La sottile arte di fare schifo ai colloqui

Aaaah, che bello avere delle solide certezze nella vita: io, per esempio, so che se c’è un colloquio di lavoro nell’aria, farò skifus, roba che mi farà pentire di essermi pure presentata.

Come scrivo da tempo, sto tentando da secoli di fare un concorso per bibliotecaria. Cioè, non è un lavoro che richieda una laurea in ingegneria aerospaziale e in cui, al massimo, puoi scrostare un libro, senza mettere a repentaglio la vita di innocenti.

Insomma, un lavoretto tranquillo e relax.

E, siccome di libri e di biblioteche qualcosa so, continuo a dirmi che dovrei farcela. Che il prossimo colloquio non sarà poi così impossibile. E invece due paia di balotes ripiene. Quando mi presento ad un colloquio inizio a sudare come se fossi in una sauna con la tuta da sci, balbetto, non riesco più a parlare in italiano, le frasi vengono fuori come ad un robot con le batterie scariche “librzzzz – classificazionzzzz-eeeeeeeh”. Lo sguardo mi si annebbia e perdo cognizione del tempo.

E, in più, non riesco mai a valorizzarmi. È anche difficile farlo, considerando le mie scarsissime doti da “essere umano”, ma quando mi riascolto nella mia testa dopo la fine del colloquio mi prenderei a mazzate in testa da sola. Ma com’è che fino a ieri ascoltavo documentari sulla crisi del Fentanyl negli USA in inglese e oggi non mi ricordo come tradurre ciao? Ma com’è che fino a ieri sapevo discorrere in maniera articolata e appropriata di letteratura, disquisendo su pregi e difetti dell’evoluzione della lingua italiana, e oggi devo chiedere “cosa vuol dire gestione”?

Mi hanno posto poche domande a prova di scemo, e comunque ho dato il peggio di me. Non roba stile Indiana Jones, per cui tocca andare in un tempio pieno di svitellati che ti strappano il cuore e poi buttano i tuoi resti nelle fiamme.

Prova numero 1: cercare un libro su SBN. Ora, SBN è il Sistema Bibliotecario Nazionale, che io uso con una certa frequenza. Ma mannaggia a ‘sta cippa, mica ho detto niente durante il colloquio, chessò spiegare almeno che so di cosa si tratti e come funzioni! No, sono rimasta zitta a farmi la ricerchina, tanto che ad un certo punto l’esaminatore mi fa: “Se vuole dirci come sta procedendo…” Perché io come una cretinozza ero rimasta zitta e muta.

Avrei potuto fare la comparsa in A quiet place, anzi mo’ mando il curriculum per il terzo.

Mannaggia alla miseriaccia!

Per dire, senza nominare il blog invano, avrei potuto dire, en passant, che ho realizzato delle bibliografie (pure corpose) per bambini! Ma che caxxo, l’anno scorso ho passato tre mesi a leggermi Dante in qualsiasi forma e non lo dico al colloquio in cui dovrei dimostrare di conoscere e capire qualcosa sui libri??????? Mannaggia mannaggia mannaggia. Sto facendo una bibliografia per il giorno della memoria, ma perché cappero non l’ho citata?!? Ma cos’ho nel cervello, trucioli di legno scadente?

Poi arrivo a casa e mi prendo a martellate sul cervelletto: tanto non ha funzionato nel momento del bisogno, figuriamoci a riposo.

Bene, dopo l’ennesimo colloquio fallito vado a riposaraaaah no, manco per la pippa, devo preparare la lezione per settimana prossima.

4 Comments

  1. Se può farti sentire meglio, io ho fatto un colloquio per lavorare in un doposcuola in cui mi hanno fatto l’ovvia domanda “ti piace lavorare coi bambini?” e io: “no, non sono tanto brava”.
    Chiuso il sipario.
    😅

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  2. Spesso le risposte migliori arrivano soltanto dopo, come in altre situazioni 😦
    Forse si dovrebbe prendere in considerazione l’idea di fare colloqui scritti, per le persone che non si trovano troppo a loro agio a parlare (un po’ come verifiche scritte versus interrogazioni orali).

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    1. Beh, ecco, ci sarebbe il dettaglio che il lavoro in biblioteca prevede un contatto con il pubblico (per quanto i lettori – e quindi gli utenti della biblio – non siano poi così tanti), quindi il colloquio orale ci sta. Secondo me è più una questione di preparazione personale di fronte all’ANSIA. 😉

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