Alabama di Alessandro Barbero

Editore: Sellerio

Anno di pubblicazione: 2021

Pagine: 272

L’America profonda, bianca, povera, razzista, che il mondo ha visto balenare nell’assalto al parlamento di Washington, viene rappresentata, in questo romanzo, nei suoi anni, per così dire, di formazione. Lo storico Alessandro Barbero torna indietro nel tempo per riportare alla luce un episodio atroce e simbolico, attraverso la voce di un vecchio uomo dell’Alabama. Guerra di secessione americana. Un reduce, sudista, uno sconfitto dalla vita e dalla guerra. La studentessa di un college lo stimola a ricordare. Lui non si lascia pregare, ma divaga, tergiversa, non arriva al punto, e senza volerlo accresce la curiosità sull’episodio di sangue perché preferisce riportare, nel linguaggio figurato del suo ambiente, le premesse nelle esistenze della gente che l’hanno reso possibile e lo spiegano.

Alabama

Inaspettatamente il romanzo mi è piaciuto. Dico inaspettatamente perché a me, in generale, Barbero scrittore di saggistica non mi fa impazzire. L’ho già scritto per la biografia su Dante: secondo me come narratore è eccezionale; come scrittore meh.

A me annoia il suo stile saggistico. Quindi non sapevo che aspettarmi da un suo romanzo storico, genere che per Barbero non è una novità. Per me invece è il primo romanzo dell’autore che leggo.

Anche la storia scelta di discosta dagli interessi del professore: laureato in Storia medievale, nella maggioranza dei casi parla – se non proprio di Medioevo – per lo meno di storia italiana. In questo caso ci spostiamo invece negli USA durante la guerra di Secessione. O meglio, la storia si dipana su due piani temporali: il racconto delle gesta compiute dai confederati durante la guerra, e il presente della narratrice/ascoltatrice, nel mezzo della seconda guerra mondiale.

Rimane invariato l’interesse per la storia militare, che detta così mi fa molto ridere perché vuol dire tutto e vuol dire niente: cioè studiare solo la storia militare è impossibile, perché le guerre sono eventi sociali e culturali radicati nel momento in cui accadono. Quindi per studiare le battaglie, gli armamenti, le tattiche belliche, la divisione dell’esercito è necessario studiare anche il periodo nel quale esse hanno luogo. La battaglia delle Termopili e quella di Qadesh, o la battaglia di Canne e quella di Waterloo sono tutte decisive per la storia europea (di solito si dice mondiale nei manuali, ma solo perché siamo europocentrici), ma sono profondamente diverse. Mi ricordo ancora quando all’università rimasi scioccata nello scoprire che, di fatto, ancora non si hanno certezze sul “come” combattessero i greci. Cioè, andavano tutti all’attacco con le lance? Formavano squadroni o coorti come i romani? Andavano alla piripicchio correndo come forsennati verso la morte certa come gli spartani in 300? È un mystero. Ok, interrompo la deriva e torno al romanzo.

Mi è piaciuta tantissimo la scelta stilistica e narrativa: il vecchietto che ricorda le sue memorie si perde nelle storie del passato, con periodi lunghi, a volte infiniti, una punteggiatura scarna, frasi che si arzigogolano su se stesse, intrecciandosi ad altre, perdendo spesso il filo del discorso.

Insomma un tentativo di narrazione del racconto orale realistico.

Consiglio caldamente di leggere l’intero romanzo nel giro di poche ore o pochi giorni, per seguire il flusso di coscienza dell’anziano narratore.

Capisco però i molti lettori che hanno trovato faticoso seguire il racconto: richiede certamente un po’ di attenzione ai dettagli, il non perdersi mai, insomma non è un romanzo da leggere prima di addormentarsi, perché si rischia di perdere facilmente il filo del discorso.

Come detto questo stile a me è piaciuto moltissimo e mi ha convinto (mi ha anche ricordato un pochino i lunghi periodi senza punteggiatura di Saramago).

Ho apprezzato la scelta di un narratore anziano, ultra novantacinquenne, che ricorda i tempi passati, in qualche modo esaltandoli come solo gli anziani sanno fare (mi ha ricordato mio nonno, che spesso comincia le frasi con “Quando viaggiavo, a Napoli c’era questo ristorante buonissimo…” da notare che mio nonno è in pensione dagli anni ’80. E che Napoli può essere sostituita con una qualsiasi altra città).

Ma il vecchio protagonista (Dick Stanton) è un poveraccio, quello che oggi in America si definirebbe white trash: con pochissimi mezzi, poca cultura, tanta violenza. Lui non descrive il mondo quasi fatato dei grandi possidenti terrieri di Via col vento, ma tutta una sottocategoria di proprietari terrieri di piccoli poderi, che si arrabattavano per portare un pasto in tavola, e che in guerra si preoccupano più per le razioni di cibo che per gli ideali propagandati dai sudisti. E mi è piaciuto anche il fatto che il romanzo diventa quasi un racconto corale, perché spesso intere pagine sono dedicate e personaggi di contorno, che rubano la scena a Dick, diventando di fatto co-protagonisti o protagonisti assoluti.

Ho trovato un bel po’ di foto sulla guerra civile nel catalogo degli archivi nazionale: per intendersi il protagonista farebbe parte di uno della marmaglia accatastata tutta insieme, non uno dei due ufficiali in alto. In realtà la battaglia al centro del romanzo è quella di Chacellorsville, vinta dai Confederati (oddio, vinta è un parolone, diciamo che morirono in quantità minore rispetto agli Unionisti). In the trenches before Petersburg, Va., 1865 (archives.gov)
Battaglia di Chancellorsville (maggio 1863). Scene-at-Chancellorsville-during-the-battle-May-1st-1863-drawn-by-Alfred-Waud1.jpg (2500×831) (dotcw.com)

Mi è piaciuta l’idea di mostrare un’interlocutrice, giovane, studentessa, colta, che comunque mantiene forti pregiudizi razziali a distanza di 70 anni dall’evento, e anche se è lì espressamente per ricostruire uno dei tanti episodi di razzismo particolarmente violento accaduto negli stati sudisti.

Come detto, secondo me funziona bene.

Se devi citare gli aspetti che non mi hanno convinto (e siccome sono kattiva li cito), inserirei la mancanza di un vero e proprio finale, così come di un punto focale dell’opera, che viene accennato ma a cui poi non viene dato sufficiente spazio o importanza.

Già la trama di copertina ci rivela che l’ascoltatrice senza nome è lì perché vuole sapere di un fatto specifico accaduto durante la guerra, un reato che oggi sarebbe perseguibile come eccidio a sfondo razziale. Eppure questo fatto, citato più volte e anticipato largamente, non ha poi modo di svilupparsi o di essere esplorato nel dettaglio. Ed è un peccato, perché è il perno del racconto – o meglio una scusa per il racconto, ma è dove si punta l’attenzione del lettore – e avrebbe meritato anche più pathos.

Mi è mancata anche la nota finale dell’autore, quella in cui ci dice cosa è vero e cosa no. Nel senso che, trattandosi di una storia abbastanza specifica, sono propensa a credere che Barbero si sia basato su un episodio (o una serie di testimonianze) realmente accadute.

Ma le note sono roba per lettori pignoli e che hanno tanto tempo libero (vedi i vantaggi di essere disoccupati?).

Ah, vi lascio anche il podcast in cui Alessandro Barbero presenta il suo volume con Marco Malvaldi: #130 Alabama (Ed. Sellerio, 2021) | Il Podcast di Alessandro Barbero (barberopodcast.it)

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