Piccole letture (senza amici) di luglio/agosto

Siccome non ero abbastanza in arretrato con le recensioni (io dovrei parlare ancora di letture fatte a febbraio. E nel 2020), eccomi con un sacco di libricini letti nei mesi scorsi. Sono tanti titoli perché si tratta – nella stragrande maggioranza – di romanzi brevi e corti, di solito leggibili nell’arco di due ore, e io sono ero sempre disoccupée, quindi il tempo non mi manca(va).

Ho scelto quest’immagine perché ho letto quasi tutti i libri della piletta a sinistra della ragazza: https://www.picamemag.com/la-raccolta-delle-piu-belle-illustrazioni-sui-libri-capitolo-7/

Siccome la Sfiga, al contrario della Fortuna, ha dieci decimi senza bisogno degli occhiali, a luglio mi si è rotto l’e-reader (avevo la custodia, ma sono riuscita comunque a distruggere lo schermo). Quindi un po’ dei romanzi che erano a metà o inizio sono rimasti lì, in attesa del nuovo lettore. Comunque, a luglio ho letto TANTO. E grazie alla pippa, non facendo una cippa, almeno leggo. Ad agosto non ho fatto una cippa, ma ho letto un po’ di meno (e mangiato un sacco di più).

Il mese scorso, mentre ero in vacanza nella nullafacenza più totale, ho fortissimamente sperato in un qualche grado di parentela con Bill Gates, giusto per avere un’eredità di cui disporre possibilmente nell’immediato per non dover cercare altri lavori a settembre. Giuro, Bill, mi basterebbe un milione e non ti fracasserei le palle per il resto della tua vita .

[Ma chi prendo in giro, ovvio che fracasserei ancora, sarei capace di spendere tutto in pochi anni tra viaggi extra lusso e case al mare. Ok, una sola, ma avete visto i prezzi? Ah, il dramma di noi povey è che sogniamo in grande.]

Partiamo!

Agatha Raisin e l’albero delle streghe di M. C. Beaton (Astoria 2021, 272 pagine)

Millecentosettantesimo romanzo della serie, ormai li leggo come comfort books. Come avevo già scritto altrove (qui), la saga non brilla per originalità: ci sono un sacco di morti ammazzati e Agatha Rasin riesce a risolvere il mistero. Nonostante in questo romanzo abbia 53 anni (credo li abbia da ormai 20 libri), e nonostante alcune situazioni tendano ad essere ripetitive ed assurde, a me rilassa, quindi va bene.

L’unico appunto che muovo è l’introduzione di una sottotrama che riguarda uno stupro. Non necessario, non utile, buttato lì, con dei risvolti psicologici agghiaccianti. Era proprio da eliminare completamente.

Un uomo a pezzi di Francesco Muzzopappa (Fazi 2020, 142 pagine)

Insieme di racconti autobiografici. Non conoscevo l’autore, ma è entrato nella mia lista Da Recuperare!

Mi ha fatto ridere un sacco, in alcuni punti mi sono dovuta trattenere dallo scoppiare a ridere per non sembrare completamente pazza. Alcuni racconti sono particolarmente esilaranti, altri sono meno incisivi, ma in generale qualche commento sparso qua e là mi ha fatto sbellicare. Ogni tanto una lettura così è una manna dal cielo. Non vedo l’ora di leggere altre opere dello stesso autore.

Polvere. Il caso Marta Russo di Chiara Lalli e Cecilia Sala (Mondadori 2021, 180 pagine)

Di questo saggio avrei voluto parlare più diffusamente in un post dedicato. E non perché il volume sia particolarmente eccezionale, ma la storia che racconta lo è. Anzi, a onor del vero, io l’ho letto esclusivamente perché qualche mese fa ho ascoltato l’omonimo podcast, prodotto dalla Edmons. Un podcast pazzesco, eccezionale, straordinario, realizzato e scritto benissimo. E che tratta di una storia vera: l’omicidio di Marta Russo, studentessa universitaria a Roma Tre, nel 1997. E io di questa vicenda non sapevo nulla!!!  È assolutamente da recuperare, è fantastico (non la storia in sé, che è drammatica, ma il metodo e l’indagine delle due autrici). Personalmente ho preferito il podcast, che in 8 puntate riesce ad entrare nei dettagli, a presentare le voci e le testimonianze originali…una piccola perla.

Le balene mangiano da sole di Rosario Pellecchia (Feltrinelli 2021, 272 pagine)

Il protagonista, Gennaro, ha 23 anni e sta studiando all’università da una vita. Ma ha scoperto che ama essere un rider, quelli che consegnano il cibo a domicilio. Durante una di queste consegne incontra Luca, un dodicenne che condivide con lui la passione per il calcio e per il Napoli.

Molto carino, una lettura tenerella ideale per l’estate.

La storia, come forse si intuisce, non è particolarmente originale ma è molto spigliata, scorrevole ed intrattiene. Tra l’altro è anche breve, quindi nel giro di un paio d’ore si finisce. Lascia una sensazione di pace e relax.

Piccolo appunto: ma qualcuno sa dirmi che il colore giallo nelle copertine Feltrinelli indica una specie di sotto-collana di libri a tema leggero e easy-peasy, o comunque relax? Perché ho notato che un sacco di romanzi Feltrinelli con una trama tenerina hanno la copertina gialla. È un caso? No, impossibile, non così tanti. Questo è un caso per Adam Kadmon, sicuramente c’è sotto qualche Mistero.

Persone normali di Sally Rooney (Einaudi 2019, 248 pagine)

Mi è piaciuto molto più del precedente, Parlarne tra amici.

I due protagonisti, Connell e Marianne, si incontrano al liceo, dove instaurano un rapporto semi-segreto. Connell è popolare e molto estroverso, Marianne è percepita come strana e sfigata. Ma, nonostante questo, i due intrecciano una relazione che, evidentemente, li rende felici. Ma, temendo il giudizio degli altri, Connell allontana Marianne.

I due si reincontrano all’università, e stavolta pare che i ruoli siano invertiti: è Marianne ora ad essere popolare e Connell ad essere quello un po’ escluso.

E, di nuovo, i due intrecciano una relazione. Ma sembra che non riescano mai ad ammettere i propri sentimenti, né all’altro, né, soprattutto, a se stessi.

E finiscono per allontanarsi nuovamente.

Scritta così pare la solita cagata romance basic, ma l’autrice sa scrivere bene e quello che emerge è la prepotente solitudine dei due protagonisti, insieme alla difficoltà di parlare dei propri sentimenti o anche solo riconoscerli.

Poi devo essere onesta: l’ho letto un mese fa, ma non ricordo il finale.

Cosa che comunque non cambia nulla, perché l’apprezzamento per la storia, e per la sua evoluzione, resta intatto.

Connell e Marianne emergono fino a diventare delle persone, ragazzi che magari ci ricordano noi stessi o qualche compagno di liceo o di università.

Io sopra non l’ho scritto, ma è presente la questione di classe sociale, però già il riassunto sembrava un Harmony e se mettevo pure che lei è ricca e lui povero, qualcuno si sarebbe fatto l’idea della duchessa e dello stalliere intenti a copulare di fianco alla balla di fieno.

No, a parte scherzi, è presente una questione classista che però rientra nella costruzione dei personaggi ed effettivamente influisce sulla percezione che Connell ha di se stesso.

L’unico punto che non mi ha convinto – che si poteva eliminare, almeno per me – è l’aspetto della violenza domestica a cui è sottoposta Marianne. Il padre è una figura totalmente assente, e la madre è apatica. Il fratello la picchia spesso, sotto gli occhi indifferenti della madre.

Purtroppo la risoluzione di questa bomba famigliare è banalizzata: Marianne chiama Connell, lui arriva e minaccia il fratello di ammazzarlo di botte.

Questa sottotrama l’avrei volentieri skippata, perché è solo vagamente accennata, e, sì, da un lato permette di capire come mai Marianne si svaluti e nelle relazioni (sentimentali e non solo) in cui è coinvolta sceglie di farsi trattar male, dall’altro ho trovato quest’idea dell’abuso e del come uscirne troppo semplificati (deve intervenire necessariamente un altro uomo per difendere Marianne da un uomo violento).

P.s. piccolo appunto: a me le copertine Einaudi dei romanzi di questa autrice non piacciono per nulla.

Il mistero di Agatha Christie di Marie Benedict (Piemme 2021, 287 pagine)

Banale e per nulla originale. Il romanzo vorrebbe presentare sotto una nuova luce un avvenimento curioso nella vita della giallista: nel dicembre del 1926 la Christie scompare. La sua sparizione diventa di pubblico dominio, e i giornali di gossip macinano congetture su congetture, tra cui l’omicidio. Ma la scrittrice viene trovata sana e salva dopo dieci giorni in un hotel, in cui si era registrata con il nome dell’amante del marito.

Insomma la storia è pura ciccia per gli amanti dei fatti altrui – come me! – ma il racconto procede in maniera prevedibile e banale.

Uno dei titoli sobri dei giornali scandalistici d’epoca.http://www.thinkingsidewayspodcast.com/wp-content/uploads/2015/09/Agatha-Christie.jpg

Da un lato si dà per scontato che il lettore conosca bene la bibliografia della Christie (ad un certo punto viene rivelato il/la colpevole di uno dei gialli più originali e belli, L’assassinio di Roger Acroyd), dall’altro si cerca di creare una suspense che però, per chi conosce già la vicenda, non decolla mai.

Perché durante la scomparsa la polizia indaga sul marito, Archibald Christie, come principale sospettato, e i diari di Agatha, quelli che ripercorrono la loro storia dal primo incontro, lo mettono in una luce molto sfavorevole.

Salvo che, all’ultimo, COLPO DI SCENA. [da qui, c’è spoiler sul finale]

Il romanzo si trasforma in una specie di L’amore bugiardo. E sì, lo ammetto, questo ultimo colpo è inaspettato ed ha parzialmente rialzato il punteggio, ma non abbastanza per salvarlo.

È una storia meh, e lo stile narrativo piatto non aiuta.

Caro Evan Hansen di Val Emmich (Sperling & Kupfer 2019, 304 pagine)

Romanzo tratto dall’omonimo musical che a breve arriverà anche in sala. Omamma. Che dire. Ok, parto dall’aspetto che il romanzo ignora, cioè che il protagonista è una merda epocale.

Ma andiamo con ordine: Evan Hansen è in cura da uno psicologo a causa della social anxiety di cui soffre. Come compito, il dottore gli chiede di scrivere una lettera a se stesso ogni giorno in cui parla delle cose positive che potrebbero succedere durante la giornata (o una lettera di motivazione a se stesso, non ricordo).

Ma una di queste lettere, che inizia con “Caro Evan Hansen”, viene rubata da un compagno di scuola, Connor, che il giorno dopo si suicida.

I genitori di Connor trovano la lettera rubata indirizzata ad Evan e pensano che i due siano grandi amici. A questo punto Evan, invece di fare la persona perbene, mette su una farsa colossale in cui racconta di essere stato amico di Connor.

Si impegna proprio, creando false e-mail e false memorie, ricordi inventati di Connor, conversazioni ed interessi in comune.

Nel romanzo ci viene fatto capire che in fondo il suo gesto, per quanto stupido, ha portato del bene e della serenità alla famiglia di Connor, in lutto. Tant’è che la famiglia, alla fine, decide di non rivelare nulla delle sue bugie a scuola o alla comunità di cui fa parte.

Ma la verità è che Evan è una cacca di piccione…ma quale persona inventa delle palle su un tizio suicida pur di non scontentare la famiglia? E non voglio nemmeno entrare nel dettaglio che in realtà il motivo che lo spinge a mentire a tutti all’inizio è che gli piace la sorella di Connor. Ma che razza di persona è?

Perché ci viene presentato quasi come una sorta di ‘buono’, le cui azioni hanno aiutato la famiglia ad accettare e superare il lutto? Lui ha INVENTATO di sana pianta interi ricordi di Connor, e poi li ha presentati ai genitori e alla sorella per farli sentire meglio. E questi poveretti, distrutti dalla perdita e dalla difficoltà che avevano avuto col figlio/fratello, sono felici e contenti di sentire un Connor diverso, un Connor con ideali, valori ed emozioni autentiche…peccato che di autentico non ci sia mezza mazza: è tutto frutto di Evan. Doppio colpo per i famigliari: la perdita di un figlio, e, dopo, anche di un’immagine falsata di quel figlio.

[Come sempre negli YA io mi identifico nei genitori, essendo anziana dentro].

Evan è un bastardo.

So che l’obiettivo era molto ambizioso e lodevole, cioè parlare della prevenzione del suicidio tra i giovani, ancora oggi una piaga enorme.

Però secondo me il romanzo fallisce alla grande.

Evan non subisce nessuna ripercussione per le menzogne che racconta e per il travaglio emotivo a cui sottopone i genitori e la sorella di Connor.

Lo stesso motivo per cui Connor si suicida è quasi banalizzato, e il fatto che Connor stesso, sotto forma di fantasma, racconti qualche capitolo, mi ha sorpreso (le sue parti sono le più belle…ma il doppio punto di vista è troppo sbilanciato in favore di Evan per avere un senso. O si scrive tutto dal POV di Evan o da quello di Connor. L’altra soluzione possibile è fare 50-50. Così invece è 85% Evan e 15% Connor. Troppo squilibrato per creare un’armonia nella narrazione).

Il motivo che spinge Connor al suicidio è ipersemplificato e, di nuovo, alcuni personaggi coinvolti, presentati come vittime innocenti, di fatto detengono una certa responsabilità nel dramma accaduto a Connor. Come con Evan, che si arroga il diritto di dare una voce ad un ragazzo suicida, anche Miguel è una merda umana (non farò ulteriori spoiler).

Mi spiace, perché come lettura è anche scorrevole e si intravede chiaramente l’obiettivo dell’autore, ma non basta.

Come anticipato, dal musical è stato tratto un film con protagonista Ben Platt, che ha interpretato Evan nella versione broadwayana.

Peccato che sembri uno dei personaggi di Dawson Creek, cioè dimostri tra i 10 e i 15 anni in più del protagonista. Allora, capiamoci, succede spesso ad Hollywood, e finché l’attore sembra un tantinello più giovane, lo accetto (penso a Tom Holland in Spiderman).

Ma Ben Platt dimostra tutti i suoi 27 anni. Soprattutto in alcune inquadrature da vicino si nota tantissimo l’età, credo anche per alcune infelici scelte di make up (in qualche inquadratura ha uno strato di cerone tale da competere con Moira Orfei).

Tutto il cast è invecchiato rispetto ai 17 anni che dovrebbero avere: attrici e attori hanno, come media, 25 anni. L’attore che interpreta Connor ha 26 anni, Ben Platt ne ha 27, il miglior amico di Evan ne ha 27…si vede. SI VEDE. È come vagare tra i banchi dei Cesaroni (vi ricordate il trash di quella serie?), con ‘liceali’ che sfoggiavano accenni di barba e vocioni che da far invidia a Babbo Natale.

Lascio comunque il trailer (per mostrarvi il cerone, ma anche perché le canzoni sembrano davvero belle).

Ovviamente le letture non si esauriscono qui, ma ne parlerò in un altro articolo. Prima o poi (conoscendomi arriverà a Natale).

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