Can you feel the love tonight – omosessualità femminile 7

Sono ritornata con altri titoli, sono felicionza.

Spero di doverlo specificare solo agli under 15, ma il titolo è il riferimento al Re Leone: le canzoni Disney sono tuttora un punto saldo nel mio panorama musicale e romantico.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti:

Sole-cuore-amore

Love is in the air

Love is all you need

Crazy little thing called love

It must have been love

I will always love you

On y va!

L’amore è per sfigati di Wibke Bruggemann (DeA 2021, 398 pagine)

Bello. È un romanzo per ragazzi, uno YA. Protagonista della storia è Phoebie, sedicenne. La madre è un medico che lavora per una ONG, quindi spesso è assente. Durante le assenze ci pensa Kate, sua madrina, ad accoglierla in casa sua.

Per una serie di circostanze Phoebie si ritrova a lavorare in un charity shop, dove conosce un gruppetto di persone tra cui Emma.

Storia banalina, sì. Ma raccontata bene. Phoebie è un personaggio a tutto tondo, non si limita a struggersi per i suoi sentimenti d’amore (a dir la verità impiega metà romanzo per capire che, forse, Emma le piace-piace).

Phoebie è preoccupata per la madre, sperduta in qualche villaggio iracheno; per la miglior amica Polly, che da un po’ non pensa ad altro che al suo nuovo ragazzo; per gli esami scolastici…insomma, la vita di Phoebie è tutto questo, non si riduce all’attrazione per Emma.

Lo sviluppo della relazione tra le due è graduale (il racconto inizia a gennaio e termina a luglio) e realistico: non ci sono baci roventi o sguardi languidi così, all’improvviso. No.

Ribadisco, realistico.

Consigliato!

Beate noi di Amy Bloom (Fazi 2016, 278 pagine)

Sono giunta al 90% continuando a pensare “Cosaaa?” e poi è scaduto il prestito dell’e-book.

La storia segue due sorellastre, Iris e Eva, negli anni Quaranta.

Iris è lesbica, e lo scopre ad un’orgia gay. Quindi partiamo da qualcosa in cui tutti noi ci possiamo identificare. Non so quanto fossero comuni queste feste all’epoca, né se era consuetudine invitarci i primi che capitavano: dal romanzo pare di sì.

Iris e Rose, aspirante attrice, dopo la festa vanno in una spiaggia pubblica a limonare mentre sono nude.

Guarda caso, passa di lì un paparazzo che scatta un numero sufficiente di foto da poter comporre un fotoromanzo. A quel punto va a ricattare Rose – attrice emergente. Rose liquida frettolosamente Iris dicendole “E, sai, la mia carriera ne potrebbe uscire rovinata”.

MA SCUSA UN SECONDINO, AMICICCIA SVEGLIA COME UNA NUTRIA IN AUTOSTRADA, CHE COSA TI È SALTATO IN TESTA DI DENUDARTI SU UNA SPIAGGIA PUBBLICA E FICCARE UN METRO DI LINGUA IN BOCCA AD UNA DONNA, SE NON VUOI ESSERE SGAMATA???

Oltre alla storia gaya ci sono tipo migliaia di temi affrontati, tutti, a mio avviso, in maniera svogliata e poco riuscita.

Troppi personaggi cercano di farsi largo. Ne emerge un quadro caotico e sovraffollato, in cui nessunə ha lo spazio che si meriterebbe per poter scalfire l’interesse del lettore.

Le mille bocche della nostra sete di Guido Conti (Mondadori 2011, 266 pagine)

Mah. Potenziale sprecato. Due ragazze, Emma e Marzia, si incontrano durante gli anni del fascismo.
La passione scoppia dopo poche settimane (o giorni?), comunque dopo poco.

E da lì parte la solita storia: lei ama lei, ma è costretta a sposare un altro.

Le due si ritrovano quando il marito finalmente ha la buona creanza di schiattare.

C’erano delle idee interessanti, una su tutte l’ambientazione storica, ma che rimangono per lo più inesplorate. Il fascismo è sempre sullo sfondo e non ha un vero rilievo nella vicenda.

Anche il padre di Emma, una figura controversa, può essere un personaggio ben sfacettato, ma rimane lì. Ho ancora i brividi per un’affermazione che rivolge alla figlia, rea di essere troppo somigliante alla madre:

“Non è facile per me amare Emma solo come un padre…”

Lasciando ipotizzare che l’uomo sia interessato sessualmente alla figlia. Ma perché?

Il dipanarsi della vicenda, così come il fatto di “essere colte in flagrante”, che dovrebbe essere un punto di svolta nella trama, non ha ragione d’esistere: Marra, padre di Emma, scopre la figlia e Marzia che ci danno dentro. Ma perché poi lo va a spifferare in giro, mettendo alla berlina (per l’epoca) anche la propria figlia? Boh.

Viene accennata anche una malattia piuttosto seria, la depressione, ma viene esternata in maniera e dialoghi ipersemplificati come:

“Sei una stupida. Sei cattiva”.

Insomma, stiamo parlando di due ragazze di 16/17 anni, non di due bambine. Tra l’altro due ragazze con una certa istruzione, mica due contadinotte analfabete dal lessico povero.

Tra l’altro, non so se sono io che incappo in romanzi similari, o se è così diffusa la trama “lei/lui ama lei/lui, per un litigio non si vedono per anni, salvo poi incontrarsi a fine vita/fine libro”?

La più piccola di Fatima Daas (Fandango 2021, 169 pagine)

Bello. Poetico. I capitoli, brevi e condensati in una pagina o poco più, si aprono con la ripetizione del nome della scrittrice, come se scrivendolo si infondesse vita e verità alla propria esistenza.

Mi chiamo Fatima.

E, ad ogni capitolo, ci racconta qualcosa di sé, della sua famiglia, delle sue piccole e grandi idiosincrasie in materia religiosa e sessuale.

[Giusto per capirci, gli imam e le altre persone che incontra lungo il cammino ripetono esattamente le stesse cose che tendenzialmente dicono i preti sull’omosessualità: “è sbagliata e devi pentirti”. Niente di più, niente di meno].

L’ho letto un sabato mattina durante colazione – le mie colazioni hanno la tendenza a protrarsi all’infinito quando non ho impegni – e mi sono intrippata.

Mi rimane un unico dubbio: la biografia nelle alette di copertina dice che Fatima Daas è nata nel 1995. Ma, all’interno del romanzo autobiografico l’autrice scrive che nel ’97 ha 5 anni. E, in un altro punto, ci racconta del suo ventinovesimo compleanno. Io sono capretta in matematica MA, se fosse nata nel 1995, nel 2020 (anno di pubblicazione dell’edizione originale in Francia), l’autrice avrebbe avuto venticinque anni.

Lo so, non c’entra una cispola; per di più sono reduce dall’ascolto dell’ultima puntata di Morgana dedicata a Elena Ferrante, una puntata in cui si sottolinea quanto sia inutile sapere la biografia di un/una autore/autrice. Cosa su coi sarei pure tendenzialmente d’accordo…ma poi ripenso a quando a scuola, per tutte le superiori, ti fanno studiare la vita di un sacco di scrittori (uomini) per poter valutare l’opera finale (il giansenismo di Manzoni ha segnato la vita ad intere generazioni di studenti).

Comunque, tutto questo per dire che sono cagacazzo e che, oltre ai ringraziamenti a fine libro, mi leggo le biografie nelle alette del libro perché sono impicciona: le biografie sono la mia versione di Novella 2000.

Detto tutto questo, è consigliatissimo. Ho glissato sulla tematica gaya, ma solo perché ha un posto, questo sì, nella storia; ma non tanto quanto la cultura di appartenenza o la crescita.

Ah, una nota di merito alla traduttrice, Giorgia Tolfo; io, essendo una brutta persona, non scrivo mai i nomi dei traduttori/traduttrici che hanno lavorato all’opera, anche se quell’opera è il risultato del loro lavoro. Mi riprometto di correggermi e, in futuro, inserire anche il loro nome in quanto co-contributori.

No, dicevo, un plagio alla Tolfo perché il libro pullula di una lingua gergale molto diffusa in Francia, specie nei banlieu, chiamata verlan: non è semplicissimo da spiegare, perché non si tratta di un vero e proprio dialetto, quanto della trasformazione di alcune parole in un linguaggio colloquiale: ad esempio, cinéma diventare cinoche.

La traduttrice ha lasciato qualcosa nella versione italiana, ma sicuramente c’è stato un massiccio lavoro dietro alla resa di particolari terminologie.

Isole di grazia di Rose Tremain (Einaudi 2021, 447 pagine)

Copertina molto evocativa, storia molto confusa. La vicenda si svolge tra Bath, Londra e il Borneo. Jane, figlia del medico del villaggio, rifiuta la proposta del bel dottor Valentine e parte alla volta di Londra, per recarsi in visita dalla zia. Qui incontra non mi ricordo più il suo nome (ho controllato: Julietta), e scopre le gioie dell’amore. Del tipo che si lanciano due sguardi bollenti e il pomeriggio dopo sono lì a darci dentro nel letto. Caspiterina, ‘anvedi le donne di inizio XIX secolo. Perché ho dimenticato di dire che la storia si svolge nel 1865.

Jane è presa bene dalla sua fiamma, di cui ci viene detto che è una persona generosa e quindi sparge tanto amore tra le donne della città (senza escludere la cameriera personale: d’altronde, come dice lei, di solito i padroni prendono con la forza le proprie impiegate, lei almeno fa godere la cameriera. Ci viene fatto capire che la cameriera apprezza il gesto, perché arrossisce quando la sua padrona declama ad un’altra persona le loro pratiche erotiche. Vorrei fare qui una breve pausa per mettere in chiaro che

a) la povera cameriera, sia voglia sia che non voglia, non mi pare abbia grandi scelte;

b) pure se lo volesse c’è una certa discrepanza di potere tra le due e infine

c) magari alla povera cameriera non fa piacere parlare della sua vita sessuale con estranei, ma sarò strana io).

Tutto questo per dire che, alla vicenda di Jane, per la prima volta innamorata, subentra la passione di Valentine; passione che presto si trasforma in ossessione e poi in violenza. L’arco narrativo di Valentine mi ha un tantinello confuso: il passaggio da “ti amo tantissimo e ti rispetto” a “maledetta, mo’ ti riempio di sberle” è praticamente improvviso. Le cronache sono piene di storie simili pure nel 2022, quindi boh; in un romanzo, mi sarei aspettata un minimo di riflessione articolata su questa trasformazione.

Le parti del Borneo…boh, mi sembra che stonino e c’entrino poco con il resto del romanzo: non arrivano mai ad amalgamarsi davvero. Seguiamo la storia del rajà che si intrattiene con un giovanotto locale, Leon, e inizia dei lavori per la costruzione di un ospedale. Forse era una fine similitudine che io, nella mia capritudine, non ho saputo cogliere. Forse non c’azzeccava una mazza, chissà.

In tutto questo mi ero presa bene con la protagonista perché ci viene descritta come una donna molto alta e quindi mi ci sono rivista (le somiglianze finiscono qui, ahimè, perché nessuna zia che conosco mi lascerà mai in eredità una magione costosissima da usare a mio piacimento).

Copertina splendida.

Aspettando il vento di Oskar Kroon (Mondadori 2021, 295 pagine)

Storia di formazione con protagonista Vinga, durante una vacanza sull’isola natìa del nonno.

Vinga è un’adolescente che sta affrontando il divorzio dei genitori e la nascita di un nuovo fratellino (fratellastro).

A tutto questo si aggiunge l’incontro con Ruth, in visita sull’isola. Ma mentre Vinga è innamorata del posto e del mare, a Rut manca la città.

In teoria da qui nasce la love story…che io ho trovato poco caratterizzata e molto fiacca: le due ragazze non hanno nulla in comune (e fin qui potrebbe pure starci), ma sembrano parlare e condividere pochissimo esperienze o emozioni.

La storia è leggerella, quindi niente grossi drammi o altro; ma manca qualcosa per renderla speciale.

Qui tocca fare un piccolo accenno: ho provato a tirarmela, e fare una foto al mare con un libro come ogni influencer che si rispetti. Purtroppo ho lo stesso occhio – e la stessa abilità fotografica – di un ominide del Neolitico.

Manina tremolante e sfondo sfocato!
Qui ho tentato di prendere il filo della scogliera della copertina per farlo collimare con gli scogli. Ho tentato, appunto.

Concludo anche questo articolo: le storie gaye a mia disposizione sono momentaneamente terminate, ma ovviamente la rubrica continuerà in futuro, sempre con tempi tutti spanzolati (non so se esista il verbo spanzolare, nel caso il significato è: a casacchio).

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