Il ballo delle pazze di Victoria Mas

Editore: e/o

Anno di pubblicazione: 2021

Pagine: 192

Parigi, 1885. A fine Ottocento l’ospedale della Salpêtrière è né più né meno che un manicomio femminile. Certo, le internate non sono più tenute in catene come nel Seicento, vengono chiamate “isteriche” e curate con l’ipnosi dall’illustre dottor Charcot, ma sono comunque strettamente sorvegliate, tagliate fuori da ogni contatto con l’esterno e sottoposte a esperimenti azzardati e impietosi. Alla Salpêtrière si entra e non si esce. In realtà buona parte delle cosiddette alienate sono donne scomode, rifiutate, che le loro famiglie abbandonano in ospedale per sbarazzarsene. Alla Salpêtrière si incontrano: Louise, adolescente figlia del popolo, finita lì in seguito a terribili vicissitudini che hanno sconvolto la sua giovane vita; Eugénie, signorina di buona famiglia allontanata dai suoi perché troppo bizzarra e anticonformista; Geneviève, la capoinfermiera rigida e severa, convinta della superiorità della scienza su tutto. E poi c’è Thérèse, la decana delle internate, molto più saggia che pazza, una specie di madre per le più giovani. Benché molto diverse, tutte hanno chiara una cosa: la loro sorte è stata decisa dagli uomini, dallo strapotere che gli uomini hanno sulle donne. A sconvolgere e trasformare la loro vita sarà il “ballo delle pazze”, ossia il ballo mascherato che si tiene ogni anno alla Salpêtrière e a cui viene invitata la crème di Parigi. In quell’occasione, mascherarsi farà cadere le maschere…

L’infermiera Geneviève lavora da anni all’ospedale più famoso della capitale francese, che si occupa di gestire le donne ‘alienate’, di solito abbandonate dalla società e rinchiuse da mariti/figli o genitori che non le vogliono più. Diverse pazienti si muovono per la struttura, come Louise, sedicenne procace, rinchiusa da qualche anno nell’istituto dopo essere stata stuprata dallo zio; ora è innamoratissima di un infermiere che chiaramente si approfitta di lei. Oppure Thérèse, ex prostituta, condannata perché ha cercato di uccidere il suo pappone, che nell’Ospedale ha trovato una nuova casa; l’ultima arrivata, Eugénie, scaricata dalla famiglia benestante perché vede i morti… Geneviève ha un segreto lei stessa: continua a scrivere lettere alla sorella morta da decenni. Tutte queste vite si intrecciano nel mezzo dell’organizzazione del Ballo delle Folli, un evento annuale attesissimo in cui per una volta l’ospedale apre le sue porte.

Ci saranno spoiler sparsi qua e là.

Il romanzo era stato salutato come un capolavoro, con recensioni entusiastiche da ogni dove. In più viene pubblicato dalla casa editrice e/o, che a me piace e di solito pubblica lavori coi controfiocchi.

Eppure…il romanzo è carino, sì, e scorrevole (io l’ho letto nel giro di un paio d’ore, complice il dolce far niente e la brevità).

Però rimane poco.

Non ci ho trovato nulla di memorabile o eccezionale. Prima di tutto i personaggi tendono ad essere bidimensionali, divisi tra buoni e cattivi, ma senza analisi approfondite.

Geneviève non ha nessun tratto caratterizzante, se non quello di avere una sorella morta. Louise è innocente e ingenua, ingiustamente rinchiusa; Eugénie è la classica ricca rampolla dal cuore d’oro, il cui padre malvagio non vede l’ora di liberarsi di lei; Thérèse è una donna forzata alla prostituzione dall’uomo che amava; quando ha scoperto che lui la tradiva, ha cercato di buttarlo nella Senna. Per questo è finita nel manicomio, dove si trova bene; anzi, quando un dottore le dice che è guarita e potrà uscire preferisce tagliarsi le vene per restare dentro, dove si sente a casa.

C’è una visione decisamente buonista dei manicomi di fine XIX secolo.

Quasi tutte le donne sono rinchiuse lì anche se sono sane: sono state stuprate o semplicemente non hanno rispettato i dettami sociali o famigliari.

È vero, è tutto giusto, ma l’idea che il manicomio per alcune possa essere una seconda casa secondo me è irrealistica. Sul tema dei manicomi femminili ritorna anche Sarah Waters, in Ladra: il periodo è lo stesso, e, sebbene ambientata in Inghilterra, anche lì la protagonista si ritrovava improvvisamente a vivere dentro un manicomio. Ma in quel romanzo il manicomio era descritto come un posto degli orrori, come diverse fonti confermano. I casi sono due: o i manicomi inglesi erano dei postacci orrendi, mentre i francesi erano molto più evoluti dal punto di vista medico/umano, oppure l’autrice è convinta che i manicomi fossero posti tranquilli.

Tenta di presentare un luogo che, tutto sommato, non è malaccio. Quasi una sorta di ‘rifugio’ delle donne.

E così non è mai stato. Anche perché qualsiasi persona sana di mente ma rinchiusa per lungo tempo in un luogo confinato, sottoposta a pratiche mediche che oggi definiamo barbariche, avrebbe perso la lucidità.

Non mi è piaciuta neanche la svolta spiritualistica, che toglie ancor di più credibilità ad una storia già di per sé traballante.

Interessanti i richiami a personaggi storici, ma in queste poche pagine sono più macchiette che altro.

Lo sfondo della vicenda è l’ospedale del Salpêtrière , nel XIII arrondissement di Parigi: nato nel 1634 come deposito di polvere da sparo (salpêtre è il salnitro), nel 1656 Luigi XIV ne cambia la funzione, trasformandolo in un rifugio per i mendicanti e i vagabondi della città. L’anno dopo verrà aperto a tutti i poveri. Riceve molti finanziamenti da esponenti dell’aristocrazia dell’epoca e si amplia, ospitando un’ala esclusivamente femminile.

A fine Ottocento l’ospedale, che nonostante il nome fino a quel momento era stato piuttosto un rifugio e uno spazio dove accantonare tutte le persone sgradite alla società, si trasforma nuovamente grazie agli sforzi del medico Jean-Martin Charcot. Diventa il più importante centro di neurologia francese, specializzato nella cura tramite ipnosi. Dotato di impianti avanguardistici per il tempo – come i macchinari per l’elettroterapia, oftalmologia e ipnosi – diventa un centro di studi della neurologia. Intanto si sviluppa anche lo studio fotografico dei pazienti – o meglio delle alienate, come erano definite le donne rinchiuse.

Oggi la struttura è ancora operativa: dal 1964 è stata fusa insieme all’Ospedale della Pietà, trasformandosi nel complesso ospedaliero più grande della Francia, l’Hôpital universitaire la Pitié-Salpêtrière.

Fonte: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:La_Pitie-Salpetriere_under_snow_2013-03-12.jpg. Veduta dell’ospedale oggi.

Mi è dispiaciuto che la storia affascinante di questo luogo sia stata praticamente snobbata, se non con qualche vago richiamo sparso. Lo stesso dicasi per la figura di Charcot, che è un mero personaggio di contorno senza specifiche: non è kattivo, non è buono, non è niente.

Nel romanzo si cita Augustine Gleizes, una paziente affetta da ‘isteria’. Siccome sotto questo termine durante i secoli è rientrato ogni comportamento considerato sconveniente per le donne, mi limiterò a riassumere la vita di questa sventurata: da piccola venne mandata ad una scuola dove subì pesanti punizioni corporali e, a 13 anni, venne stuprata dall’amante della madre (ma secondo altre fonti non è l’amante ma il tenutario dell’appartamento). Forse in seguito ad un aborto spontaneo, a 14 venne rinchiusa nella Salpêtrière e studiata proprio da Charcot, che ne trasse anche delle fotografie, tanto che il suo nome è legato allo studio dell’isteria.

Augustine ad un certo punto rifiutò di essere fotografata – lei, la paziente più celebre e studiata dai luminari- e venne per questo rinchiusa in una cella solitaria.

Scappò dall’ospedale e non si ebbero più sue notizie (e già solo questo fatto va a cozzare con l’immagine patinata di ‘rifugio’ che descrive la Mas, con le pazienti che si trovano bene lì dentro).

Non so bene come riuscì a scappare, se ho letto bene negli archivi dell’Ospedale c’è scritto che si vestì da uomo, anche se le specifiche non sono chiare (si sa che aveva già tentato la fuga in precedenza). Insomma, il mio primo pensiero da pessimista cospirazionista è che sia stata fatta fuori male e poi si sia fatta spargere la voce che fosse scappata.

Image dans Infobox.
Augustine in posa. La povera crista finisce alla Salpetriere ad appena 14 anni, dopo essere stata stuprata. Fonte: Augustine Gleizes – Louise Augustine Gleizes — Wikipédia (wikipedia.org)

Un’altra celebre paziente fu Marie Blanche Wittman: poverissima, anche lei subì diversi stupri da giovanissima e finì all’ospedale appena diciottenne. Diagnosticata come isterica grave, venne seguita da Charcot. Alcune delle foto delle sue presunte crisi isteriche fanno pensare ad un’attrice sul palco, tant’è che i medici oggi sospettano che tutt’al più si possa parlare di crisi epilettiche. Venne dimessa ma, si sa, la sfiga non finisce mai. Inizia a lavorare come aiutante in un laboratorio di radiologia: gli effetti devastanti del radio portarono all’amputazione di entrambe le braccia. The end. Nel senso che muore poco dopo.

Marie Blanche Wittman, altra celebre paziente (anche lei studiata come una scimmia in gabbia). Fonte: Blanche_Wittman,_circa_1878.jpg (374×543) (wikimedia.org)

[Sulla sua storia Per Olev Enquist ha tratto Il libro di Blanche e Marie, edito da Iperborea. Nel romanzo Marie e Charcot hanno una love story; negli ultimi anni lei lavora a contatto con Marie Curie, da cui il titolo del romanzo].

Il libro di Blanche e Marie
L’immagine di copertina è un particolare della tela Una lezione clinica alla Salpêtrière (1887), di André Brouillet. Nel quadro si vedono Charcot, sulla sinistra, e Marie Wittman durante una seduta di ipnosi.

Altra figura che si intravede è quella del fotografo Albert Londe, specializzato nel ‘catturare’ i momenti di alienazione delle detenute.

Qui sotto vi lascio alcune immagini: a me sembrano solo foto fatte quando le tizie erano a occhi chiusi o in pose ridicole, ma vabbè. Londe inventò anche delle macchine fotografiche con più lenti, fino a 12, per catturare le fasi successive di un attacco epilettico/isterico (una sorta di filmino statico ante-litteram). È stato un pioniere dell’utilizzo della fotografia in ramo medico. Nel suo saggio più celebre, La photographie médicale : application aux sciences médicales et physiologiques, inserisce disegni sia delle macchine fotografiche che usava, sia dei pazienti, vivi e morti (in alcuni ritratti sembrano l’esorcista, tale è l’inarcatura innaturale dei corpi). In questo libro sono presenti le sue fotografie più celebri, di cui vi lascio un piccolo assaggio qua sotto; per il resto vi consiglio caldamente di sfogliare la sua opera, presente in formato digitale e accessibile al pubblico qui: La photographie médicale : application aux sciences médicales et physiologiques : Londe, Albert, 1858-1917, author : Free Download, Borrow, and Streaming : Internet Archive (il link porta direttamente ad una delle pagine con le fotografie di ‘alienate’).

Non sono riuscita a trovare informazioni sull’evento clou del romanzo, cioè il ballo. Non ho idea se davvero aprissero le porte del manicomio per una serata all’anno (nel romanzo d’altronde questo evento è solo uno sfondo, non abbiamo descrizioni precise o dettagliate). O meglio, so che esisteva un evento speciale a Carnevale, di solito a fine febbraio, che potrebbe essere lo stesso. Di questo evento tra l’altro continua a comparire un’unica illustrazione in tutti i siti che guardo.

Ora mi fermo perché se no diventa una tesi di laurea.

In conclusione: sono contenta perché il romanzo mi ha concesso di conoscere la storia della Salpêtrière, e la storia della neurologia (la sua nascita).

Però il romanzo in sé è dimenticabile e, anzi, tende ad appiattire molto il materiale storico per confezionare una storia improbabile e poco realistica.

So che stanno realizzando un film tratto da questo libro, di cui ancora non si sa molto. L’unica certezza è che il ruolo di Louise, che è piuttosto importante nella versione cartacea, sembra sparito. Acquista invece maggior importanza Eugénie (quella che vede i morti per intenderci), che tra l’altro è un personaggio che secondo me non ha alcuna verve, nessuna personalità…è proprio un mero mezzo che consente a Geneviève di chiudere il suo percorso.

Qui lascio alcune fonti per chi volesse qualche informazione in più:

  • Sulla storia della Salpêtrière wuesto articolo molto completo (in francese): HSMx1997x031x002x0163.pdf (parisdescartes.fr)
  • Un articolo conciso sulla storia dell’ospedale in italiano: Il Salpêtrière ai tempi di Charcot – Il Sole che RideIl Sole che Ride
  • Su Albert Londe, un breve testo in francese:  Albert Londe ( londe_albert). Vi consiglio di darci un’occhiata, anche senza leggerlo, perché ci sono delle foto d’epoca. In particolare in uno scatto si vede il dottor Charcot che visita una paziente. O almeno questo ci dice la didascalia. Nell’immagine vediamo una donna esile, seduta su un lettino, con il busto scoperto. Ha il viso leggermente chino, ed è ripresa di spalle. Non scorgiamo il suo volto; il dottore afferra saldamente – sembra stringere con forza – il suo polso. Ogni muscolo della donna è contratto all’inverosimile: mano, braccio, spalle, persino i muscoli del collo sembrano voler saltar fuori dalla pelle, tanto sono in tensione. L’immagine non dà l’idea di un momento di rilassamento. Voglio essere ottimista e pensare che dipenda dalla presunta malattia (ci viene detto che è artropatia tabetica della spalla”. Online leggo che di solito succede al ginocchio, ma non voglio entrare nel dettaglio. Se qualcuno è esperto in anatomia e malattie del sistema muscolo-scheletrico faccia sapere dettagli).

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