I will always love you – omosessualità femminile 6 (le delusioni)

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In teoria, questa rubrica doveva essere finita due articoli fa. Però continuo a trovare qualche pubblicazione sull’argomento; ho quindi deciso di proseguirla, a cadenza irregolare, finché troverò titoli.

E ne ho trovati una marea proprio negli ultimi giorni, motivo per cui ho già in mente un sequel di questo articolo, per incorporare tutte le letture fatte (sperando in letture un attimino più appaganti, che va bene l’amore gayo, ma io voglio letture belle).

Partiamo col botto con L’altra metà dell’amore di Susan Swan, da cui è stato tratto l’omonimo film di cui ho parlato anche qui (nuova edizione: SEM 2022, 272 pagine).

Trama. È il 1963. Mary Bradford (alias Mouse) ha tredici anni quando viene spedita al Collegio Femminile di Bath (da qui il titolo originale del libro, The Wives of Bath). Mouse, orfana di madre, con una leggera gobba lasciata da una malattia in­fantile, si sente molto ai margini, un po’ anche per sua volontà. Non ha nessuna voglia di in­serirsi tra le ragazze “normali” e si rifiuta di soddisfare le aspettative delle donne più gran­di di lei, come le insegnanti zitelle e le madri eleganti delle sue compagne. Sceglie con cura i suoi alleati: la sua gobba, che chiama Alice, e John F. Kennedy, a cui scrive lunghe lettere chiedendo e dando consigli. Nell’istituto conosce la ribelle Paulie Sykes che, sotto le mentite spoglie di un ragazzo, ha una relazione con la sua compagna di stanza Tory. È lei a far aprire gli occhi a Mary sui pregiudizi che da sempre contraddistinguono i rapporti tra uomini e donne.

Il film è del 2001 (ma in Italia uscì solo nel 2006), e, come ho già scritto, non mi ricordo moltissimo, ma si parla di una storia d’ammmmore tra due collegiali: siccome è un lesbodramma, alla fine ci scappa la morta.

Però, se nel film era chiara la relazione lesbica tra Tory e Pauline, il romanzo prende una piega diversa. Perché il vero centro della storia non è l’amore lesbico, bensì la transessualità e la disforia di genere: Pauline fin da piccola si sente un ragazzo e nel tempo libero si ‘traveste’ da Lewis, spacciato come fratello di Pauline.

Tory, diminutivo di Victory, non sta con Pauline, bensì con Lewis.

Quindi non si può parlare davvero di storia d’amore lesbica, ma inserisco il romanzo in questa categoria per il film omonimo e perché la copertina – tratta dal film – lo fa intuire. Sbagliando.

In realtà si tratta di un romanzo di formazione, in cui la protagonista, Mouse, a 13 anni inizia a crescere, anche attraverso la vita delle collegiali più grandi di lei: è Pauline, soprattutto, a sottoporla a sfide continue, a suggerirle di vestirsi da ragazzo, a spingerla a fare nuove esperienze.

Il finale, anche qui diverso dal film, è drammatico ma per tutt’altre ragioni. Pauline non si suicida gettandosi dal tetto del collegio (ooops, spoiler del film), ma finisce in un manicomio perché ha ucciso un uomo. E perché l’ha ucciso? Per rubargli i genitali maschili e attaccarseli. ODDDDDDDDDIO COSA MI TOCCA LEGGERE.

Esattamente come in Morte di una sirena, ritorna la narrativa dei trans che vogliono uccidere e tagliare i genitali degli altri. L’autrice ci dice che la storia è ispirata ad un fatto di cronaca vera (?).

Ora, il romanzo è ‘vecchio’: è stato scritto nel 1993 , periodo in cui di transessualità e di disforia di genere si sapeva qualcosa tra il grande pubblico, ma non più di tanto.

Amicə, vi prego: nel futuro, abbandoniamo questa retorica della persona transessuale che uccide per gelosia dei genitali altrui. E poi prova ad incollarseli addosso, forse dopo aver visto una maratona di Art Attack.

Tornando al romanzo: raga’, è noioso. Ci sono un sacco di ‘lettere’ che Mouse scrive a Kennedy (il presidente degli USA) che sono di una noia mortale.

I sette mariti di Evelyn Hugo di Taylor Jenkins Reid (Mondadori 2021, 420 pagine)

Un romanzo che aspettavo di leggere da mesi, complice il clamore suscitato all’uscita negli USA (e una copertina bellissima…sembra il vestito di Keira Knightley in Espiazione). Purtroppo il romanzo è una pataccata che non vale nulla. Evelyn ha sette mariti, ma viene fuori che il suo vero amore è Clelia (o Celia? Ho controllato: Celia). Ovviamente si susseguono romantic dramas più o meno credibili e un finale che, come prevedibile, coinvolge la morte di una delle due: sia mai che due lesbiche vivano tranquille e felici fino ai 90 anni.

Piccola precisazione: Evelyn è bisessuale. Ce lo dice didascalicamente nel romanzo, così tutti e tutte sono adeguatamente etichettati.

Che delusione.

La storia d’amore è stereotipata al massimo, così come l’idea che la persona di cui ti sei innamorata a vent’anni possa rimanere un amore incondizionato anche trent’anni (e cinque mariti) dopo.

Le persone cambiano, questi ricongiungimenti dopo decenni li trovo sempre un po’ forzati (Jennifer Lopez e Ben Affleck mi stanno dimostrando il contrario, quindi boh).

La protagonista è antipatica, ma, almeno in parte, è una scelta voluta; quello che non è voluto è la semplificazione di alcuni ragionamenti, che fanno sorridere per la loro banalità, del tipo: “Siamo ad Hollywood negli anni ’50, non possiamo permettere di amarci! E poi la nostra carriera dove finirà?”.

Ma nessuno pensa esclusivamente in bianco e nero; da “limoniamo alla luce del sole” a “non dobbiamo neanche vivere nello stesso Stato, se no qualcuno potrebbe scoprire il nostro segreto” ci sono delle vie di mezzo percorribili.

Devo dire che – tra i pregi – c’è che il romanzo è scorrevole. Ma sciapo e dimenticabile.

Mi stai ascoltando? di Tillie Walden (Bao Publishing 2021, 320 pagine)

In breve: Lou e Bea cominciano un viaggio in automobile. Lou è una 27enne che sta elaborando il lutto per la morte della madre; Bea invece ha 18 anni e sta scappando da…qualcosa (che scopriremo solo oltre la metà del romanzo). Entrambe sono gaye (spoiler: no, non scatta la passione, grazie al cielo: Lou è come una sorellona per Bea).

Io ci rinuncio. Non capisco mai i graphic novel di questa autrice. Ci sono sempre degli aspetti magico-misteriosi-sc-fy che mi sfuggono completamente: l’ho pensato anche con Su un raggio di sole. Ma sono tuttora curiosa di leggere Trottole, opera prima dell’autrice.

The PROM di Saundra Mitchell (DeA 2020, 267 pagine)

Primo commento, così, a pelle. Che copertina di mierda. E poi, un attimo di attenzione, amicə graficə: una delle ragazze della coppia, Alyssa, ha la pelle “bronzea”. Com’è che sulla copertina ci sono due braccia bianchicce (tipo me quando non mi abbronzo per mesi) vicine?

Per, dire, ecco la versione americana: trashina ma carina

Il romanzo è una trasposizione dell’omonimo musical, da cui è stato tratto anche il film Netflix. Ora, io ho ascoltato qualche canzone e alcune sono pure belle (oddio, mi sono vista Unruly heart del film in cui il testo è mediocre e il montaggio è atroce, con i divani che ruotano tipo le tazze di Gardaland – e tutti odiano le tazze).

Non ho visto il film – se non alcuni spezzoni che mi hanno fatto abbastanza tristezza, considerando il budget e i nomi coinvolti – hanno ingaggiato Meryl Streep ma non uno sceneggiatore decente! –   e spero vivamente che il costumista venga lasciato davanti alla televisione ad ascoltare le canzoni dei Puffi in un loop infinito, come punizione per ogni outfit messo insieme per questo film.

[Sulla polemica sulla scelta di far interpretare un personaggio gayo a James Corden: non ho niente contro questa scelta, le preferenze sessuali di un attore non dovrebbero coinvolgere il casting; è proprio il personaggio che è il classico gay stereotipato – pure nel romanzo è veramente troppo].

Ma il libro è proprio un grosso NO. Passare da un mezzo di comunicazione ad un altro non sempre è facile (lo vediamo spesso con le trasposizioni cinematografiche), perché bisogna fare per forza dei cambiamenti per adattare il materiale originale al nuovo formato.

Io non conoscevo il musical e non avevo visto il film, quindi m’è parso tutto una cagata colossale.

Non c’è niente di originale, a partire dalla trama: Emma è l’unica studentessa lesbica della sua scuola e ancora viene bullizzata per questo. Da più di un anno frequenta di nascosto Alyssa, super popolare cheerleader che ancora non ha fatto coming out.

Per qualche strana ragione – un’americanata proprio – Alyssa ha deciso che farà coming out prima del ballo della scuola, il famosissimo PROM che ci siamo sorbiti in ogni possibile e immaginabile film.

Il piano è che Alyssa ed Emma andranno al PROM together, come coppia.

Peccato che la madre sia bigotta e, piuttosto che permettere ad una coppia gaya di partecipare al ballo, preferisce sabotare tutto. Specie se quella coppia include la figlia.

Il romanzo è narrato da due punti di vista, quello di Emma e quello di Alyssa, che però non hanno voci riconoscibili; lo stile e il modo di parlare sono assolutamente sovrapponibili e dunque: perché mettere il doppio PoV? Boh.

Trovata commerciale di nessun valore, peccato.

L’estate che resta di Giulia Baldelli (Guanda 2022, 442 pagine)

Questa copertina mi piace un sacco

Un triangolo amoroso che, imperterrito, prosegue per più di trent’anni. NOOOO. Basta.

Giulia conosce Cristi e Mattia quando ha 10 anni. Rimane subito folgorata da Cristi, dalla sua diversità, dalla sua unicità. E lo stesso accade a Mattia. La storia prosegue fino agli anni dell’università, in cui i Mattia e Giulia sembrano contendersi l’affetto e le attenzioni di Cristi. Finchè una disgrazia cambia tutto e li allontana…ma non per sempre.

Questa trama me la sono pippata migliaia di volte: gente che da feto era amicissima, poi si allontana e infine si ritrova una volta divenuta adulta. Ok.

Sono io, non è il romanzo in sé, ma non mi piace.

Da qui, spoiler!

Fatico a capire e ad empatizzare con una protagonista – come in questo caso – che ama una persona (Cristi), da cui non è ricambiata. A parte un po’ di sesso quando hanno vent’anni, Giulia e Cristi non hanno nulla in comune. E, per di più, Cristi è innamorata di Mattia. Da sempre. Lo mette bene in chiaro.

Cristi e Mattia sono degli anarchici e anticapitalisti. Commettono un reato grave.

Mattia si assume la responsabilità, anche se l’idea è di Cristi, e finisce in galera.

Cristi invece si sposa e procrea.

Ora. Cristi viene descritta come questa figura affascinante e ammaliante. A me è stata sulle palle dai tempi dell’università. È una gatta morta. Quelle che vengono a medicare attenzione a destra e a manca, salvo poi non restituire MAI il favore. Cristi scopa Giulia, ma ama Mattia. Ma scusa, infame, sai che Giulia è innamorata di te, perché la illudi? Perché Cristi, in base a tutto quello che leggiamo, NON ama Giulia.

Per di più Cristi è una borghese che vive grazie ai soldi del patrigno ma “fa l’anarchica”, fingendo di essere qualcuno che non è; tant’è che, nel momento del bisogno, sono i soldi del padre ad aiutarla. E poi quelli del marito.

Epica la scena in cui Cristi dà fuoco ai soldi del padre. Giuro, tipo falò.

Ti odio, Cristi.

Cristi è una merda umana, tradisce TUTTI, senza esclusione: Mattia, perché lo abbandona in galera; Giulia, perché le mente per diversi mesi nascondendole la relazione con Mattia; il povero marito, che tradisce con Mattia.

[Breve momento per ricordare quando Giulia, nel cuore della notte, esce per cercare il suo cane che è scappato e invece incappa in Cristi e Mattia nudi che copulano nudi contro un albero.

E io qui ho alzato gli occhi al cielo: avete mai toccato un albero, con le mani dico? Ecco, immaginate grattare la schiena nuda sulla corteccia: altro che esfoliante! Qui siamo nel BDSM più spinto].

Quindi, sul lato relazioni, io boccio tutti.

Invece il fronte famigliare, il dipanarsi della storia della famiglia di Giulia attraverso gli anni, è molto bello. E, soprattutto, si cita una malattia che negli anni ’90, quando viene diagnosticata nel romanzo, è ancora semi-sconosciuta ai più: la depressione.

Il padre di Giulia infatti viene licenziato dal posto di lavoro e cade in una profonda depressione. Ecco, questi aspetti della malattia, così come il tentativo di rivalsa di Giulia, tentativo rappresentato dall’acquisto della vecchia casa dei genitori, sono delle parti toccanti.

Ribadisco, il romanzo è carino: sono io che non ne posso più di leggere di gente che si ritrova dopo anni o decenni, provando le stesse emozioni di quando aveva 10 o 20 anni (stesso discorso fatto per I sette mariti di Evelyn Hugo).

Comunque l’ho letto in tre giorni. Perché ho la vita sociale di un’ameba nella Fossa delle Marianne.


Ed è tutto, almeno per ora; come detto sopra, ho già altri romanzi per questa rubrica che mi stanno piacendo davvero tanto e di cui parlerò nel prossimo articolo (sono io, quindi il “prossimo articolo” potrà comparire tra 15 giorni o, più probabilmente, 3 mesi).

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