Come iniziare l’anno in bruttezza: Il mistero della finocchiona a pedali di Dario Cecchini e Alessandro Mauro Rossi

Editore: Giunti

Anno di pubblicazione: 2021

Pagine: 228

Il mistero della finocchiona a pedali

Riassuntone: un ciclista viene trovato ammazzato nei pressi di Panzano. Ad indagare c’è il maresciallo Sarra, aiutato dal giornalista Alessandro e – inspiegabilmente a parer mio – pure dal macellaio del paese, Dario. Ben presto i delitti aumentano, nella ridente cittadina di Panzano (e questo fa capire che l’odio per i ciclisti, in Italia, non ha fazioni politiche né regionali).

Mamma mia. Mamma mia.

Una trovata commerciale e pubblicitaria di dubbio gusto, con risultati scadenti.

Gli autori sono due: Dario Cecchini e Alessandro Mauro Rossi.

Già dalla copertina ci viene specificato che Dario Cecchini è proprio quel Dario, della celebre macelleria Cecchini. E io ho il vuoto più totale. Che è ‘sta celebre macelleria? Donde si colloca? Perché è famosa?

Tutti i dubbi vengono risolti all’interno del romanzo/elegia.

Perché il romanzo non è altro che una pubblicità lunga 228 pagine della suddetta macelleria, nonché del suo proprietario.

Sapete quando i poeti nella Roma imperiale cercavano di aggraziarsi gli imperatori declamando le loro lodi? Leccando il loro fondoschiena a più non posso? Ecco, questo romanzo fa la stessa cosa con il signor Cecchini e la sua macelleria.

Ora, sia chiaro, io non conoscevo né la macelleria, né il proprietario, quindi non ho niente contro di lui. E, anzi, è normale trovare inserimenti pubblicitari nei prodotti editoriali (ne parla questo bellissimo saggio).

Però.

C’è modo e modo. E qui il modo che si sceglie è rozzo.

Ragazzi, ‘sta cappero di macelleria compare praticamente in ogni capitolo, spesso corredata da lodi sperticate sulla bontà delle sue carni e sulla bontà d’animo del suo proprietario.

Purtroppo compare a caso: la macelleria e il signor Dario non sono importanti nella trama. Capirei se i morti avvenissero in macelleria (ma forse come pubblicità sarebbe un tantinello macabra). Capirei se i morti fossero clienti abituali. Capirei se i morti fossero dipendenti (entrambe opzioni effettivamente poco lungimiranti sul piano pubblicitario).

Ma la macelleria non c’azzecca niente. È lì. Potrebbe essere sostituita da un negozio che vende lacci di scarpe in lana d’alpaca, non cambierebbe nulla.

Siccome è stato fatto il paragone con il BarLume, spiego la differenza: al bar ci va tanta gente, anche solo per un cafferino veloce al mattino. In macelleria, spiace dirlo, non è che alle 8 del mattino hai 15 clienti che ti chiedono un hamburger ben cotto per cominciare la giornata.

Mi sarebbe anche andata bene la macelleria come luogo di ritrovo, se comparisse senza essere invadente o di troppo. Ma tutte le volte che si cita la macelleria, ecco che partono i plausi. Roba che le Egloghe di Virgilio sono roba sobria.

[Per i fortunatissimi che si sono evitati Virgilio e la letteratura latina: le Egoghe sono una serie di componimenti in cui, tra le tante cose, Virgilio fa il Nostradamus de’ Roma e, in una profezia, parla di una persona che verrà a salvare l’Italia. La sto mettendo giù brutale, Virgi ovviamente è aulico e altisonante. Beh, insomma molti hanno identificato come “salvatore” Augusto, proprio quello che ‘pagava’ Virgi! (ah, no, ops, non lo pagava. Era il suo ‘mecenate’. Come Silvio con Mediaset e RETE 4 insomma).

Ma tu guarda le coincidenze: il salvatore è proprio quello che ti paga!

Ps. per correttezza l’identificazione della figura mitologica è ancora oggetto di dibattito: tutti possono proporre un nome, è il bello delle profezie. Per dire, i cristiani più fantasiosi hanno pensato che Virgi parlasse di Gesù.

Guarda, Virgi, noi stiamo ancora qui ad aspettarla, la persona che salverà l’Italia].

Torniamo al romanzo: siamo arrivati all’inutilità della macelleria ai fini della trama.

Non aiutano le sviolinate che caratterizzano ogni singola descrizione della macelleria e del proprietario; ad un certo punto dei clienti americani sono lì per mangiare: questa scena non ha alcuna funzione ai fini della narrazione, se non quella di informarci che Dario è amico di Sting.

Giuro, serve solo a questo.

MA CHISSENEFREGA, io sto leggendo un giallo, a meno che l’assassino non ascolti Sting mentre uccide le sue vittime in preda ad un raptus, cosa cambia che il signor Cecchini sia amico del cantante???!?!?

Questo è il primo punto che mi ha fatto storcere il naso: la costante e fastidiosa pubblicità alla macelleria. Va bene citarla, va bene se vuoi anche lodarla, ma ad un certo punto è troppo. La costante ed incessante autocelebrazione diventa fastidiosa e crea, per assurdo, l’effetto opposto: mentre ad inizio libro ero onestamente intrigata e incuriosita sulla macelleria, a fine romanzo non ne potevo più, non volevo più sentirla nominare.

E passiamo all’altro grande problema del romanzo: il sessismo. Un sessismo che temo non sia frutto di una deliberata scelta degli autori: piuttosto, mi è parso che nessuno si sia reso conto di scrivere delle robe sessiste.

Sono piccoli dettagli, sparsi qua e là nel romanzo, che non avrebbero proprio dovuto esserci.

Si va dalla ex ballerina (ma ovviamente anche ex prostituta) che è diventata contessa, e ha scialacquato i soldi del marito e al momento si diverte tra le lenzuola con un giovinotto, alla

“signora che chiamano Activia […] perché da quanto è brutta fa cacare”.

E, ci viene spiegato poche righe dopo, la signora è pure zoccola (gentile definizione del romanzo).

In entrambi questi casi -la vecchia arpia e Activia – non si parla di informazioni chiave per la risoluzione del caso: che la sex worker sia chiamata, molto cavallerescamente, Activia, non ha alcuna utilità ai fini della trama.

Lo stesso dicasi per la contessa che ricalca l’ideale della vecchiarda mangiauomini (e quindi, automaticamente, ridicola) e delle sue origini umili, o della relazione col giovinetto.

Sono battute messe lì per far ridere. Non hanno un’altra, più recondita, funzione.

Amici autori, siamo forse rimasti ai cinepanettoni di inizio anni 2000?

Basta poco per non fare la figura di misogini e maschilisti.

Ma la mia riflessione si spinge sempre più in là: in casa editrice nessuno ha notato il sessismo che grondano certi commenti? Involontario, sia chiaro, ma non giustificabile.

Come nella seguente frase, dove si parla della composizione eterogenea dei Cinghialai di Panzano in Chianti:

“…cento persone di tutte le età, anche un paio di donne, e poi fuoristrada, camioncini, cani…”.

Avete notato?

“…cento persone di tutte le età, anche un paio di donne, e poi fuoristrada, camioncini, cani…”.

Ma se mi dici che ci sono persone di tutte le età, perché mi devi specificare che un paio sono donne? Persone è un sostantivo che comprende uomini & donne. Perché tocca specificarlo, come se fosse un’eccezione?

Lo so. Lo so che sono piccolezze. E mi rendo conto che a volte mi inalbero per cavolate. Ma sono piccole frasi come questa che mi fanno girare gli zebedei.

Nel romanzo le donne sono mere comparse, riassumibili in mogli o zoccole, null’altro. Non hanno voci in capitolo né risolvono alcunché: evidentemente nella magica cittadina di Panzano le donne non sono figure di rilievo in nessun campo.

L’unica donna che viene presentata in versione dantesca, semi angelicata, è Kim, la moglie di Dario Cecchini, di cui ci viene detto:

“È bella, gentile, conosce un sacco di lingue, sa usare il computer, ci sa fare con i clienti, sa sempre stare al suo posto…”.

E, di grazia, quale sarebbe il suo posto?

Autori, ma ce la facciamo? Ma che razza di complimento dovrebbe essere? Sa stare al suo posto? Dove? Come? Quale sarebbe il suo posto? Ma che è ‘sta donna, un portavaso, che dove lo metti sta?

Fermiamoci un attimo a riflettere: perché per le donne “saper stare al proprio posto” è un valore aggiunto, e per gli uomini no?

BOH.

Comunque, leggendo in giro, sono l’unica ad essermi posta il problema, sarò io ad essere troppo pignola.

Altre allocuzioni credo siano tipicamente toscane, e purtroppo non fanno ridere (ma ovviamente la colpa potrebbe essere mia, che sono bigotta inside). Quanto il maresciallo va a mangiare a Firenze, ecco il commento che ne segue:

“Il ristorante più erotico di Firenze, dove fanno le polpette al pelo di topa”.

Lasciamo stare che inizialmente avevo letto topo anziché topa, e la cosa mi aveva alquanto confuso. Ma…cosa vorrebbe dire?

L’unica spiegazione è che si tratti di un modo di dire, peccato che per chi non sia toscano ‘sta frase risulti incomprensibile.

E passiamo al problema della costruzione del romanzo: il giallo è inutilmente complicato e non lascia nessuna possibilità, al lettore, di risolverlo. Al povero lettore vengono sempre negati dei punti chiave, delle informazioni rilevanti senza i quali non può accedere alla risoluzione.

Aggiungiamo pure il fatto che le morti si moltiplichino con una disturbante frequenza, lasciando tutte le persone coinvolte fredde e indifferenti.

Un altro aspetto che non funziona nel giallo è la presenza degli autori, Dario e Alessandro, come personaggi del romanzo.

Ad un certo punto il maresciallo che indaga sospetta di Dario. Ma il lettore sa che è assurdo, quindi sa anche che questa accusa cadrà velocemente.

La narrazione procede stentata, con capitoli che alternano i punti di vista senza un particolare senso logico: Alessandro il giornalista, Dario il macellaio e il maresciallo si avvicendano nella narrazione ma senza un perché.

Io l’ho letto perché si enunciava una certa somiglianza con Marco Malvaldi; l’unica vicinanza che posso scorgere è l’ambientazione toscana e il genere del romanzo: i punti di contatto terminano lì.

5 Comments

    1. Sono stata abbastanza spietata nella recensione, magari poi il romanzo ad altri può piacere…io partivo con paragone con Malvaldi (che a me piace un mondo) e sono rimasta delusa. E ultimamente noto un sacco di dettagli che mi paiono sessisti, ma sono io che sono rognosa su questo aspetto. 😀

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