di vendere lo zolfo in cubetti con cui la madre e la zia speravano di rifarsi un futuro. Insomma, Marie diventa la piccola fiammiferaia. E bon, abbiamo iniziato con la Sirenetta, abbiamo finito con la Fiammiferaia e nel mezzo ci abbiamo buttato robbba.

Sconsigliatissimissimo.

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